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L'Africa vista da Park City

di Leonardo De Franceschi

Al via il Sundance Film Festival 2009

Sarà per la crisi finanziaria che impone un nuovo spirito di riconciliazione, sarà per l’imminente elezione del primo presidente coloured, fatto sta che, vista da Park City, Utah, l’America sembra aver ricominciato ad interrogarsi sulla condizione dei neri e abbia ripreso a coniugare insieme gender e race, come accadeva negli anni ’80. Così almeno risulta dall’osservatorio del Sundance Film Festival, in arrivo dal 15 al 25 gennaio, sempre più ricco di sezioni e attività collaterali. A giudicare dai film che testimoniano di questa ripresa di sensibilità verso la questione nera, le risposte sul tavolo non appaiono molto confortanti, ma i guru del cinema indipendente statunitense restituiscono l’immagine di un Paese che ha ripreso a mettersi in discussione, almeno per quanto riguarda i problemi interni.

Due dei sedici titoli in cui si articola la US Dramatic Competion fissano le coordinate della questione, mettendo subito in primo piano il punto di vista degli adolescenti e quindi il genere coming of age. Si parte con l’opera seconda di Lee Daniels, già produttore di Monster’s Ball - L’ombra della vita: tratto da un crudo romanzo autobiografico firmato da Sapphire, Push è l’energetico ritratto di una ragazza nera di Harlem (Gabourey “Gabby” Sidibe), obesa, incinta per la seconda volta del padre, tenuta in scacco da una madre dispotica (la Mo’nique di L’amore si fa largo e A casa con i miei) e derisa dai compagni di classe, che trova in se stessa la forza di riscattarsi. Nel cast, spicca la presenza di due icone musicali di punta come Lenny Kravitz e Mariah Carey. Non meno promettente sulla carta Toe to Toe (nella foto), primo lungo della documentarista Emily Abt, a suo agio con i temi della marginalità e del disagio sociale e qui alle prese con la relazione di amore/odio che lega due ragazze di Washington, la nera Tosha e la bianca Bethesda, divise dal colore e dal ceto. Sullo sfondo, una statistica allarmante secondo cui l’87 per cento delle amicizie interrazziali non vengono portate avanti da adolescenti oltre i 14 anni. In Prom Night in Mississippi, diretto dal canadese Paul Saltzman, che compete nella World Cinema Documentary Competition (WCDC), da una storia a due si passa all’osservatorio di un’intera high school del profondo sud, alle prese con l’annuale ballo dei debuttanti, sponsorizzato dal premio Oscar Morgan Freeman a patto che, per la prima volta nella storia, sia aperto a studenti bianchi e neri. Sfida le statistiche invece e soprattutto le resistenze dell’immaginario il tedesco Oskar Roehler, che racconta una storia d’amore interrazziale nella Germania di Adenauer con Lulu & Jimi, in lizza nella World Cinema Dramatic Competition.

Perfino un integrato come Chris Rock (Manuale d’infedeltà per uomini sposati) sembra deciso ad usare la sua popolarità (risalita con il successo di Madagascar 2: la voce di Marty/la zebra è sua) per mettere i piedi nel piatto. «Papà, perché non ho i capelli normali?», gli domanda la figlia Lola e lui la gira ad altre star del cineolimpo black (Ice-T, Kerry Washington, Nia Long, ecc.): è l’occasione per fare i conti con la percezione di sé che hanno i neri di un certo gruppo sociale. Good Hair, prodotto da Rock e diretto da Jeff Stilson, concorre nella US Documentary Competition. Perché ridiamo, si chiede invece il redivivo Robert Townsend jr. (Nudo e crudo) in Why we Laugh: Black Comedians on Black Comedy (sezione Spectrum), ripercorrendo decenni di storia del cinema comico afroamericano, e intervistando, oltre allo stesso Rock, altre icone pop come il pioniere Bill Cosby (I Robinson) o l’ ironico decostruttore di generi Keenan Ivory Wayans (Scary Movie). Uno di questi talenti scoperti al Sundance, Wendell B. Harris, viene omaggiato proprio quest’anno con la proiezione restaurata di Chameleon Street (1990), tragicommedia con protagonista un polimorfico Zelig nero. Restando nelle coordinate commediche, ma ribaltando il paradigma dell’amicizia interrazziale, Donald Glover e i suoi due coetanei adolescenti bianchi giocano a fare i detective in Mystery Team di Dan Eckman, che porta sul grande schermo il fenomeno internet del Derrick Comedy Group, nella sezione più pulp del Sundance, Parc City at Midnight, dove non poteva mancare l’ennesimo omaggio alla mitica stagione della blaxploitation, con il supervoltato Black Dynamite di Scott Sanders, che già dal trailer promette faville.

A volte qualcuno sfonda il muro dell’intolleranza e riesce a diventare famoso. Come il cantante Stew, protagonista dell’acclamato musical di Broadway Passing Strange (ancora in Spectrum) che Spike Lee ha ripreso e rimesso in scena con i suoi fidi collaboratori Matty Libatique (fotografia) e Barry Alexander Brown (montaggio). Come il rapper Lil Wayne, cui il regista e sceneggiatore Adam Bhala Lough (Weapons) ha dedicato un intimo e spregiudicato ritratto, The Carter, ospitato dalla sezione Midnight. Non meno toccanti i profili di Tyson (James Toback, già presentato a Cannes) e di un altro antimito del pugilato, Joe Frazier, protagonista di uno dei match più drammatici della storia della boxe, il terzo che lo vide opposto, per la conquista del titolo mondiale, a Mohammad Ali, in Thriller in Manila (WCDC), diretto dall’inglese John Dower.
Si combatte, ma per conservare dignità e onestà in un tentacolare distretto di polizia, in Brooklyn’s Finest, ritorno del più mainstream nel panorama del cinema afroamericano, Antoine Fuqua, selezionato in Premieres, e griffato dalla presenza nel cast di star come Don Cheadle e Wesley Snipes. Un’altra stella in rapida ascesa, l’afroinglese Chiwetel Ejiofor, interpreta addirittura il leader dell’ANC Thabo Mbeki, in un thriller politico ambientato negli ultimi anni dell’apartheid in Sudafrica, Endgame, diretto da Pete Travis.

Eccola l’Africa, appunto. Ma per un Paese, il Sudafrica, che si rimette in piedi, magari sperimentando nuovi e più efficaci sistemi di terapia per i traumi subiti dai bambini, come quelli mostrati in Rough Aunties, diretto dall’inglese Kim Longinotto (Sisters in Law), troppi film anche quest’anno ci parlano di un’Africa in ginocchio, oppressa dai suoi mali endemici, soffocata da guerre civili combattute da bambini soldato, che emerge dal cono d’ombra dei media soltanto quando qualcuno dal civilizzato nord interviene a ristabilire la verità giornalistica, come il protagonista di Reporter, di Eric Daniel Metzgar (US Documentary Competition), o quella giudiziaria, come il procuratore internazionale Luis Moreno Ocampo, al centro di The Reckoning di Pamela Yates (ancora in USDC). Che si chiami Darfur o Liberia, Congo o Ruanda, l’Africa che i registi del Sundance continuano a rimpallarsi da anni ha il colore della morte. Specialmente quando specialisti come Mathieu Kassovitz la usano come palestra per testare nuovi epigoni del neo espressionismo pulp come Jean-Stéphane Salvaire, di cui qualcuno ha pensato bene di recuperare l’esteticamente regressivo Johnny Mad Dog, già passato lo scorso anno a Cannes. Meglio allora l’Africa vitale, anche se fin troppo inflazionata dai documentaristi del nord, di Nollywood, il terzo polo produttivo dell’audiovisivo mondiale dopo Bombay e LA, ritratta in Nollywood Babylon, di Ben Addelman e Samir Mallal (WCDC).

Di domanda in domanda, ci lasciamo con l’ultima: possibile che non ci fosse un solo titolo interessante di un regista africano da selezionare in cartellone? Forse ancora troppi leggono Obama e scrivono Hawai invece di Kenia.

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