title_magazine

Incontro con Rabah Ameur-Zaïmeche

a cura di Alice Casalini

Il mio simbolismo attivo

Abbiamo incontrato Rabah Ameur-Zaïmeche a Roma in occasione della sesta edizione della Primavera del cinema francese. Il Cinema Trevi ha ospitato l’evento speciale dedicato al cinema del regista franco-algerino che ha presentato i suoi tre film, Dernier maquis (L’ultima resistenza, 2008), Wesh Wesh, qu’est-ce qui passe? (Che succede?, 2002), Bled number one, (2006): tre giorni per entrare nel mondo violento, estremamente realistico ma al contempo poetico e surreale di Ameur-Zaïmeche. I primi due film, attraverso il personaggio di Kamel, interpretato dal regista stesso, affrontano la situazione degli immigrati clandestini tra le banlieue e il rischio costante del rimpatrio. Con Dernier maquis Ameur-Zaïmeche non abbandona il tema dell’immigrazione, della difficile integrazione, ma inserisce tutto in un diverso contesto strettamente legato al mondo del lavoro, costruendo un microcosmo nel quale si consumano le vite dei protagonisti che prendono coscienza dei loro diritti di lavoratori.
La rassegna è stata dunque l’occasione per vedere i tre film di Rabah Ameur-Zaïmeche regista, attore e produttore e per assistere agli incontri successivi alle proiezioni dei tre film che hanno suscitato interesse e curiosità nel pubblico.

Come prima cosa vorrei chiederle qual è stato il percorso che l’ha portata dai primi due film che possiamo definire più autobiografici, alla realizzazione de Dernier maquis che segna un netto cambiamento rispetto ai film precedenti.
No, non sono propriamente autobiografici, io non sono veramente Kamel e non sono immischiato in traffici. Possiamo dire che i primi due sono legati tra loro perché raccontano una doppia pena, è come se fossero due capitoli di una pièce nella quale si racconta da un lato la parte francese, dall’altro la parte algerina.

In ogni caso i primi due raccontano un mondo diverso da quello diDernier Maquis.
Sì, ma in un certo senso in Wesh Wesh troviamo già la descrizione del mondo del lavoro che poi racconto in Dernier maquis, o meglio troviamo la realtà nella quale vive la maggior parte dei giovani, ossia quella nella quale i ragazzi sono esclusi dal mondo del lavoro.

Nei suoi film lavorano insieme attori non professionisti e attori professionisti. Partendo anche dal suo ruolo di attore, qual è il suo metodo di lavoro con gli attori?
Per me tutti gli attori sono professionisti dal momento in cui si trovano di fronte alla macchina da presa, per esempio ci sono attori professionisti che hanno preso cattive abitudini lavorando molto per il cinema e per rappresentare la realtà abbiamo bisogno di volti, di veri volti, magnifici e che siano anche i visi del territorio, della realtà descritta.

Che livello d’improvvisazione c’è nei dialoghi dei suoi film?
Quello che succede è che c’è una sceneggiatura alla quale si lavora per molto tempo ma una volta che si è veramente nei luoghi e in azione, questa sceneggiatura deve adattarsi alle riprese. Nella maggior parte dei casi il cinema deve sottostare alle regole della sceneggiatura, noi invece facciamo il contrario. Quindi la sceneggiatura c’è, ma quando si gira gli attori si appropriano delle idee, delle scene e le traducono con il loro lessico, perché per essere il più autentici possibile l’appropriazione della scena e delle parole è vitale: è questo che ci permette sempre di essere tra il reale e la finzione, la politica e la poesia. Questa è la caratteristica dei miei film. È attraverso la sorpresa che riusciamo a cogliere quello che desideriamo: io non avverto gli attori delle mie intenzioni. Io entro volontariamente in campo per metterci una violenza inattesa, come nella scena del fucile al blocco in Bled number one. Per questo tutti rimangono sorpresi, gli attori in campo e chi lavora ed è fuori campo. Non è un’improvvisazione casuale, è inspirata al desiderio di adattarsi alle condizioni della scena.

In Wesh wesh colpisce il modo in cui viene rappresentata la polizia, spesso di spalle, con i volti coperti, mentre in Dernier maquis non c’è proprio traccia della polizia nonostante il tema potrebbe far pensare alla sua necessaria presenza.
Spesso nei documentari o nei reportage si coprono i volti dei ragazzi, in Wesh wesh noi abbiamo voluto fare il contrario in modo da chiedersi chi tra i due sia più pericoloso, i poliziotti e ragazzi delle cité. Invece in Dernier maquis la polizia non c’è perché non è un luogo pubblico ma un luogo privato e anche se a un certo punto il padrone ha dei problemi con i suoi operai decide di risolverli direttamente lui senza chiamare la polizia.

Quello che colpisce vedendo i suoi film è l’estrema aderenza alla realtà, la forte violenza che è presente ma che è sempre accompagnata da elementi simbolici che danno ai suoi film un’aura di lirismo: dalle cassette rosse che prendono le forme più varie, ai palazzi della cité ripresi di notte...
Nei miei film possiamo parlare di una sorta di simbolismo attivo: il cinema è un’arte maggiore e di conseguenza il simbolismo non ha solo un valore simbolico. È necessario vedere i due aspetti, quello simbolico e quello della realtà cruda e spontanea: è dalla loro fusione che è possibile creare uno stato nel quale si possono creare le distanze tra le posizioni opposte nel soggetto.

In particolare l’acqua è l’elemento che ricorre in tutti e tre i film come spazio di libertà.
Ma sì, l’acqua ha un significato di libertà e rappresenta anche la libertà del cinema che facciamo che è un cinema molto libero, ci autoproduciamo, siamo completamente autonomi e possiamo permetterci di muoverci come desideriamo. Ma per esempio in Dernier maquis ho ripreso il fiume cercando di rappresentarlo come la natura incontaminata della foresta amazzonica, mentre quel canale, dove viene liberata la lontra, è un braccio morto della Senna.

Sta già lavorando a un nuovo progetto?
Sì, ho idee ma è ancora ad uno stato embrionale e si tratta di una storia che racconta la traversata nel deserto dal Mediterraneo verso l’Africa centrale, potremmo dire un viaggio nel deserto al contrario.

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
mercoledì 19 settembre 2018

On line il sito Missing at the Borders

E’ on line il sito https://missingattheborders.org/ che intende dare voce e dignità alla famiglie (...)

mercoledì 19 settembre 2018

In sala La libertà non deve morire in mare

Esce nelle sale giovedì 27 settembre con Distribuzione Indipendente il documentario La libertà (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: alle GdA due premi per Joy

Alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia ben due premi sono andati a Joy della (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: premiato 1938 Diversi

Presentato fuori concorso a Venezia 75 - in sala dall’11 ottobre e il 23 ottobre su Sky Arte - (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha