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Lampi d'Africa sul Lido

Maher, Nasrallah, Amari, Allouache e gli altri africani alla 66. Mostra di Venezia

Confermando il trend degli ultimi anni, la Mostra di Venezia conferma di essere l’unico grande festival ad offrire spazi di visibilità al cinema africano. Persino in concorso. Dopo gli Haroun, Gerima, Kechiche e Chahine degli ultimi anni, stavolta è un esordiente ad affacciarsi alla soglia della competizione, l’egiziano Ahmed Maher (nella foto), con El mosafer (Il viaggiatore). Ben noto in Italia, dove ha soggiornato per anni, dopo essersi diplomato in regia nel 1991 all’Egyptian Arts Academy, studiando il grande cinema d’autore degli anni Sessanta (Visconti, Pasolini), con una passione particolare per Fellini, Maher qui ha girato il documentario La casa dell’altro (2001) all’indomani dell’11 settembre, ma la forza del legame con l’Italia è testimoniata dalla presenza come DOP di Marco Onorato (Dieci inverni, Gomorra, Fortapàsc). Il film, che segna il ritorno dello stato egiziano alla produzione cinematografica, dopo decenni di disimpegno, e interpretato dal grande Omar Sharif, da Khaled El Nabawy (Le crociate, Il destino) e dall’esordiente libanese Cyrine Abdel Nour, traccia la vita di un uomo in tre giorni che corrispondono a altrettanti momenti chiave della storia del Paese, il 1948 a Suez, il 1973 ad Alessandria e il 2001 al Cairo.

Ma non solo Maher, l’Egitto quest’anno è presente con una rappresentanza di primo livello al Lido. Incomprensibilmente fuori concorso e da non perdere, il discepolo più brillante e originale di Chahine, Yousry Nasrallah, regista del kolossal sulla nakba La porte du soleil (2004) e di altri piccoli gioielli come El medina (1999) e Genenet al asmak (L’aquarium, 2008), presenta in anteprima mondiale il suo ultimo Ehky ya Schahrazad (Scheherazade, raccontami una storia), con un cast di star locali di prima grandezza: Mahmoud Hemida, protagonista di diversi film dell’ultimo Chahine (Alexandrie… New York, L’autre, Il destino), Mona Zaki (Halim, Sahar el layali) e Sawsan Badr. Uscito a fine giugno in Egitto, il film sta sbancando il box office per la lucidità e spregiudicatezza con cui affronta la condizione femminile, attraverso un puzzle di storie nello stile delle Mille e una notte, che ruota intorno a una brillante e battagliera conduttrice di real tv: Zaki, che interpreta la giornalista, è stata oggetto di una feroce campagna di denigrazione su Facebook per alcune scene calde.

Un altro nome egiziano da tenere d’occhio è quello di Kamla Abu Zekry, selezionato in Orizzonti con Wahed-Sefr (Uno a zero), sceneggiato dalla copta Mariam Naoum. Prodotto con fondi pubblici come il film di Maher, anche Wahed-Sefr è stato accolto in modo controverso proprio da parte della comunità cristiana d’Egitto, irritata per il personaggio di una donna (intepretata da Ilham Chahine), impegnata ad ottenere il divorzio dal marito per potersi risposare. In realtà, quella in questione è solo una delle molte storie che si intrecciano nel film, svolgendosi durante una partita della nazionale egiziana (da cui deriva il titolo calcistico).
Sempre in Orizzonti, un’altra storia al femminile soprattutto segna un ritorno importante in cabina di regia, da parte della regista tunisina rivelazione con Satin rouge (2002), Raja Amari. Dohawa (titolo internazionale Buried Secrets), girato fra ottobre e dicembre 2008 (vedi il simpatico making of di Michel Reilhac per il blog di Arte), è un thriller psicologico che ruota intorno alle vicende di tre donne che vivono in una grande casa abbandonata dai tempi del protettorato francese; la loro vita isolata è turbata dall’arrivo di una giovane coppia, ma piuttosto che trovare un accordo con i nuovi venuti, le tre donne decidono di adattarsi, vivendo ancora più nascoste. Girato in un palazzo di età coloniale a venti chilometri da Tunisi, il film è una coproduzione fra Tunisia, Francia e Svizzera, promossa dalla dinamica Dora Bouchoucha, e interpretata da un trio di attrici emergenti fra le quali fa spicco Hafsia Herzi, francese di padre tunisino e madre algerina, al suo primo ruolo in Tunisia, dopo l’exploit di Cous cous e la buona prova di Française.
A proposito di Tunisia, grande attesa ovviamente anche per Baaria di Giuseppe Tornatore, che apre in concorso la Mostra, coprodotto da Tarak Ben Ammar e girato in un anno e mezzo di riprese fra la Sicilia e gli studios del magnate tunisino a Ben Arous.

Fuori concorso, molta attesa anche per la rentrée dell’afroamericano Antoine Fuqua con Brooklyn’s Finest, thriller urbano già molto apprezzato al Sundance con un cast stratosferico: Don Cheadle+Wesley Snipes+Richard Gere+Ethan Hawke+Ellen Barkin+Vincent D’Onofrio. Fuqua siederà in giuria Opere Prime, accanto a un presidente d’eccezione come l’etiope-americano Haile Gerima, Premio Speciale della Giuria 2008 per Teza.
Di Africa si parlerà anche nel nuovo film di Claire Denis, presentato in concorso. White material, girato in Camerun da una sceneggiatura cofirmata con Maria Ndiaye, narra le vicende di una francese tenacemente attaccata alla sua concessione agraria in un paese africano sull’orlo della guerra civile: Maria (Isabelle Huppert, in un ruolo che può ricordare quello della protagonista di Un barrage contre le Pacifique, di Rithy Panh, dal romanzo della Duras) rifiuta di abbandonare la piantagione di caffè che la sua famiglia possiede da generazioni per mettere al sicuro sé e la propria famiglia. A sua insaputa, il suo ex-marito (Christophe Lambert) cerca di assicurarsi la collaborazione del sindaco locale per facilitare il trasferimento dei familiari, ma lo scacchiere è complicato dalla presenza probabile all’interno della piantagione del misterioso capo della guerriglia che sta per sferrare l’attacco decisivo al potere, servendosi di bambini soldato. Nel cast, anche Isaac de Bankolé, attore ivoriano rivelato dalla Denis stessa con Chocolat (1988) e Al diavolo la morte (1990).

Grande curiosità anche per Hugo en Afrique, doc del regista ticinese Stefano Knuchel selezionato in Orizzonti e dedicato al rapporto speciale che legava Hugo Pratt all’Etiopia e all’Africa in generale. Partendo dalla suggestione di un dettaglio rivelatore alla Quarto potere (al momento di morire, Pratt stringeva tra le mani una croce etiope), il documentario ricostruisce l’avventura africana di Pratt dagli anni dell’infanzia, quando nel 1936 si ritrova catapultato con la sua famiglia in Etiopia, nell’allora punta di diamante dell’Africa Orientale Italiana, rimanendoci fino alla morte del padre, militare di carriera. Ma questo è solo l’inizio di una lunga storia, che il documentario ripercorre ricorrendo alle immagini realizzate in Africa nel 1981 dall’amico scrittore Jean Claude Guilbert e con il sostegno ufficiale di Cong, la società che promuove la valorizzazione dell’eredità artistica del padre di Corto Maltese.

Fin qui la selezione ufficiale. Nella Settimana Internazionale della Critica, tifiamo per Good morning Aman di Claudio Noce, già segnalatosi per il vibrante corto Adil e Yusuf (2007), da cui proviene Said Saprie, coprotagonista con Valerio Mastandrea. Said interpreta qui un ventenne somalo di Roma che si lega d’amicizia con un pugile dal passato oscuro.
Diversi i titoli da segnalare in Venice Days, confezionata quest’anno da Giorgio Gosetti. Anzitutto Harragas di Merzak Allouache, in cui il regista algerino di Omar Gatlato e Chouchou torna al cinema civile raccontando l’odissea di dieci immigrati clandestini (harragas, brûleurs in francese) che scommettono la vita sulla traversata via mare del canale di Sicilia, quattro algerini e sei dall’Africa subsahariana. Nel cast anche il regista Okacha Touita (Morituri).
Mentre, sempre a proposito di migranti, da non perdere il documentario di Marco Simon Puccioni, Il colore delle parole, selezionato in concorso nella sezione Orizzonti.

In cartellone nella sezione Venice Days, invece, anche la coproduzione tedesco/austriaco/francese Desert Flower di Sherry Hormann, biopic sulla vita di Waris Dirie, top model somala impegnata nella campagna contro l’infibulazione. Dalla Francia arriva Qu’un seul tienne, les autres suivrons – Silent voices, opera prima di Léa Fehner sul mondo carcerario, in cui ritroviamo di nuovo Reda Kateb, attore algerino rivelazione con Un prophète di Jacques Audiard. Chiudiamo con La horde di Yannick Dahan e Benjamin Rocher, action thriller futuribile con venature sociali e horror, in cui sbirri zombi e clandestini si fronteggiano in un palazzo della banlieue in rovina: nel cast, anche Eric Ebouaney (Lumumba, Bianco e nero).

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