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Good Hair

di Jeff Stilson

Che si sono messe in testa le afroamericane

Premiato al Sundance 2009 col Premio Speciale della Giuria, salutato con un feedback decisamente positivo da parte della stampa americana (Variety, Los Angeles Times e Washington Post su tutti) e uscito nelle sale a ottobre, Good Hair è un godibile documentario prodotto dal comico Chris Rock (Manuale d’infedeltà per uomini sposati, Head of State) e diretto dall’esordiente Jeff Stillson, che si interroga con ironia e curiosità sui gusti in fatto di acconciature in voga tra le afroamericane, ricavandone una mole considerevole di osservazioni non solo sui fantasmi del bello che agiscono nell’immaginario femminile (e maschile) black, ma anche sulle complesse ricadute economiche che l’industria del capello ha, in una prospettiva interna ma anche global.

Tutto parte, racconta Rock, che attraversa il film come corpo e voce narrante, da una innocente domanda della figlia Lola, sui sette anni: «Com’è che non ho i capelli belli?». L’idea naturalmente deve esserle stata inculcata da qualcuno. Di qui, anzitutto, una serie di interviste, a una leader ricononosciuta come Maya Angelou (sulla cui voce scorrono vecchie, bellissime foto d’epoca, come quella che vi mostriamo) e donne dello spettacolo (le attrici Nia Long, Raven-Symoné, l’ex Salt-N-Pepa Sandra Denton) per cercare di capirci qualcosa. Muovendosi con lo spirito di un Candido moderno in un mondo che ci riporta all’America anni Cinquanta, Rock ha buon gioco nel dimostrare, testimonianze alla mano, che per la stragrande maggioranza delle donne afroamericana, avere good hair significa stirarsi i capelli, facendo ricorso a creme rilassanti (relaxer) che fin dalla più tenera età sono state indotte a usare, magari dalle madri. Alcuni spot dell’epoca ci danno l’idea di questa campagna psicologica, che peraltro non ha mancato di colpire anche diverse icone maschili (James Brown, Michael Jackson, Prince, ecc.). Rock interroga peraltro un chimico, ricavandone sinistre informazioni sui gravi danni che queste creme possono provocare sulla struttura del capello e sullo stesso cuoio capelluto, colpendo nei casi più gravi persino i polmoni. Le creme sono talmente aggressive da provocare una sorta di shock al primo utilizzo, chiamato chemical burn e provocano una sorta di assuefazione in chi ne fa uso (creamy crack), che impedisce di smettere. Non si può più tornare indietro, insomma, non solo perché non ci si sa più vedere senza i capelli a spaghetto ma anche perché i neuroni ci mandano un preciso input per proseguire.

In North Carolina, ci sono delle ditte che hanno costruito un impero sulle creme per stirare capelli, come la Dudley, attorno ai cui stabilimenti è sorta persino una università della bellezza per aspiranti sciampiste, rigorosamente nere. Il caso della Dudley rappresenta però un’eccezione, visto che a parte altri due-tre casi, tutti gli altri soggetti sul mercato sono controllati da CEO e consigli d’amministrazione bianchi o, ancora più spesso, con gli occhi a mandorla. Con Rock ci spostiamo infatti ad Atlanta per seguire il gigantesco Bronner Bros. Hair Show, una fiera annuale dedicata ai prodotti per capelli che culmina con un atteso concorso per il miglior hair stylist. Girando tra gli stand, il comico tocca con mano come la stragrande maggioranza degli stand sia gestita da operatori asiatici. E non per caso. Perché il settore più prospero all’interno dell’industria è quello delle wig, e la totalità delle parrucche ed extension in vendita negli States provengono dall’India e da altri paesi del sud est asiatico. Rock si sposta allora nell’India sudorientale, nella regione dell’Andhra Pradesh dove è fiorente il settore della vendita di parrucche verso il target afroamericano: si scopre guarda caso che in questa zona è diffusa la pratica della tonsura religiosa e che sempre più giovani donne vengono aggredite e rasate nei loro letti in piena notte.

Nell’ultimo blocco, torniamo negli States e in particolare a Los Angeles, la capitale delle parrucche. Il racconto si frammenta, e recuperiamo l’hair contest di Atlanta seguito fino alla fase finale. Molto più interessante è però l’incursione nei saloni di bellezza e nei barbieri di LA, per cogliere dalla viva voce di persone della strada cosa ne pensano dei gusti e delle abitudini delle afroamericane in fatto di capelli. In molti quartieri neri, in cui il barbiere è una sorta di confessore e psicologo sociale, gli uomini neri si lamentano delle pretese delle donne, ma ammettono che sulla sfera dei capelli c’è un alone di mistero che è bene non sollevare. Scopriamo infatti, dalle confessioni di attrici e donne comuni, che una percentuale larghissima di afroamericane fa uso di parrucche ed extension di provenienza asiatica, e che questa scelta le condiziona nei comportamenti quotidiani e persino nella relazione di coppia: per l’uomo è bandito rigorosamente ogni contatto con i capelli della donna. Per Nia Long, «è più intimo fare una doccia con un uomo che farci sesso». Per la pornostar Melyssa Ford, non c’è niente da toccare: «è tutta decorazione»!

Insomma, altro che Angela Davis. Le acconciature afro sono ormai out a Los Angeles e nei negozi di articoli per parrucchieri Rock cerca inutilmente di piazzare per gioco extension crespe. Afroamerican hair, nessuno li vuole. Il dato finale era prevedibile. L’inchiesta divertita di Rock però funziona, regala passaggi davvero gustosi – le interviste nei saloni di bellezza e barbieri – e interventi non scontati (Angelou, Long, persino un redivivo Ice-T…). Va detto che l’argomento non è particolarmente originale: sul microcosmo delle parrucchiere e dei barbieri black, in area americana e non, esiste diverso materiale: ricordo certamente un simpatico doc breve di Claude Haffner (Ko Bongisa Mutu, 2002) girato a Strasbourg-Saint-Denis, uno dei primi film di Spike Lee, Joe’s Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads (1983), e soprattutto Middle Passage-N-Roots (1998), un medio doc della filmmaker indy Ada Babino che partiva davvero dalle stesse premesse.
A conti fatti, sembrerebbe un doc talmente target oriented da non poter interessare in Italia, e invece credo che in homevideo, o magari su qualche canale come Current o Cult potrebbe trovare davvero un suo pubblico, questo Good Hair.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsGood Hair
Regia: Jeff Stilson; sceneggiatura: Lance Crouther, Chris Rock, Chuck Sklar, Jeff Stilson; fotografia: Cliff Charles, Mark Henderson; suono: Robert Jackson; montaggio: Paul Marchand, Greg Nash; con: Chris Rock, Maja Angelou, Ice-T, Melyssa Ford, Nia Long, Raven-Symoné; origine: USA, 2009; formato: 35 mm, col; durata: 96’; produzione: Jenny Hunter, Kevin O’Donnell, Jeff Stilson per Chris Rock Entertainment/HBO; sito ufficiale: goodhairmovie.net

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