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Il Buma

di Giovanni Massa

Italiani d'Egitto: cartoline dal Novecento

La storia del cinema italiano è piena di piccoli film misconosciuti, dimenticati, mal distribuiti, mai entrati nel circuito homevideo, e che nessun guru della critica nostrana – che so: nessun Fofi, nessun Sanguineti, nessun Giusti – ha mai pensato di rivalutare, restituendogli una forma, attuale e presente, di esistenza memoriale. Il Buma, opera prima del palermitano Giovanni Massa, datata 2002, è uno di questi. Prodotto dallo stesso Massa per la CLCT un tempo presieduta da Tornatore, con il concorso del MiBAC – che lo riconosce “Film di Interesse Culturale Nazionale” – e girato nell’estate 2001 fra Palermo, Alessandria d’Egitto e Il Cairo, Il Buma ha fatto qualche comparsa in alcuni festival minori (Salerno, Valdarno, Jewish Eye) uscendo timidamente in sala nell’agosto 2002 e, dopo alcuni passaggi su Sky nel 2003, è scomparso nel nulla, condividendo la sorte di tanti ex-articoli 28 e 8 prodotti dal Ministero e distribuiti (?) dall’Istituto Luce. Una sorte, almeno per chi vi scrive, immeritata. Se non altro, per la materia narrativa e drammatica che il film rimette in circolo.

Il plot, infatti, insiste sulla dinamica comunità italiana di Alessandria d’Egitto – anticapitale cosmopolita quanto nessun’altra dell’area –, raccontata attraverso le complesse vicende di una famiglia arrivata ai tempi della costruzione del canale di Suez e dispersa all’indomani dello scoppio della Guerra dei Sei Giorni, nel 1967. L’azione prende il via a ritroso, nel 1989, dalla notizia della morte ad Alessandria di Matilde (Adriana Asti), ultimo pilastro della famiglia, che colpisce il nipote Andrea, il quale decide di tornare da Palermo per rivedere la casa dov’è cresciuto e dove ritrova il cugino Bruno, un manager schivo che vive in Germania. Ma più che un viaggio nello spazio, il suo diventa un viaggio nel tempo: la casa, anche se ormai spoglia, è custode di antiche memorie e lo spettatore comincia a spostarsi, non senza difficoltà, fra il 1989, il 1967 (anno in cui la guerra con Israele ha colpito le comunità straniere e soprattutto quella ebraica) e il 1980, in cui perdono la vita in un misterioso incidente d’auto due dei protagonisti della nostra storia: l’affarista ebreo Ben (Jacquet Boudet) e la moglie italiana Anna.

Le loro esistenze erano solidamente intrecciate con quella di Matilde, sorella di Ben, sposata con un ambizioso e includente inglese che voleva fare cinema in Egitto, e soprattutto con quella di Max, l’altro fratello di Ben, l’anima folle della famiglia, una specie di dandy che galleggia nel quartiere, visitato di tanto in tanto da un fantomatico uccello notturno che chiama, appunto, Buma (gufo in arabo). L’andirivieni nel tempo ci porta ad esplorare i caratteri in questa famiglia bizzarra, dove ognuno passa senza troppi problemi dall’arabo all’italiano, e poi al francese o all’inglese, lacerata da dispute ereditarie, del tutto indifferente alle sorti all’Egitto e diffidente nei confronti degli egiziani (come Ahmed Bey, uomo d’affari amico di Ben, che pure lui in realtà ha origini turche…). Se Max, pazzo vero o simulato, sembra essere quello che alla fine ha vissuto meglio di tutti, scopriamo che il saggio Ben nel 1967 si è fatto convincere proprio da lui (o meglio, da una delle sue visioni del Buma) a rimanere, contro il parere di tutti. Segreti e misteri che riemergono dalla memoria, sotto forma di ricordi, o anche di lingotti e montagne di banconote, nascoste in nicchie scoperte per caso, ma che nessuno custodirà, come la casa, abbandonata a un anonimo mediatore egiziano.

Vedere, per una serie di fortuite circostanze, Il Buma, come è successo a me, significa annusare per un po’ l’aria di un Egitto polveroso, lontano, ma carico di umori mediterranei, e in particolare di una città, come Alessandria, in cui, oltre a Giuseppe Ungaretti, erano nati diversi cinematografari come Riccardo Freda e Togo Mizrahi, concittadini quindi di Youssef Chahine, iniziato sul set da altri italiani d’Egitto come Gianni Vernuccio (cairota come Goffredo Alessandrini) e Alvise Orfanelli. Nomi e figure in parte citati esplicitamente, in una delle poche sequenze dedicate allo svampito marito inglese di Matilde. La storia con la S maiuscola, tuttavia, rimane sempre fuori dalla porta, evocata attraverso il celebre discorso di Nasser sulla sconfitta del 1967, anzi confinata in un armadio, insieme agli apparecchi radiofonici occultati da Matilde. Si ha la netta impressione che questa sensazione di limbo metatemporale fosse ricercata dagli sceneggiatori (Massa e Ferdinando D’Angeri), così da facilitare lo spaesamento dello spettatore che, seguendo le traiettorie fisiche e mnemoniche di Andrea nella grande casa familiare, viene dirottato di volta in volta in una delle finestre della storia evocate.

Pur essendo un film più scritto che tradotto in immagini, e più immaginato che scritto, come accade a tante opere prime realizzate a basso costo, Il Buma riesce a restituire parte della magia di quel tempo, perduto e ritrovato, che intende mettere in circolo. Merito di un cast, eterogeneo ma con presenze di qualità, come quella di Adriana Asti e del guediguiano Boudet, di una regia piuttosto elegante e ben servita a livello di scenografia, montaggio e score. Alcuni passaggi di oud nella colonna sonora ci riportano al grande cinema tunisino degli anni Novanta, riscaldato dagli assoli di Anouar Brahem: precise suggestioni ci rimandano a un immaginario incastonato negli spazi, centripeti e museali, di case nobiliari cariche di fantasmi e dolori. Le case di Les silences du palais di Moufida Tlatli e Chich Khan di Mahmoud Ben Mahmoud, altro grande omaggio alla comunità italiana, stavolta tunisina. Insomma, un film, con tutte le sue incertezze, lentezze e ingenuità, da riscoprire, come lo è la storia della comunità italiana d’Egitto.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits
Il Buma
Regia: Giovanni Massa; sceneggiatura: Giovanni Massa, Ferdinando D’Angeri; fotografia: Angelo Strano; montaggio: Daniel Hoffman; scenografia: Ferdinando D’Angeri; costumi: Maria Rita Barbera; interpreti: Adriana Asti, Jacques Boudet, Rinaldo Rocco, Franco Scaldati, Raffaella D’Avella, Adriano Giammanco; origine: Italia, 2002; formato: 35 mm, colore; durata: 93’; produzione: Giovanni Massa per C.L.C.T. Coop., Tele +, Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC); distribuzione: Istituto Luce.

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