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Sette giorni per dimenticare l'Africa

di Leonardo De Franceschi

I 20 anni del Festival del Cinema Africano di Milano

Probabilmente l’idea più forte di questa edizione numero 20 del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina sta nell’aver fatto propria la provocazione del Festival di Rotterdam, con quel titolo, Forget Africa?, scelto per definire una delle sezioni più innovative dell’anno. Per le storiche direttrici artistiche del festival milanese, Annamaria Gallone e Alessandra Speciale, l’interrogativo va interpretato come un’esortazione positiva: «Dimenticati l’Africa, quell’Africa che ti viene proposta sempre uguale, pietosa e pericolosa, malata e malandata. Dimenticati quel continente senza speranze e senza futuro, e reinventalo». Di qui la sfida di questa edizione, il cui cuore è rappresentato proprio dalla sezione speciale di Rotterdam riproposta in Italia: tredici fra corti, medi, lunghi, a cavallo tra documentario e finzione, per raccontare un’Africa con gli occhi di chi viene da fuori (dal Sudest asiatico, dall’Europa, dagli Stati Uniti) ma vuole anzitutto restituire parola e dignità ad artisti e società civile locali.

Ma come ogni festival che si rispetti, quello di Milano punta molto anche sulle sezioni competitive, su cui si riversa in genere l’interesse del grande pubblico. La finestra più ambita (il Concorso Lungometraggi Finestre sul Mondo), apre a ventaglio davanti alla giuria composta da Inge Feltrinelli, Isabella Ferrari e il regista egiziano Ahmed Maher (di cui viene riproposto Al mosafer, dopo l’anteprima veneziana) nove dei titoli più significativi del cinema tricontinentale contemporaneo, alcuni dei quali già premiati altrove (l’esordio Adieu Gary, del franco-algerino Nassim Amaouche), presentati in vetrine prestigiose (Dowaha, della tunisina Raja Amari; Moloch tropical, dell’haitiano Raoul Peck), o ancora in cerca di una consacrazione (Les feux de Mansaré, del senegalese Mansour Sora Wade). Il Premio Eni per il miglior lungo peraltro ha un valore economico di tutto rispetto (15.000 euro).

Una giuria tutta composta di giornalisti e capitanata da Maurizio Porro sarà invece chiamata a scegliere il Miglior Film Africano dell’edizione, in una rosa di sei titoli, in cui, oltre ai citati Amaouche, Amari e Wade, fa spicco il film-ritorno del maliano Adama Drabo (Taafe fanga): Fantan fanga, codiretto con Ladji Diakité, si annuncia come una crime story ispirata a un fatto vero, in cui si mescolano satira politica, tradizione africana, poliziesco e superstizione. Molto atteso anche l’esordio dell’egiziano Ahmed Abdalla, Heliopolis, un caleidoscopio di storie intrecciate sullo sfondo del quartiere del Cairo, interpretato dalla star locale Khaled Abu Naga e dalla ormai sempre più egiziana Hend Sabri (Yacoubian Building, Poupées d’argile, Les silences du palais). Fuori concorso, oltre al film di Maher, alcuni titoli caldi dell’anno come il pluripremiato Mugabe and the White African, di Lucy Bailey e Andrew Thompson, sulla resistenza di una famiglia di agricoltori bianchi contro la politica di espropri forzosi imposta da Mugabe in Zimbabwe; e come, soprattutto, il film che apre l’edizione, perla senza confronti della produzione americana indy 2009, quel Precious di Lee Daniels che prima o poi vedremo finalmente anche in sala, grazie a Fandango.

Tra gli eventi che arricchiscono il cartellone, segnaliamo la sezione Extr’A, dedicata a film che raccontano l’Italia di oggi vista dal punto di vista dei migranti, protagonisti davanti e talvolta anche dietro la cinepresa: tra i titoli, aspettiamo in particolare C.A.R.A. Italia, di Dagmawi Ymer (già coregista di Come un uomo sulla terra) e La trappola dell’italo algerino Lemnaouer Ahmine, sullo sgombero di uno stabile occupato da rifugiati a Milano lo scorso anno. Per chiudere, la sezione tematica dell’anno, in un 2010 segnato dal doppio appuntamento della Coppa d’Africa in Angola e dai Mondiali di Calcio in Sudafrica, è dedicato all’Africa nel pallone: sette titoli, per fare il punto su quello che il calcio rappresenta per migliori di ragazzi, fra sogni, passioni, desideri di fuga; ma anche una tavola rotonda, in programma il 19 marzo alle 17 presso lo Spazio Oberdan. Non manca un breve ma significato excursus nella storia dei vincitori del Festival, da Tilai di Ouedraogo a Pièces d’identités di Ngangura. E poi i doc di Finestre sul mondo in competizione, i corti africani in lizza per un premio, gli eventi in programma nel Festival Center della Casa del Pane… Si comincia lunedì 15 e avanti fino al 21 marzo, fra proiezioni, incontri, dibattiti, per lacerare l’immagine di un’Africa che fa comodo a troppi, come fa l’artista Anahi DeCanio nel poster di quest’anno, lasciando intravedere un rapimento rosa al di là del bianco: ancora un riconoscimento per le donne africane, alle quali una campagna vorrebbe dare il Nobel per la Pace 2011?

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