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Villa Jasmin

di Férid Boughedir

Alla ricerca di una Tunisia perduta

In questi giorni, l’emittente francofona TV5 Monde (Sky 540) ha trasmesso in prima visione il tv movie Villa Jasmin (2009), ultima fatica del regista tunisino Férid Boughedir, ispirato all’omonimo romanzo autobiografico di Serge Moati. Una presenza ingombrante, quella di Moati, scrittore, attore e regista francese, originario di una famiglia di ebrei tunisini, qui in veste anche di produttore, con la sua Image et Compagnie. Oltre alla destinazione televisiva, ciò spiega in parte, la dominante in qualche misura oleografica e impersonale di diversi episodi, lasciando immaginare un rapporto non troppo pacifico fra il produttore-autobiografo e l’autore brioso e graffiante di Halfaouine - L’enfant des terrasses (1990) e Un été à la Goulette (1996).

Quella narrata è dunque la storia della famiglia Moati. Nel plot del romanzo/film, Serge Boccara (Clément Sibony) rientra in Tunisia con la fidanzata Jeanne (Judith Davis) incinta, vent’anni dopo la partenza dal paese, lasciato alla morte improvvisa della madre Odette (Elsa Mollien), sopravvenuta nel 1957, pochi mesi dopo quella del padre Serge (Arnaud Giovaninetti), e quindi poco dopo l’indipendenza tunisina. Sì, perché Serge padre viene in qualche modo considerato un eroe della resistenza tunisina, avendo combattuto a fianco di De Gaulle in Francia, tanto che Serge figlio, in realtà, ha assunto questo nome - il suo vero è Henry - proprio per recuperare anche così il segno di una continuità che invece la sua partenza da bambino ha interrotto. Il suo viaggio diventa quindi subito un percorso di ricerca del tempo perduto, a partire dai luoghi dove si è svolta la vita dei genitori, anzitutto villa Jasmin, dove hanno vissuto gli anni più belli della giovinezza e hanno concepito la sorella maggiore (Anissa Daoud) e lui.

Ma i fili del tempo s’intrecciano e Serge padre e figlio cominciano subito ad incontrarsi in una specie di dimensione parallela mentre il racconto si svolge sotto i nostri occhi e vediamo Serge padre farsi strada da giornalista mondano su «Tunis soir» e da fervido difensore della causa rivoluzionaria e indipendentista su «Tunisie socialiste». Scoppia la guerra, Serge viene arruolato ma torna ben presto dopo l’armistizio per riprendere a scrivere, viene arrestato per la sua attività politica ostile al governatore francese, sodale con Vichy al punto da perorare l’applicazione di leggi antisemite. Con l’occupazione della Tunisia da parte delle forze tedesche, dopo lo sbarco degli alleati in Algeria (periodo rivisitato di recente da Il canto delle spose di Karin Albou), la situazione per la comunità ebraica precipita, e Serge viene arrestato e portato in un campo di concentramento in Germania. Ne rientra a guerra finita, ingrigito e spento. Serge figlio, o meglio Henry, inutilmente cerca di far incrociare sguardo e ricordo nella Tunisia degli anni Settanta: la villa è ormai sede di un’impresa di cavi telefonici, il Theatre Rossini dove i genitori si sono conosciuti è a pezzi. Tutto ciò che rimane è la vecchia e fedele tata di famiglia Rachel (Fatma Ben Saidane), la quale restituisce al ragazzo il medaglione di famiglia che la madre Odette aveva ricevuto a sua volta dalla terribile suocera Tsia, di origini livornesi: nel medaglione, infatti, è inciso l’ultimo verso della Divina Commedia.

Ad appassionare, in Villa Jasmin è, assai più che la ricerca di Henry/Serge figlio, questo doppio viaggio nella memoria che si dispiega davanti ai nostri occhi. Da una parte, quello in una Tunisia davvero lontana, dove ebrei convivevano con arabi, berberi, italiani, francesi, maltesi, spagnoli, ecc., già celebrata in Un été à La Goulette. Di grande interesse la ricostruzione del quadro familiare dei Moati, con la altezzosa Tsia, fiera della sua ascendenza ebrea europea - ma non ha mai messo piede in Italia -, che accetta a malincuore che il suo Serge sposi una Chemama, cioè una piccola ebrea indigena, per poi rimanere conquistata dalla sua dolcezza. Sottile anche lo spaccato della vita politica del tempo, con alcuni notabili del movimento Neodestour tentati dall’alleanza con i tedeschi in funzione antifrancese e i primi segnali del progetto sionista. Ma a riscaldare il cuore, cinefilo, di chi sa, è il secondo viaggio, quello che Boughedir ci fa compiere in una Tunisia fisica e antropica, fatta di luoghi - la villa naturalmente, ma anche il teatro, e l’hammam dove si rifugia Odette durante l’occupazione nazista - e corpi attoriali, che ci riportano al migliore cinema tunisino (e non solo) degli ultimi vent’anni: la magnifica Fatma Ben Saidane (Les silences du palais, Arab), anzitutto, ma anche Hélène Catzaras (Les silences du palais), Raouf Ben Amor (Aziza, Bent familia), Ahmed Hefiene (La giusta distanza, Poupées d’argile), Lotfi Abdelli (Making of, La villa), e poi ancora Anissa Daoud, Saoussen Maalej, in un casting che compone una sorta di grande famiglia allargata.

Finché la strada del film incrocia i fili di questa doppia memoria, l’emozione è autentica e ci restituisce frammenti del Boughedir che (ri)conosciamo, allegro e malinconico al contempo. Quando il tono si fa più serioso e il film poggia sulle spalle dei quattro interpreti francesi, la partita comincia a farsi più perigliosa e incerta, e capita di incrociare sequenze di gusto cinéma de papa alternate a passaggi infelicemente audaci (come l’incontro metatemporale nel campo di concentramento fra Serge padre e figlio, che si abbracciano), o inutilmente didascalici (come l’epilogo zuccheroso, sulla nave che riporta in Francia il pacificato Henry con la fidanzata).
Al di là di tutto, di una confezione raffinata ma tutto sommato anonima - se si eccettua il buon lavoro su scenografie e costumi - rimane il senso di una memoria preziosa, quella della comunità ebraica tunisina, che il film rimette in circolo, consegnandolo a una generazione - il discorso vale per la Tunisia, ma più in generale per tutti i paesi del Mediterraneo di immigrazione, quindi anche per l’Italia - che non riesce più a declinare la propria appartenenza a una terra, se non in un regime di esclusione dell’altro.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsVilla Jasmin
Regia: Férid Boughedir; sceneggiatura: Luc Béraud, con la collaborazione di Férid Boughedir, dal romanzo autobiografico di Serge Moati; fotografia: Carlo Varini; montaggio: Pascale Chavance; suono: Hechmi Joulak; scenografia: Taoufik El Bahi; costumi: Adrienne Ghenassia; musiche: Charles Court; interpreti: Arnaud Giovaninetti, Elsa Mollien, Clément Sibony, Judith Davis, Manuel Blanc, Fatma Ben Saïdane, Ahmed Hefiene, Lotfi Abdelli, Raouf Ben Amor, Anissa Daoud, Hélène Catzaras, Saoussen Maalej; origine: Francia, 2009; formato: Super 16, Dolby Srd; durata: 90’; produzione: Serge Moati per Image et Compagnie, con la participazione de France 3 e ARTE France; produzione esecutiva: Ahmed Bahaeddine Attia e Mehdi Attia per Cinétéléfilms (Tunisia).

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