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Cannes 63: Mahamat-Saleh Haroun

di Maria Coletti

«L'Africa ha dimenticato il legame fra padri e figli»

«L’Africa ha perso una cosa fondamentale per la sua cultura: la trasmissione da padre a figlio», ha dichiarato, presentando il suo film Un homme qui crie in lizza per la Palma d’Oro, il regista ciadiano Mahamat-Saleh Haroun in un’intervista alla AFP realizzata da Rébecca Frasquet e pubblicata sul sito del Festival di Cannes.

Mahamat-Saleh Haroun, 49 anni, dice di aver condensato nel suo film le guerre che hanno insanguinato il Ciad per più di 40 anni e di essersi ispirato in particolare agli avvenimenti del 13 aprile 2006, quando, durante le riprese del suo film precedente Daratt, le truppe ribelli sono entrate nella capitale N’Djamena scatenando panico e violenza: «Proprio quel giorno il giovane protagonista del film, Ali Barkai, compiva 18 anni... Che regalo di compleanno per entrare nel mondo degli adulti!». Dopo alcune ore di combattimenti, infatti, per le strade c’erano 300 cadaveri: una tragedia amara, purtroppo già vissuta dal regista, che, a soli 19 anni, aveva dovuto fuggire dal suo paese in guerra.

«L’Africa ha interrotto la trasmissione fra la generazione dei padri dell’indipendenza e le generazioni successive: questa rottura ha generato la violenza e l’impossibilità di avere un orizzonte politico stabile. Alcuni come Thomas Sankara e Kwame Nkrumah hanno visto soffocare i propri sogni, ma è anche vero che, nella storia dell’umanità, nessuno stato moderno si è costruito in 50 anni...».

Alla giornalista Haroun ha dichiarato di essere molto emozionato e un po’ intimidito all’idea di essere in competizione ufficiale, accanto a due delle tre K che ama di più: Kiarostami e Kitano (l’altra K è Kurosawa, morto nel 1998). Ma ha anche ammesso di provare una profonda tristezza nell’essere l’unico regista a rappresentare l’Africa subsahariana, che festeggia quest’anno i 50 anni di indipendenza ed è assente nella competizione di Cannes dal 1997, l’anno di Kini & Adams di Idrissa Ouedraogo. «Mi dico che bisogna essere grandi sognatori per continuare a fare cinema in paesi che non finanziano le produzioni locali o in cui le sale cinematografiche continuano a chiudere...».

In Ciad, però, sembra accendersi una piccola luce di speranza: il cinema Normandy, immortalato da Raymond Depardon nel suo libro Voyages e che Haroun aveva filmato in condizioni ormai fatiscenti nel film Bye Bye Africa, sta per riaprire dopo lavori di restauro.

* Nella foto, Mahamat-Saleh Haroun (al centro) al photo-call con i due protagonisti del film (copyright AFP)

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