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mercoledì 7 settembre 2011

Tunisia: cinema e rivoluzione

Sul Manifesto di oggi un approfondito articolo di Giuliana Sgrena ci aggiorna sullo stato della rivoluzione tunisina, soprattutto in rapporto alla cultura e al cinema, in momento molto delicato: le elezioni sono alle porte (previste ad ottobre) e lo spettro degli islamisti rischia di far passare in secondo piano l’importanza della libertà di espressione artistica e culturale.
A farne le spese, a fine giugno, il documentario Laicité Inch’Allah della regista tunisina Nadia El Fani, attaccata per il suo manifesto sulla laicità (la prima versione del titolo era Ni Allah ni maitre, ovvero "né Allah né padroni"). Addirittura a causa della proiezione del film era stata assalita e danneggiata da un gruppo di islamisti la sala dove il documentario era in programma, il CinemAfricArt.
La sala, punto d’incontro di cinefili ed intellettuali a Tunisi, è ora chiusa e la Sgrena intervista sul Manifesto il gestore Habib Bel Hédi, un nome di punta dell’opposizione sotto Ben Ali: comunista, creatore di Familia Production con la quale ha prodotto le opere teatrali più belle di Jalila Baccar e Fadhel Jaibi, produttore cinematografico e organizzatore culturale. Nonostante la chiusura non si dà per vinto e spera di riaprire presto la sala, ribadendo che "la cultura deve trovare spazio nella prossima Costituzione, dove deve essere garantita la libertà di espressione, di creazione e invenzione". E Habib ricorda che la proiezione del documentario di Nadia El Fani era stata indetta con l’associazione Lam Echami e la Lega araba per i diritti dell’uomo proprio per ribadire la libertà di espressione e per condannare chi attacca gli artisti. Non a caso più o meno nello stesso periodo dell’attacco al film di Nadia El Fani ci sono stati altri episodi più o meno violenti di matrice islamista, tra cui l’aggressione al regista Nouri Bouzid, uno dei nomi di punta del cinema tunisino.

Fonte: Il Manifesto

[Maria Coletti]

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