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domenica 17 gennaio 2016

Akomfrah in mostra a Bristol e a Londra

"Se io non ho distrutto questo paese, non c’è motivo che altri migranti dopo di me debbano farlo": si esprime chiaramente sul Guardian il cinesta britannico John Akomfrah, che, immigrato con la famiglia a quattro anni dal Ghana, si sente in dovere come intellettuale di arginare l’ondata di crescente panico e rifiuto nei confronti delle migrazioni. E lo fa attraverso il suo lavoro sull’immaginario e sulle immagini - da sempre attento analista delle dinamiche di razza e identità in una prospettiva postcoloniale - in due diverse mostre contemporanee a Bristol e a Londra che ospiteranno da gennaio ad aprile tre sue nuove installazioni.

All’Arnolfini di Bristol è in mostra (16 gennaio - 10 aprile) la videoinstallazione Vertigo Sea, già presentata all’ultima Biennale di Venezia: un trittico che intreccia l’avidità e l’orrore che si nascondono dietro la caccia alle balene con la tragedia senza fine dei migranti che muoiono nel Mediterraneo. Un’idea suggerita da un fatto realmente accaduto: un profugo nigeriano gettato in mare dal barcone su cui cercava di arrivare in Europa e salvatosi attaccandosi a una rete per la pesca dei tonni.

Alla Lisson Gallery di Londra si aprirà a breve (22 gennaio - 12 marzo) una ricca personale dei lavori di John Akomfrah, tra cui anche fotografie e due nuove videoinstallazioni, realizzate in Grecia e alle Barbados. Nella prima, Akomfrah guarda alla crisi greca attraverso lo sguardo cinematografico di Theo Angelopoulos. Nella seconda, invece, il cineasta intreccia le moderne rotte migratorie con le parole dello scrittore caraibico George Lamming e un fatto poco conosciuto accaduto nel 1654, quando gli ebrei sefarditi fuggirono l’Inquisizione del cattolico Brasile rifugiandosi proprio nelle Barbados.

Se queste due grandi mostre contemporanee, e la notizia del progetto di un nuovo lungometraggio sulle Black Panthers, promettono di dare ulteriore risalto alla sua opera, nell’intervista al Guardian Akomfrah non nasconde la sua indignazione di fronte al fatto che la comunità nera continui ad essere assente nei media, proprio come lo era quando lui era solo un ragazzo.

Qui l’articolo completo del Guardian

[Maria Coletti]

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