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giovedì 26 giugno 2008

Una giornata per le vittime della tortura

“Nessun individuo potrà essere sottoposto a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti”: lo afferma l’articolo 5 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, che quest’anno compie 60 anni. Ancora oggi però la tortura è una pratica diffusa. Lo denuncia l’Unione Europea: sono 102 i paesi nel mondo che ancora la praticano; in media sono 16.000 i richiedenti asilo sopravvissuti ad esperienze di tortura che ogni anno bussano alle porte del continente; in base alle stime in Europa vivono oggi 400.000 rifugiati vittime di tortura.
Amnesty International torna a chiedere all’Italia di assolvere ai suoi obblighi in tema di tortura in occasione del 26 giugno, Giornata internazionale per le vittime di tortura.
A partire da oggi, per cinque giorni, gli attivisti di AI invieranno appelli via fax al Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, perché il governo italiano ribadisca pubblicamente la natura assoluta del divieto di tortura e dia seguito ad alcune importanti raccomandazioni. L’Italia aspetta ormai da quasi 20 anni l’introduzione del reato di tortura nel codice penale e non ha ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.
Il nostro paese è responsabile per il suo coinvolgimento nella sparizione forzata, la detenzione illegale e il trasferimento in Egitto di Abu Omar e di ogni altra violazione dei diritti umani cui egli sia stato sottoposto, compresa la tortura, a causa delle azioni dei funzionari italiani. L’Italia non ha ancora condannato la pratica delle rendition e continua a non collaborare con le inchieste internazionali che la vedono coinvolta.
Un eclatante caso di ingiustizia è quello di Cherif Foued Ben Fitouri, regolare cittadino straniero in Italia da oltre 10 anni, sposato con un’italiana e padre di 3 figli. Nel gennaio 2007 è stato espulso, senza che gli venisse data la possibilità di contattar un avvocato o la sua famiglia. La sua colpa sarebbe quella di aver condiviso un appartamento con dei connazionali risultati poi complici e spalleggiatori di aspiranti terroristi. Fino al 5 marzo 2008 è rimasto rinchiuso nelle carceri tunisine, dove la tortura è pratica sistematica e impunita.
Il c.d. "decreto Pisanu" sulle espulsioni di sospetti di terrorismo, adottato nel 2005, consente l’espulsione di migranti regolari e irregolari sulla base di una vaga definizione del rischio da essi posto e senza tutela efficace contro il rimpatrio forzato in paesi in cui rischiano la tortura.
E’ tuttora a rischio anche il principio che consente a chi richiede asilo all’Italia, perché in fuga da persecuzioni e tortura nel suo paese, di rimanervi fino alla decisione in seconda istanza della sua domanda. Il governo intende infatti abolire il cosiddetto "effetto sospensivo" del ricorso contro il diniego dello status di rifugiato, recentemente introdotto.

[Maria Coletti]

"Per tortura si intende ogni atto mediante il quale siano inflitti intenzionalmente a una persona dolori e sofferenze gravi, sia fisici che mentali, allo scopo di ottenere da essa o da un’altra persona informazioni o una confessione, per punirla per un atto che essa o un’altra persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, per intimidirla o sottoporla a coercizione o intimidire o sottoporre a coercizione un’altra persona o per qualunque ragione che sia basata su una discriminazione di qualsiasi tipo, a condizione che il dolore o la sofferenza siano inflitti da o su istigazione o con il consenso o l’acquiescenza di un pubblico ufficiale o altra persona che svolga una funzione ufficiale. Non comprende il dolore o la sofferenza che risultino esclusivamente da, o siano inerenti o incidentali rispetto a sanzioni lecite." (Art. 1.1 della Convenzione dell’ONU contro la tortura del 1984)

Vai all’appello di Amnesty International Italia

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