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Cannes 63: Oliver Schmitz

di Giorgio Sgarbi

Nulla è più contagioso delle bugie...

Lunghissimi applausi e un’ovazione di quasi dieci minuti nella sala Debussy hanno accompagnato la fine della proiezione di Life, Above All, in concorso nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes.
Stiamo di fronte ad un dramma emotivo universale di una ragazza (magistralmente interpretata da Khomotso Manyaka, all’esordio cinematografico) che combatte con forza e coraggio la vergogna ed il timore che avvelenano la sua comunità.

Diretto dal regista sudafricano Oliver Schmitz (Paris, je t’aime - 2003), Life, Above All è tratto dal romanzo Chanda’s Secrets del canadese Allan Stratton.
Il regista, già presente a Cannes nel 1988, sempre nel Certain Regard con Mapantsula, era tra gli spettatori insieme al ministro della Cultura Lulu Xingwana, al produttore Oliver Stoltz, e ai tre principali interpreti sudafricani (Khomotso Manyaka, Lerato Mvelase, Harriet Manamela).

Alla fine della proiezione Schmitz ha rivelato: «Ero così nervoso, giuro, ogni volta che qualcuno tossiva, mi preoccupavo, perché tutti sappiamo che il pubblico qui è sempre molto cinico. Se non trovano qualcosa di divertente non esitano a uscire immediatamente. Così, quando le luci si sono accese e abbiamo visto gente con le lacrime agli occhi, è stato un sollievo». E continua Schmitz: «Sono così felice per Khomotso. Amo questa ragazza, davvero. Lei non è il genere tipico di attrice. Lei è piuttosto indipendente e serena. Una persona così giovane, che non ha mai recitato prima, ha capito molto bene quello che volevo da lei. Si merita tutto questo».

Ci troviamo nella piccola e polverosa cittadina di Elandsdoorn, una township sudafricana, situata a circa 200 chilometri da Johannesburg, nella provincia di Mpumalanga. La vita della comunità è semplice e serena. Chanda è un’adolescente di 12 anni, promettente e laboriosa studentessa con un futuro luminoso, ma la sua vita è destinata a cambiare drasticamente: il fratello piccolo muore per una causa sconosciuta, la madre Lillian (Lerato Mvelase), accusata di avvelenamento con il suo latte, si ammala anche lei gravemente, il patrigno senza lavoro annega nell’alcool, lasciando alla giovane la cura degli altri due fratelli più piccoli. Nel frattempo i vicini, una volta grandi amici, diventano sempre più distanti e cominciano a diffondere pettegolezzi. "Zietta" Tafa (Harriet Manamela) fa quello che può per aiutare la famiglia e convince infine Lillian, accusata dagli abitanti di essere sieropositiva, a lasciare la città.

Nel frattempo Esther, la sua migliore amica, è costretta alla prostituzione e in un incontro violento con un cliente viene malmenata e probabilmente contagiata di AIDS. Chanda non esita a curare ed ospitare l’amica ferita, attirando ancor di più le antipatie dei vicini. Sospettando che l’irrazionale ostracismo della comunità abbia a che fare con la malattia di sua madre e la morte del fratello, Chanda chiede risposte, ma si scontra con un silenzio ostinato: nessun nome viene dato alla malattia che sta colpendo la sua famiglia. Non volendo più sostenere il peso del segreto, decide infine di abbandonare gli studi per cercare la madre e la verità.

Girato con dialoghi in lingua locale Pedi, con l’aiuto dietro le quinte di molti abitanti locali reclutati ad Elandsdoorn (come racconta il co-produttore Greig Buckle), il film si dipana con un ritmo lento, mentre Chanda cerca di capire perché il suo mondo sta cadendo a pezzi.

Anche se Schmitz dichiara che «Non è un film sull’AIDS, è un dramma molto commovente di un rapporto madre-figlia testato da tabù, malattie e bugie», emerge violentemente lo spettro dell’HIV e nei titoli di coda c’è la dedica agli 800 mila orfani Sudafricani dell’AIDS.
Ovviamente Life Above All invia un messaggio forte, ma prima di tutto è la storia di Chanda: «Nulla è più contagioso delle bugie...»

Giorgio Sgarbi | 63. Festival di Cannes

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