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Cannes 63: Un homme qui crie

di Mamahat-Saleh Haroun

Corpi trascinati dalla corrente

Film tra i più apprezzati dalla critica nella competizione di questo 63° Festival di Cannes, Un homme qui crie ha valso al suo regista, il ciadiano Mahamat-Saleh Haroun, un meritato premio della giuria. «Vengo da un paese in cui non esiste granché. In questo contesto desertico ho imparato una cosa, che bisogna fare i film come i piccoli piatti a fuoco lento che si preparano alle persone care»: un commosso Haroun così ha commentato a caldo il premio ricevuto dalle mani di Asia Argento, dedicandolo alla madre. Una conferma importante, per un regista già venuto in selezione ufficiale a Cannes con Abouna (2002) ma scoperto e per così dire consacrato autore dalla Mostra di Venezia, con Bye Bye Africa (1999) e Daratt-La stagione del perdono (2006).

Ancora la guerra civile. Ancora una storia di rapporti padre-figlio ambigua, inscritta in un orizzonte di incertezza e di perdita. L’uomo che grida del titolo – a voler scivolare dalla citazione poetica di Césaire al plot – è un ex campione di nuoto di 55 anni, Adam (Youssouf Djaoro). L’acqua è il suo elemento naturale ed è in una piscina di un hotel per turisti facoltosi che lavora, come istruttore. Ha formato al lavoro anche l’unico figlio ventenne Abdel (Diouc Koma). Per Adam l’albergo è un oasi felice in un mondo che sta esplodendo: la guerra civile infuria, i ribelli si avvicinano alla capitale, radio e televisioni moltiplicano i comunicati rassicuranti e il governo si fa vivo solo per sollecitare un maggiore sforzo a sostegno dell’esercito. Ma un giorno, a superare la sbarra dell’albergo, dopo la globalizzazione – nelle vesti di una direttrice cinese (Li Heling) – è anche il tempo: è arrivato il momento per lui di cedere il proprio posto al figlio, o almeno così decide la temibile Madame Wang.

Per Adam, costretto a sua volta a prendere il posto dell’amico Etienne alla guardiola, è un’umiliazione cocente, a cui non riesce a rassegnarsi. Ma la guerra bussa più forte alla porta: il pugno è quello del capo di quartiere Ahmet (Emile Abossolo M’Bo), che esige da Adam il pagamento della tassa di guerra, oppure l’arruolamento forzoso nell’esercito del figlio. Adam non ha scelta: Abdel finisce al fronte, e Adam e la moglie Mariam si trovano ad accogliere Djéneba (Djéneba Koné), una giovanissima cantante maliana che aspetta un figlio da Abdel. La situazione precipita: Adam tenta disperatamente di rimanere aggrappato alla sua piscina finché, davanti allo spettacolo di una città che si spopola per paura dei ribelli, non parte verso un ultimo viaggio alla ricerca del figlio.

«Gardez-vous de vous croiser les bras en l’attitude stérile du spectateur, car la vie n’est pas un spectacle, car une mer de douleurs n’est pas un proscenium, car un homme qui crie n’est pas un ours qui danse». Così il grande poeta martinicano Aimé Césaire in uno dei passi più densi di significato del suo Cahiers d’un retour au pays natal (1939). Ancora più didascalicamente, il titolo di lavorazione del film recitava Un homme qui crie n’est pas un ours qui danse, come a marcare con più forza il debito d’ispirazione diretto al poema di Césaire, filtrato dall’Abderrahmane Sissako de La vie sur terre (1998), apologo cinematografico che usa il testo di Césaire come un palinsesto, riscrivendolo liberamente. Un messaggio apparentemente semplice, persino ovvio, ma così essenziale per inquadrare la condizione permanente dell’Africa, continente immerso in un mare di dolore che lo sguardo di noi occidentali trasforma in proscenio, scosso da grida che continuano ad intrattenerci in prima serata. Haroun ci invita a dismettere l’attitudine sterile dello spettatore e ad aprire la nostra comprensione alle ragioni di una condizione d’esistenza che non conosce ragioni, ma solo fragilità e dolore.

L’insistenza – una vera e propria ossessione/marca d’autore – sul motivo della paternità, di volta in volta cercata, perduta, negata, tradita, non condanna un singolo padre ma inchioda alle sue responsabilità un’intera generazione, incapace di portare a compimento le promesse della decolonizzazione, consegnando ai figli un’Africa più consapevole. Ma in Haroun l’immagine non è mai illustrazione di una tesi, né di una frase poetica. Mai come in Un homme qui crie assistiamo alla messa in campo di una retorica filmica estremamente raffinata, rarefatta, controllata, che lavora per sottrazione, accumulando ellissi che prolungano indefinitamente l’attesa dello spettatore. La cinepresa si tiene a debita distanza dai corpi, li accarezza con movimenti morbidi che accompagnano i loro attraversamenti nello spazio caotico della città, si avvicina lentamente alla decifrazione della geografia di un volto (quello di Adam, nell’estenuato travelling che si avvicina al suo primissimo piano, colto nel momento della scelta), li incornicia in un’iconogramma così vicino/lontano a quelli del Kitano più minimalista (l’immagine di padre e figlio di schiena che guardano verso il fiume), addirittura raccoglie in una miracolosa incursione nella soggettiva l’ultimo sguardo – in limine mortis – di Abdel (uno sguardo sul fiume al quale verrà affidato amorevolmente dal padre).

Mai come in Un homme qui crie Haroun è parso così attento alla composizione del quadro, all’articolazione dei rapporti fra campo e fuoricampo, a un prosciugamento ascetico della colonna sonora (limitata a rarissimi interludi sommessi, distillati da Wasis Diop). Basti pensare alla sequenza magistrale della cena domestica, in cui, dopo il colloquio con Mme Wang che ha sancito la degradazione dell’uno e l’ascesa dell’altro, Mariam cerca inutilmente di strappare al marito e al figlio una parola, anche solo di commento sul cibo che ha preparato con amore – lo stesso amore che ci mette l’amico cuoco David congolese, David che non riesce a capire e ad accettare come la cucina dell’albergo possa fare a meno delle sue cure preziose: una scena decantata con un gusto dell’attesa e del contrappunto ironico (la vicina che disturba sempre, chiedendo ogni volta qualcosa…) che richiamano consapevolmente Ozu.

Mai come in Un homme qui crie Haroun ha cercato di far lievitare il livello delle performance attoriali, mettendo a nudo i suoi interpreti, spogliandoli dei cliché ingrommati dal tempo. Basti pensare ad Emile Abossolo M’bo, così sovente condannato ai panni del cattivo in tanto cinema africano recente e qui invece (come però già in Ezra, di Newton Aduaka) riscattato da un’umanità fragile che lo accomuna all’inettitudine di Adam. O ad autentici momenti di vibrazione magica, come quello in cui Djéneba, ascoltato l’audiomessaggio di Abel – Adam, Abel: l’associazione biblica vale soprattutto per il rinvio alla storia del sacrificio di Isacco da parte di Abramo –, si lascia andare a un canto sommesso che scioglie il dolore in una melodia di feroce bellezza.

Come forse queste osservazioni lasciano indovinare, rispetto all’essenzialità mozartiana di Daratt, in cui Haroun sembrava trovare, senza cercarla, la quadratura del cerchio fra narrazione, emozione e stile, qui talvolta la partitura audiovisiva tradisce gli scarti di un’intenzionalità espressiva tesa di volta in volta a costruire trattenere preparare un nuovo movimento. Questo non significa, peraltro, che la narrazione ne perda di efficacia, l’emozione di intensità, lo stile di incisività. Dopo un’interrogazione sulla necessità, storica, del perdono, Haroun ci consegna una nuova riflessione, universalmente laica, lucidamente senza riscatto – che non sia quello dell’accettazione dei propri limiti – sulla fragilità dell’uomo, rivelata dalle prove della vita. Siamo pronti a scommettere che, come i giurati di Cannes, anche tanti giovani italiani di venti e cinquantacinque anni saprebbero apprezzare questo nuovo distillato di cinema firmato Haroun, ma chissà se qualche distributore gliene darà l’opportunità.

Leonardo De Franceschi | 63. Festival de Cannes

Cast & CreditsUn homme qui crie
Regia: Mahamat-Saleh Haroun; sceneggiatura: Mahamat-Saleh Haroun; fotografia: Laurent Brunet; montaggio: Marie-Hélène Dozo; suono: Dana Farzanehpour; musica: Wasis Diop; scenografia: Ledoux Madeona; costumi: Céline Delaire; interpreti: Youssouf Djaoro, Diouc Koma, Emile Abossolo M’Bo, Djénéba Koné, Hadje Fatime N’Goua; origine: Francia/Belgio/Ciad, 2010; formato: 35 mm, scope, colore; durata: 92’; produzione: Florence Stern per Pili Films, in coproduzione con Entre Chien et Loup, Goi-Goi Productions; distribuzione internazionale: Pyramide International

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