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Cannes 63: Hors-la-loi

di Rachid Bouchareb

Tra affresco storico ed epica popolare

Film ampiamente annunciato da una scia preventiva di polemiche, una volta tanto non artificiose ma dovute alla memoria esplosiva con si confronta, questo opus numero sette di Rachid Bouchareb, francese di seconda generazione e origini algerine, ha lasciato reazioni tiepide nella critica come nella giuria di Cannes, dov’è stato presentato in concorso l’ultimo giorno. Bisognerà aspettare il 22 settembre per cogliere gli umori del pubblico transalpino: non è difficile immaginare che almeno un’intera comunità, quella dei francesi di natali od origini algerine, si riverserà in massa per risfogliare un album di famiglia troppo a lungo tenuto chiuso nei cassetti. Quanto a noi, speriamo che la Eagle Pictures, che ha coprodotto il film, non lo distribuisca direttamente in homevideo come ha fatto, tre anni dopo il premio per gli attori a Cannes, con Indigènes (2006), ribattezzandolo per giunta, analogamente a quanto fatto con il terzultimo film di Bouchareb, Outlaws. Detto per inciso, siamo peraltro tuttora in attesa del penultimo film, London River, presentato alla Berlinale 2009 e congelato dalla Bim in attesa di tempi migliori: varrà come un omaggio, tardivo ma necessario, alla grande arte attoriale di Sotigui Kouyaté.

Hors-la-loi racconta diciotto anni di storia intrisa di sangue tra Francia e Algeria, dalla fine della seconda guerra mondiale a quella della guerra di liberazione, nel 1962. Con un antefatto però, datato 1925: una scena davvero seminale, in cui il vecchio padre contadino dei tre fratelli protagonisti, allora bambini, Said (Jamel Debbouze), Messaoud (Roschdy Zem) e Abdelkader (Sami Bouajila), si vede arbitrariamente confiscata la propria terra dal caid locale (Larby Zekal) e ceduta a un ricco colono francese. Ma bastano i titoli di testa per far avanzare il tempo del racconto di vent’anni e condurci bruscamente a un 8 maggio 1945 carico di storia esaltante e tragica: mentre a Parigi gli alleati liberano la capitale, nella cittadina di Sétif, in risposta a una manifestazione di sudditi coloniali che per la prima volta osavano invocare diritti e autonomia, l’esercito e i pied noir rispondono con un massacro di civili. È l’episodio incriminato, la cui evocazione più ha turbato le anime belle della destra nostalgica francese. Ucciso il padre, arrestato Abdelkader, arruolato Messaoud a combattere in Indocina, nove anni dopo l’eccidio di Sétif, Said vendica il padre, uccidendo il caid e convince la vecchia madre (Chafiaa Boudraa) a seguirlo in Francia.

L’impatto con la bidonville di Nanterre in cui vanno a vivere è devastante: una piccola Algeria che vive ammassata in baracche di lamiera e cartone, dove un’umanità curva e sconfitta si trascina ogni giorno nel vicino stabilimento della Renault. Said, che già in patria aveva il pallino della boxe, ci mette poco a capire come tirarsi fuori dalla miseria: con l’aiuto di un connazionale, entra nel giro della prostituzione e con i facili ricavi, arriva a impiantare una doppia attività, con un locale notturno e una palestra. Gli anni passano. Nel 1956 Messaoud torna dall’Indocina senza un occhio ma vede molto bene che la sorte dell’impero coloniale francese è segnata. In carcere, Abdelkader è stato cooptato fra i quadri del Fronte di Liberazione Nazionale algerino, che da due anni combatte la sua guerra contro esercito francese e coloni: appena uscito, si consacra alla causa, riuscendo a coinvolgere anche Messaoud ma non Said, che si limita a contribuire economicamente. L’attività di reclutamento e organizzazione delle unità francesi dell’FLN provocano una sovresposizione di Abdelkader che lo rende riconoscibile da parte delle forze di sicurezza. Il colonello Faivre (Bernard Blancan) si mette sulle sue tracce ma la rivoluzione è in marcia e persino la sanguinosa repressione della manifestazione filo-indipendentista a Parigi del 17 ottobre 1961 non riesce ad ostacolarla.

Iscrivendosi già a partire dalla scelta del titolo – identico a quello di un film di Tewfik Fares del 1969 – nella tradizione del war film postcoloniale algerino, Hors-la-loi è un affresco storico molto ambizioso, in cui Bouchareb ritrova la vena epica di Poussières de vie (1994, ambientato già nell’Indocina francese) e soprattutto di Indigènes, di cui costituisce una sorta di sequel ideale, recuperando del fortunato film del 2006 le tre star principali, la cornice produttiva (Bouchareb ha una sua compagnia, la Tessalit) e alcune figure chiave del cast tecnico (il co-sceneggiatore, l’autore delle musiche e il montatore) ma soprattutto riprendendo il filo della storia dalla fine della seconda guerra, così da incrociare con un tragico paradosso la rinascita della Francia liberata e il primo massacro coloniale del dopoguerra: dopo essere stati umiliati e offesi dai superiori francesi, i reduci algerini del fronte tedesco tornati in patria hanno capito che la Francia non è invincibile ed esigono in riscatto del sangue versato una maggiore autonomia e rappresentanza. Il massacro di Sétif segna il fallimento della strategia attendista dell’MNA di Messali Hadj e prepara la strada all’insurrezione armata del FLN, creando una spaccatura lacerante che già altri film (Les sacrifiès, di Okacha Touita e il più recente Vivre au paradis, di Bourlem Guerdjou, non hanno mancato di affrontare).

Sul piano delle scelte di fondo, sul piano della narrazione e della retorica filmica, Bouchareb dimostra di aver fatto tesoro della lezione di Indigènes. Messa in campo una forza produttiva ancora più consistente, investita una parte importante dei 20 milioni di euro di budget nella ricostruzione di set imponenti (come la Sétif del 1945 e la baraccopoli di Nanterre) negli studios tunisini di Ben Arous di proprietà di Tarak Ben Ammar, costruisce una sceneggiatura di ferro estremamente solida ed efficace, basata su un rinvio costante fra le tre direttrici narrative che fanno riferimento ai tre fratelli e assecondata da un montaggio veloce e nervoso. La maggiore conoscenza dei tre interpreti consente a Bouchareb di cucire loro i tre personaggi su misura, dimensionandoli alla diversa fisionomia e dominante psicoattitudinale, senza ridurli a figurine rigide e senza rilievo, come accadeva in parte in Indigènes: la vivacità e la vitalità orgogliosa che sprigiona Jamel Debbouze ingaggiano una dialettica fertile con la passione patriottica e la determinazione di Sami Bouajila e con l’inquieta e risentita violenza a cui viene condannato Roschdy Zem. Unico neo dell’intreccio, l’immaginare che i due fratelli militanti possano liberare il colonnello Faivre, dopo avergli offerto di lavorare per il FLN rappresenta una forzatura comprensibile sul piano narratologico - Bouchareb e Lorelle avevano bisogno di un testimone oggettivo del fallimento della politica coloniale francese - ma assai opinabile su quello della verosimiglianza storica.

L’opzione di un registro popolare, che prevede la messa in campo dei cliché del film bellico, ma anche del gangster movie non indebolisce affatto la portata dell’operazione di ricostruzione storica tentata ma, al contrario, la rende fruibile e apprezzabile anche da un pubblico di giovani e adolescenti che non hanno conosciuto la stagione dell’impegno per l’indipendenza. Se ne possono discutere le premesse, disconoscere le opzioni dominanti sul piano dello stile ma da questo punto di vista, sul piano narrativo, estetico e comunicazionale, va dato atto a Bouchareb di aver realizzato con Hors-la-loi un film probabilnente ancora più compatto ed efficace di Indigènes. Talune rigidità di segno tradizionale – sul piano del costruzione narrativa come su quello della scrittura filmica – emerse nello stesso London River, qui appaiono riassorbite nella vena di un cinema popolare, che sa far uso del registro epico e, se si vuole, di uno sguardo al passato intriso di nitori postmodernisti, per far lievitare il respiro dell’intreccio a una dimensione esperienziale collettiva ma aliena da alibi referenzialisti. La fine tessitura dell’intreccio riesce a far dimenticare la tendenza ad appoggiarsi a un repertorio di tipi determinati dall’incrocio di storia, classe e genere. Certo, vista l’ormai trionfante propensione dimostrata da Bouchareb a una sorta di neoclassicità stilistica, sul piano delle scelte strutturali che innervano il suo metodo, ci si potrebbe chiedere se i suoi film siano adatti alla competizione di Cannes ma questa è un’altra storia.

Leonardo De Franceschi | 63. Festival de Cannes

Cast & CreditsHors la loi
Regia: Rachid Bouchareb; sceneggiatura: Olivier Lorelle, Rachid Bouchareb; fotografia: Christophe Beaucarne; montaggio: Yannick Kergoat; suono: Franck Rubio, Olivier Walczak; musica: Armand Amar; scenografia: Yan Arlaud; costumi: Edith Vesperini; interpreti: Jamel Debbouze, Roschdy Zem, Sami Bouajila, Sabrina Seyvecou, Jean Reynès; origine: Francia/Algeria/Belgio/Tunisia/Italia, 2010; formato: 35 mm, 1:2,35, colore; durata: —’; produzione: Jean Bréhat per Tessalit Prods., Tassili Films, Novak Prods., Quinta Communications, Eagle Pictures production, con la partecipazione di Canal Plus, l’Agence Algerienne pour le Rayonnement Culturel (AARC), RTBF, Studio Canal, France 2 Cinema, France 3 Cinema UMedia, in associazione con Cofinova 6, A Plus Image, Cinemage 4, Uni Etoile 7; scheda del film: studiocanal.com

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