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Cannes 63: L'Africa corta

di Leonardo De Franceschi

Allo Short Film Corner piccoli sogni crescono

Ogni anno, per chi va al Festival di Cannes è importante trovare il tempo di ritagliarsi almeno un paio di sessioni allo Short Film Corner. Specialmente per chi cerca segnali di speranza e vitalità da parte di cinematografie endemicamente precarie come quelle d’Africa. Anche l’edizione 2010 non ha mancato di segnalare la presenza di energie nuove, anche da parte di regioni non così solite a mettere in mostra talenti cinematografici. A partire dal Kenia di Wanuri Kahui, di cui a Cannes sono stati presentati, nell’ambito della programmazione del Pavillion des Cinémas du Sud, il lungometraggio From a Whisper (2009) e il corto Pumzi (2009), già mostrato al Sundance.

Come non partire da Pumzi (respiro in swahili)? Per chi cerca nei corti (e nei lunghi) africani con la lente di ingrandimento i segni di una creatività che superi un realismo sociale primitivo, nella direzione della visionarietà o della fenomenologia, il corto della Kahui è davvero una salutare boccata d’aria. Ambientato in una comunità sperduta nell’Africa orientale, 35 anni dopo la terza guerra mondiale (quella dell’acqua…), Pumzi ci descrive un mondo completamente desertificato dalle radiazioni e dalla siccità, in cui i membri della comunità vivono isolati, producendo in proprio l’energia che consumano e riciclando ogni stilla di liquido che secernono (comprese urine e sudore). Asha (una nervosa e filiforme Kudzani Moswela), custode di un museo naturale virtuale, riceve da ignoti un misterioso seme, involto con del terriccio. Accortasi che il seme produce germogli, la ragazza chiede di poter uscire dalla base con dei rilevatori per andare alla ricerca del terreno in questione ma le viene negato il permesso e strappato il seme a forza. Riuscito a recuperarlo, con uno stratagemma riesce ad avventurarsi fuori. Difenderà fino all’ultima energia il suo piccolo albero, forse il primo di un mondo nuovo.

Prodotto con i fondi del programma Africa First della Focus Features, con lo zampino alla produzione di Simon Hansen (antico collaboratore in Alive in Joburg di Neill Blomkamp, esploso con District 9) Pumzi mescola messaggi ecologici, location estreme, scenografie vintage e tecniche antiche (matte painting, retroproiezioni), sprigionando una qualità tecnica e un’energia visiva che ha davvero pochi precedenti nel panorama africano.
Una forza analoga, ma in un progetto sperimentale non fiction, la ritroviamo nel marocchino L’merja (2008) di El Mehdi Azzam, prodotto dalla ESAV di Marrakech, nell’ambito di un workshop cui ha collaborato anche Leonardo Di Costanzo. Lo sguardo del regista riattiva magicamente la memoria, verrebbe da dire pasoliniana, di uno stagnone di campagna, prosciugato dopo l’annegamento di due ragazzini: dal nulla, assistiamo a una giornata-tipo, fra scherzi, tuffi, barzellette, fumate di hashish, morsi a un panino con le sardine – il tutto, in un piccolo specchio d’acqua alla periferia del mondo civile. Un piccolo film-saggio di composizione, con passaggi di abbagliante flagranza, come l’immagine del cane in putrefazione, rivivificata poco dopo da quella dello stesso cane che si rotola felice sulla sabbia.

Sempre nel filone aureo della non fiction paranarrativa, incrociamo altri due titoli, meno incisivi ma di sicuro interesse, come Me broni ba della ghanese Akosua Adoma Owusu, e Atlantiques di Mati Diop (figlia del musicista Wasis e nipote del regista Djbril Diop Mambety, già attrice per la Claire Denis di 35 Rhums). Il primo è un’ennesima ma intrigante variazione sul tema del rapporto fra le donne nere e i capelli, montato secondo una grande libertà compositiva, e senza nessun ancoraggio naturalistico fra immagine e parola (la bambola bianca del titolo è una bambina, che un’altra bambina, l’unica nera in una classe di bianche, sceglie come amica). Atlantiques invece è una meditazione per immagini sull’attrazione irresistibile verso l’Europa che mette a rischio un’intera generazione di giovani senegalesi, pronti a rischiare più volte la vita pur di farcela.

Fuori da queste due macroaree, opposte e speculari, rimaniamo in un ambito, rispettabile ma sicuramente meno ambizioso, confinato nell’orizzonte del naturalismo o di un onirismo di facile lettura. Fra le realizzazioni più singolari nel primo versante, segnaliamo il marocchino Fatma di Samia Charkioui: apologo nero con finale a sorpresa, che sembra profilarsi come la tipica tranche de vie, di una serva attempata e storpia, per virare improvvisamente verso la tragedia, con la denuncia di un orribile caso di pedofilia. Curioso anche 6H58, in un bianco e nero molto contrastato e ricco di immagini fisse, del malgascio Laza: la petite histoire di un senza dimora ex-libraio, che ha come unica consolazione quella di collezionare cartoline e pagine di libri illustrati, ossessionato da internet perché secondo lui ha ucciso l’amore per la carta stampata. E a proposito di uomini bruciati, non scherza anche il protagonista del mélo interrazziale In a time without love, del sudafricano Mark Styrdom, un nero malato di cuore che prima di subire un trapianto di cuore rivive davanti alla figlia infermiera la sua triste e contrastata love story con la madre, una studentessa bianca anti-apartheid.

Ma se qui i toni oscillano fra il memoriale e il romantico, molto più cupo lo spettro cromatico dell’algerino Khouya, diretto da Yanis Koussim: un quadretto domestico di ordinaria ferocia repressiva con protagonista un fratello (quello del titolo) violento e difeso dalla madre, contro l’altrettanto ordinaria voglia di libertà delle tre sorelle, che sfocia in una sanguinosa resa dei conti finale.
Piccoli tocchi, all’interno di un cartellone virtualmente assai ampio, se si considerano anche i film comunitari e legati alle diaspore. Segni e sintomi di un fuoco che cova sotto la cenere dei sempiterni problemi produttivi e distributivi.

Leonardo De Franceschi | 63. Festival de Cannes

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