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Venezia 67: Veneri nere, identità diasporiche e viaggi/ritorni

di Leonardo De Franceschi

Pre-visioni dal cartellone della Mostra del cinema

Da mercoledì 1° settembre parte l’edizione 67 della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la settima diretta da Marco Muller. Diciamo subito che, rispetto alle edizioni precedenti, in special modo la scorsa, la presenza di un’Africa allargata, d’autore, è un dato meno evidente. D’altra parte, è assai verosimile che ci fossero pochi titoli appetibili al momento. Il solo film di punta, già dato per sicuro a Cannes e poi slittato, è però, almeno secondo noi, quello del vincitore morale di Venezia 2007, Abdellatif Kechiche, vale a dire Venus noire (nella foto), su cui scommetteremmo per il Leone d’oro 2010. Peccato che, con una giuria presieduta da Tarantino c’è poco da farsi illusioni. Faranno man bassa di statuette Takashi Miike e Tsui Hark, con la benedizione del patron. E sì che invece, con questa storia (vera) ispirata alla disgraziata e breve vita di Saartjie Baartman, venere ottentotta da baraccone del primo ottocento, a cui decine di studiose angloamericane (e non) si sono interessate negli ultimi anni e alla quale il sudafricano Zola Maseko ha dedicato due bellissimi documentari, Kechiche potrebbe trovare davvero una consacrazione definitiva, affrontando il suo primo film storico, che distribuirà in sala Lucky Red.

Ma Venus noire, tragico non-incontro tra l’Europa mercantilista e un corpo coloniale altro non è l’unico titolo che racconti di migrazioni dolorose, segnate dalla perdita, rose dal desiderio di un impossibile ricongiungimento. Nel concorso più radicale di Orizzonti (e sotto lo sguardo di una giurata d’eccezione come la tunisina Raja Amari), ritroveremo infatti John Akomfrah, emigrato con la sua famiglia dal Ghana in Gran Bretagna da bambino, che in The Nine Muses reimpagina l’Odissea di Omero come un libero palinsesto nel quale descrivere il trauma di migliaia di sudditi delle colonie territori africani dei Fifties chiamati a sé dalla madrepatria come carne da catena di montaggio. Ci aspettiamo molto anche dal dittico dell’anglocaraibico Isaac Julien, l’altro grande protagonista della scena black indy inglese degli anni Ottanta, qui a Venezia in competizione con Better Life (dedicato a ventitré cinesi irregolari annegati nel 2004 nella baia di Morecambe) e The Leopard, rilettura eretica del Gattopardo e insieme interrogazione sulla condizione dei migranti che sfidano il mare per sbarcare in Italia. L’arrivo in Occidente, ostacolato in ogni modo, determina dinamiche di precarietà e marginalità sociale mai troppo indagate, connesse al rischio dell’espulsione forzata. Ce ne parlerà Illégal (Venice Days) del belga Olivier Masset-Depasse, già passato alla Quinzaine di Cannes e interpretato, fra gli altri, dall’afro-francese Esse Lawson.

L’arrivo in Italia poi, che arriva dopo una partita a scacchi con la morte a sfregio di ogni convenzione internazionale, è seguito anche da dinamiche di sfruttamento e ghettizzazione inaccettabili in un paese che si vuole civile: Andrea Segre, in Il sangue verde (Venice Days) ci racconterà l’Italia vista dai braccianti neri espulsi a forza da Rosarno, in una delle pagine più vergognose della storia nazionale recente. Salvatore Mereu in Tajabone (Controcampo italiano), con un progetto ambizioso e a bassissimo costo di cronaca corale del disagio, ci porterà a indagare invece piuttosto nelle difficoltà ordinarie di un gruppo di adolescenti della periferia di Cagliari, incrociando anche le esperienze di alcuni ragazzi della seconda generazione. Crescere significa portarsi dietro aspettative di una vita migliore, spesso destinate ad andare deluse, all’interno di paesi politicamente instabili e dall’economia depressa come Haiti: Jean Gentil (Orizzonti), firmato dalla dominicana Laura Amelia Guzman e dal messicano Israel Cardenas, è il profilo di uno di questi giovani di belle speranze, atteso al varco dalla vita. La frustrazione delle proprie aspirazioni è l’anticamera di traiettorie che possono portare a forme di marginalità sociale e deriva dell’io: Zelal (Orizzonti), firmato anche questo a quattro mani dall’egiziana Marianne Khoury (filmmaker e storica produttrice di Youssef Chahine) e dal documentarista tunisino Mustapha Hasnaoui, è un viaggio che si annuncia duro e desolante in alcuni istituti manicomiali dell’Egitto di Mubarak, peraltro resi accessibili a una cinepresa per l’occasione, sfatando un tabù storico.

Finora abbiamo incrociato storie di marginalità, progetti e vissuti legati alla migrazione e al coming of age. Ma quando anche, come una delle giovani protagoniste di Notre etrangère – dirige Sarah Bouyain (madre francese e padre burkinabè, qui in Venice Days) – ci si inserisce stabilmente in Europa, può accadere che si faccia largo il ricordo delle origini e il desiderio di ricomporre il quadro della propria identità, magari partendo a ritroso, in Burkina Faso, alla ricerca di una madre perduta, attraversando le strade di altre due donne che sembravano aspettarla. Volti e corpi in ridefinizione, talenti in cerca di un nuovo riconoscimento, Venezia sarà una nuova palestra per due presenze attoriali talvolta sovresposte dal loro attivismo: il nervoso Roschdy Zem (Indigènes/Days of Glory, Hors la loi) qui al centro di una delle due coppie protagoniste di Happy few (dirige Anthony Cordier, in concorso), e l’atletico Djimon Hounsou (Amistad, Blood Diamond) chiamato a impadronirsi di uno dei ruoli più discussi e riletti dal pensiero postcoloniale, il Calibano della Tempesta shakespeariana, in questo caso reintepretato dalla visionaria Julie Taylor (The Tempest, fuori concorso). Sulla carta, dunque, una partitura piuttosto ricca e costruita su dominanti tematiche ed esperienziali riconoscibili, almeno per quanto riguarda i territori fisici e mentali dell’Africa e delle sue diaspore. Ne passeremo in rassegna i vari movimenti con la solita attenzione.

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