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The Karate Kid: La leggenda continua

di Harald Zwart

Dalla Cina senza furore

Se nel vecchio continente, avrà un successo paragonabile a quello riscosso in patria, questo reboot della fortunata saga dell’apprendista karateka (The Karate Kid: la leggenda continua) potrebbe davvero dare il là a una nuova serie. Almeno questo deve essere stato l’auspicio con cui la Overbrook di Will Smith si è lanciato in questa nuova avventura familiare, investendo sul 12enne Jaden (figlio di Will e Jada Pinkett), già talentuosa spalla del padre in La ricerca della felicità (Gabriele Muccino, 2006), come protagonista. Certo, se anche guru temibili della critica come Roger Ebert e Richard Corliss sono rimasti commossi (176 MD riscossi finora, 318 in tutto il mondo) forse una ragione ci sarà. Quello che si può dire è che il film, sceneggiato da Christopher Murphey e diretto da Harald Zwart, non fa rimpiangere l’originale, riadattandolo in un contesto globalizzato e segnato da nuovi rapporti di forze fra Stati Uniti e Cina.


Trailer fornito da Filmtrailer.com

Sì, perché i guai di Dre Parker, il ragazzino protagonista, cominciano nel film quando è costretto a seguire la madre Sherry (Taraji P. Henson, Il curioso caso di Benjamin Button) da Detroit – città simbolo della crisi economica statunitense – a Pechino, dove la donna a sua volta è dovuta trasferirsi – il marito è morto anni fa – per ragioni di lavoro. Il piccolo Dre infatti si ritrova solo, adolescente e americano nella grande Bejing. In più, è pure mingherlino e, benché nero, non sa giocare a basket: fa infatti la figura del mentecatto la prima volta che un vicino coetaneo americano lo fa giocare con la sua squadra al parchetto di quartiere. Lì in compenso incontra per la prima volta la sorridente Meiying (Wenwen Han), una graziosa adolescente che studia violino. Peccato che, proprio per questo, ma forse anche perché, appunto, piccolo nero e straniero, viene preso di punta da Cheng, un cugino bullo della ragazza, che su due piedi gli dà una lezione pestandolo ben bene.

L’indomani alla scuola americana dove è stato iscritto dalla madre ritrova Meiying ma anche Cheng. Guai in vista quindi: preso di mira dalla banda del bullo, Dre cerca di vendicarsi con una bravata ma, dopo un lungo inseguimento, finisce stretto al muro nel cortile di casa. Finirebbe asfaltato se non spuntasse dal nulla il dimesso tuttofare dello stabile, Mr. Han (Jackie Chan) che, vistolo a mal partito, lo protegge e, dimostrando insospettate capacità nel kung fu, riesce a metterli in fuga. Ammirato e attratto, Dre gli chiede di fargli da maestro: Mr. Han tentenna fin quando incontra Master Li, istruttore di Cheng e degli altri del gruppo che li forma a una pratica sadica e violenta (il suo motto è «nessuna debolezza! nessun dolore! nessuna pietà») e non viene da questi costretto a far partecipare Dre all’annuale torneo pubblico di kung fu in via di allestimento. Iniziando da una pratica di autodisciplina, Mr. Han porta Dre a scoprire inattese risorse fisiche e spirituali, che lo riconducono al percorso che lui a sua volta aveva compiuto col padre. Nel frattempo, Dre e Meiying diventano sempre più intimi, ma il severo padre della ragazza si oppone alla loro amicizia. Finché si arriva al giorno del torneo, in cui Dre dovrà affrontare anzitutto le proprie paure per conquistarsi il rispetto degli altri.

Sul piano dell’efficacia spettacolare, The Karate Kid: la leggenda continua, pur ripercorrendo piuttosto fedelmente l’originale, e nonostante la durata considerevole, mantiene una buona tenuta e produce scarti, impennate e pause previste dalla partitura affettiva. Vi riesce soprattutto in virtù di un ottimo casting e di una resa attoriale che non conosce punti deboli e poggia sulla freschezza e duttilità di Jaden Smith quanto sulla dolente maschera di Jackie Chan (Mr. Han, si scoprirà, deve questo suo stato depressivo a un grave incidente di cui è stato responsabile e del cui ricordo non riesce a liberarsi). Ciò detto, il film mette in circolo, nel sottotesto, una serie di messaggi interessanti sul piano dei modi di rappresentazione ai quali vale la pena di accennare. Anzitutto, una rifigurazione in sedicesimo dei rapporti Stati Uniti/Cina di grande interesse anzitutto perché si gioca in trasferta, con una coproduzione cinese (ciò spiega anche il coté da film turistico di lusso di numerose sequenze): lo si fa, come accennato, in una macrocornice squilibrata in favore della Cina (in fondo i Parker sono stati costretti a cercare fortuna nella nuova superpotenza emergente); lo si fa però, anche suggerendo, tra le righe, che qualcuno sta giocando in modo scorretto sul mercato globale. Fin qui, poco che ci riguardi da vicino. Il fatto è che, surrettiziamente, Smith sr. compie con The Karate Kid un’operazione simile a quella agita già con Io sono leggenda (Francis Lawrence, 2007): se lì, diversamente dall’originale di Matheson, l’ultimo uomo della terra era un nero, così qui Smith prende una saga cara all’immaginario statunitense anni-Ottanta e vira in nero il protagonista. La strategia, lì come qui però, è opposta a quella della blaxploitation anni Settanta.

Questo della Overbrook non è un Black Karate Kid, né Jaden un figlio naturale di Jim Kelly (mitico Bruce Lee nero, interprete di Black Belt Jones e altri titoli dell’epoca). Trasponendo l’azione in Cina, gli sceneggiatori riescono a far passare il messaggio che Dre è un piccolo americano medio (mettendo fra parentesi la questione del colore) ma l’insistenza su alcuni snodi simbolici (la minaccia concreta esercitata da Cheng e dal suo branco, l’attrazione di Meiying nei confronti dei suoi tratti somatici – penso alla scena, così tipica, in cui gli chiede di poter toccare le treccine…) e l’evocazione di altri narrativi (la morte del padre, solo menzionata) servono a comporre un preciso quadro esperienziale qualificante al suo itinerario di formazione, che ha peraltro una spiccata componente interculturale (inserirsi in un tempo record in un diverso contesto, confrontandosi con la parte migliore dei suoi valori così da dimostrare di averli assorbiti e fatti propri).

Tutto questo per dire che il film lavora in modo costante su dinamiche che ci riportano allo schema binario io/altro, dimostrando il carico di pregiudizi che esso attiva a un primo livello (quante aspettative sull’altro vengono smentite/confermate: a Pechino non-è tutto vecchio, Dre non sa giocare a basket ma se la cava con l’hip hop dance…) e declinandolo in ultima istanza sulla dimensione del riconoscimento collettivo. Nonostante l’insistenza del Dr. Han sul fatto che Dre deve anzitutto controllare le proprie emozioni (solo così potrà ipnotizzare il cobra-Cheng…), tutta la macrosequenza del torneo viene traslata su un maxischermo con animazioni grafiche che non solo produce un effetto veridittivo sull’azione appena svoltasi (l’ho vista anche sullo schermo, quindi è davvero successa…) ma le dà senso proprio nel suo essere di dominio pubblico, nel suo avere effetto su una macrocomunità che trascende quella degli attori della diegesi. Cheng e i suoi si devono inchinare perché, idealmente, tutta Pechino sa e ha visto dimostrate le doti atletiche e spirituali di questo piccolo afroamericano di Detroit.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsThe Karate Kid: La leggenda continua (The Karate Kid)
Regia: Harald Zwart; sceneggiatura: Christopher Murphey, da un soggetto di Robert Mark Kamen; fotografia: Roger Pratt; suono: Steven Ticknor; montaggio: Joel Negron; scenografia: François Séguin; costumi: Han Feng; interpreti: Jaden Smith, Jackie Chan, Taraji P. Henson, Wenwen Han, Rongguang Yu, Zhensu Wu, Zhiheng Wang, Zhenwei Wang; origine: Usa/Cina, 2010; formato: 35 mm, 1:2.35, Dolby Srd; durata: 140’; produzione: Overbrook Entertainment, Jerry Weintraub Productions, China Film Group; distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia; sito ufficiale: karatekid-themovie.com; sito italiano: karatekid.it

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