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Venezia 67: Happy Few

di Antony Cordier

Utopie di trasgressione

A cinque anni di distanza dall’apprezzato Douches froides (2005), Antony Cordier torna a calcare le scene nella cornice di questa 67° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, proseguendo idealmente il suo percorso intorno alla tematica della coppia, dell’amore e della sessualità. Dopo il suo film d’esordio, che declinava il tema nell’ambito della sfera adolescenziale, con Happy Few Cordier approda all’amore ai tempi della maturità, con un kammerspiel ambientato a Parigi che intreccia i sentimenti - e soprattutto i corpi – di due non più giovanissime coppie con figli, Rachel e Franck e Vincent e Teri.

Rachel, una donna sulla quarantina, lavora in un laboratorio che produce monili fatti a mano, e insieme a Franck, autore di successo sul massaggio sensuale e il feng-shui domestico. All’inizio del film arriva nel suo laboratorio Vincent, per un lavoro legato a uno dei suoi siti web. Tra i due scatta subito una simpatia fin troppo sospetta e, nel corso di una cena a quattro tra le due coppie di amici, il cerchio si chiude: in un precoce momento di solitudine e intimità, un bacio fra Franck e Teri tradisce la loro intesa subitanea.

Prende avvio così una storia d’amore che ci accompagna per tutto il film, che in essa consiste, tra Franck e Teri e tra Vincent e Rachel, in un tacito e consensuale scambio di coppia a cui i quattro tentano di dare una quotidianità, dandosi agilmente e intuitivamente il cambio nei rispettivi letti e divani. Le intime alcove in cui vengono spesso sorpresi dal marito o dalla moglie di turno in un atteggiamento che travalica ben presto il tenero. Il che ci espone alle nude, gradite carni dei giovani e aitanti Vincent e Franck e, d’altra parte, al biancore terso dei sinuosi corpi di Teri e Rachel, l’una più giovane e bella d’una bellezza poco più che adolescenziale, l’atra, più matura, bella di una bellezza più consapevole, fragile e discreta, che tuttavia non lesina in effusioni con Vincent.

Tuttavia, verso la fine del film la situazione precipita: prima in Vincent, poi in Rachel, che sembrano i personaggi più sensibili all’effimeratezza del ménage à quatre, ne iniziano a vedere più i difetti che i pregi. Ciò anche a causa dell’intromissione – più o meno involontaria – di Thelma, la figlia maggiore di Vincent e Teri, che instilla anche in Teri il tarlo del dubbio, fino a spingere i quattro, in una sofferta riunione familiare a interrompere il raccordo. Il iflm si chiude con il triste commiato delle due coppie l’una dall’altra.

Come già accennato, Cordier prosegue la sua indagine in merito alle delicate questioni del sesso e dell’amore approdando all’universo della famiglia, della fedeltà coniugale, del rapporto uomo-donna e genitori-figli. La continuità con il respiro adolescenziale dell’operazione vuol esser garantita dalla presenza di Elodie Bouchez, già César come Miglior Attrice nel 1995, alla tenera età di 22 anni, con L’età acerba di André Téchiné; un physique du rôle splendidamente confermato dalla prova di La vie rêvée des anges del 1998, pamphlet cinematografico di Erick Zonca sull’adolescenza, sull’amore, sulle problematiche legate a questa delicata fase della vita.

Il film sembrerebbe pulsare ancora di questa forza grazie all’energia della Bouchez, compensata da un cast efficace, composto da tre attori molto attivi nel panorama transalpino: Roschdy Zem, figlio di immigrati marocchini e iridato attore feticcio di Rachid Bouchareb, per il cui Indigènes/Days of Glory è stato insignito del premio come Miglior Attore a Cannes 1998, veste i panni di Franck; Nicolas Doubvachelle, già al lavoro in passato con Alain Resnais e Claire Denis, nei panni di Vincent; Marina Foïs, che veste i panni di Rachel.

Happy Few si colloca in quel filone tutto francese, diciamo, neo-libertino che ha vissuto e tuttora vive anni d’oro, e pensiamo su tutti alla Nouvelle Vague e al François Truffaut di Jules et Jim, al Jean Eustache di La maman et la putaine, a Maurice Pialat e ai dolci esordi di Sandrine Bonnaire, all’Olivier Assayas di L’eau froide, al Jacques Doillon di Carrément à l’ouest, oltre ai succitati Téchiné e Zonca, fino ai recentissimi Stella di Silvie Verheyde e, ancor di più, Les Beaux Gosses – quest’ultimo, non solo per l’origine maghrebina del regista, Riad Sattouf – che ci permettiamo in questa sede di segnalare come degnissimi prosecutori di questa nobile tradizione della cinematografia francese. Una tradizione che suona ancora come una sorta di vessillo che da sempre contraddistingue il temperamento ufficiale della cultura francese, sempre alla ricerca della legittimazione di ciò che è fuori dagli schemi, senza censura, senza falsi pudori e senza pregiudizi di sorta.

Happy Few, con il suo enorme portato sessuale e sentimentale, sembrerebbe in apparenza un ardimentoso tentativo di sdoganare una volta per tutte l’idea della coppia aperta che sin dall’epoca di Sartre-Beauvoir permea la cultura francese e l immaginifica materializzazione di un mondo che Cordier ci illustra come nuovo, in cui non esiste gelosia, non esiste rispetto – quello dalla doppia R alla sicula dei grandi capolavori del Germi della commedia all’italiana - non esiste infedeltà, esiste solo una famiglia che dalla libertà di questo laissez faire dei propri membri non può che trarre solo nuova linfa vitale e nuovo entusiasmo per sostenere la lunga vita di coppia.

Purtroppo, però, i pregiudizi che escono dalla porta, diciamo, rientrano dalla finestra: Cordier delizia le pupille degli avventori del Lido con seni e vagine delle due belle protagoniste, ma con sorprendente pudore ci nasconde – a volte anche in modo abbastanza goffo – il pene di Vincent e quello di Franck. Un sentore vagamente pudicheggiante che prende seriamente corpo quando, di fronte all’inequivocabiliutà di un rapporto sessuale tra Teri e Rachel, Vincent e Franck non trovano niente di meglio che mettersi a giocare a poker l’uno contro l’altro, da una stanza all’altra, via cellulare. Come se il fatto di raccontarci una vicenda senza limiti potesse avere in un rapporto omosessuale – o in qualunque altra cosa che non sia, ve ne prego, un giochino del computer - un elemento di disturbo per il benpensante pubblico veneziano.

Un’aura perbenista che esplode alla fine del film, allorché Teri, dopo aver più volte visto Vincent nudo tra le braccia di Rachel, nello scoprire che loro avevano già fatto l’amore prima che iniziasse il loro ménage, viene sorpresa a trovare questo fatto sconveniente e irriguardoso. Come se, dopo ciò che è successo, il fatto di sapere che una cosa è successa entro i patti o meno potesse far scatenare ire e gelosie. Pudore, ansia d’amore notarile vengono fuori dalle maglie di questo film, troppo larghe per mascherare le proprie rigidità.

Per di più, il massimo della trasgressione raggiunta, in un simpatico weekend che i quattro organizzano senza i figli in campagna, è un bagno di farina tutti insieme, dal quale però non scaturisce, come spirito del film vorrebbe, una sana orgia – si può dire? – ma semplicemente l’ennesimo amplesso. Come se il gesto di condividere la propria sessualità con un’altra coppia consistesse soltanto nello scambio di coppia, e come se questo continuo altalenarsi tra fuga dalla coppia e ritorno a casa fosse un elemento in grado di smuovere la sensibilità del pubblico. Cordier sembra sottovalutare l’apertura mentale di chi lo ha visto, credendo di spingersi verso zone inesplorate della morale e del pudore, esibendo soltanto, e con un’ingenuità inquietante, i propri pregiudizi.

A proposito della dialettica fuga/ritorno, essa percorre tutto il film e ha il suo acmé nella scena del cameo di Jean-François Stévenin che, nei panni del vecchio padre di Rachel, racconta la parabola del figliol prodigo.Un eccesso formale di ordine metaforico che appesantisce ancora di più la sceneggiatura di un risvolto simbolico che non ha neanche un millesimo della potenza, ad esempio, di Black Swan, film di apertura di questa edizione della Mostra, che sta già seminando in equilibrio dissensi e consensi. Soltanto due giorni, e già c’è materiale in abbondanza per nutrire voci di corridoio e dritte da criticoni per una settimana di festival.

Così, l’idea del kammerspiel, attraversato da questa ossessione verso un ideale lontano di trasgressione, diventa una storia decisamente lontana dall’immaginario in cui tenta di collocarsi, colorandolo di fosche tinte piccolo-borghesi che tanto ricordano i tristi tropici del cinema italiano anni ’90 – e purtroppo non solo! – così ironicamente stigmatizzati da Nanni Moretti nel primo episodio di Caro diario.

Questa pedanteria, che riconosciamo come insicurezza del lavoro stesso al livello di progettazione da parte degli autori, si incarna nella voice over di Rachel, una sorta di monologo interiore che didascalizza l’incedere del film fornendoci informazioni di cui eravamo già in possesso, proseguendo nella sua opera di sottolineatura dell’utopia trasgressiva del film, rendendo sempre più evidente questo suo pudore oscuro, questa sua mole di pregiudizi e preclusioni sessuali che sono molto pericolose in un film che tratta una tematica così forte e sentita nel pubblico odierno. Tanto più Happy Few cerca di dirci la verità sull’amore e sulla fedeltà, tanto più finisce per risultare pedante, borghese (cioè quanto meno vecchio), politicamente corretto e benpensante.

Simone Moraldi | 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsHappy Few
Regia: Antony Cordier; sceneggiatura: Antony Cordier, Julie Peyr; fotografia: Nicolas Gaurin; suono: Cyril Moisson; montaggio: Christel Dewynter; scenografia: Marie Cheminal; costumi: Isabelle Pannetier; interpreti: Marina Foïs, Élodie Bouchez, Roschdy Zem, Nicolas Duvauchelle, Jean-François Stévenin; origine: Francia, 2010; formato: 35 mm, 1:1.85, Dolby Srd; durata: 103’; produzione: Pascal Caucheteux, Sebastien Lemercier per Why Not Productions ; distribuzione internazionale: Wild Bunch; sito ufficiale: wildbunch.biz

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