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Venezia 67: Isaac Julien a Orizzonti

di Simone Moraldi

Better Life, The Leopard

Una delle grandi novità di questa 67. edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è la rinnovata sezione Orizzonti. Risultato della fusione con la cessata sezione Corto Cortissimo, Orizzonti vede incrementare considerevolmente il numero di film in concorso, tra i quali spiccano interessanti opere di sperimentazione audiovisiva. Come d’altra parte fu anche nella scorsa edizione, quando, nell’entusiasmo di pubblico e critica – Ghezzi lo ha trasmesso la sera stessa in uno speciale Fuori Orario – approdò al Lido lo straordinario Recordare, cortometraggio di animazione di Leonardo Carrano, uno dei “movimenti” del progetto colossale che l’autore pontino sta portando avanti, in collaborazione con altri artisti di animazione, sul Requiem di Mozart.

All’interno questo panorama, cui da ormai diversi anni la Biennale di Marco Muller sembra dedicare uno spazio sempre crescente, abbiamo avuto il privilegio di vedere opere che con molta difficoltà toccheranno per altre vie il suolo italiano. Tra di esse, Coming Attractions, il piccolo pamphlet footage a tecnica mista sulle origini dello spettacolo cinematografico (come anche il titolo, Coming Attractions, ci suggerisce) firmato da Peter Tcherkassky, un cineasta che ha fatto del lavoro su materiali d’archivio la sua impronta stilistica inconfondibile, non senza l’uso di una certa ironia. E oggi, nell’intima cornice della Sala Pasinetti, abbiamo avuto modo di assistere a una delle due proiezioni di La Commedia, l’ultima opera di Amos Poe. Il film, che dura la bellezza di 105’, consiste in un organico bombardamento di immagini di varia natura, finemente elaborate con tecnica digitale, animate in un fluido susseguirsi con una tecnica ancora basata sull’elaborazione digitale. Lungo questo flusso visivo, nella colonna audio scorre tutta la Divina Commedia recitata da Alfonso Santagata, Sandro Lombrardi e Roberto Benigni, (ognuno di loro declama una delle tre parti in cui è suddivisa l’opera dantesca), spezzettata, campionata e missata con un’incessante, perpetua colonna sonora che commenta ed esalta la potenza materica sprigionata dal film di Amos Poe.

Uno spazio particolare è da dedicare al cinema di Isaac Julien, cineasta di origini africane nato a Londra nel 1960 e attivo da più di vent’anni nella produzione di opere a metà strada tra il documentario e il film sperimentale (si annoverano nella sua filmografia anche delle video-installazioni). Nella fattispecie dei film presentati a Venezia, The Leopard e Better Life, siamo in presenza di due operazioni molto complesse e sofisticate a più livelli. Una complessità che emerge semplicemente raccontandone la gestazione.

The Leopard, film muto del 2010 di 20’, è una riflessione su un tema caro al regista al punto di essere comune ai due film: i viaggi migratori via mare. A partire da una riflessione in tale senso, il film consta di un’esplorazione del mare e delle coste della Sicilia - certamente per via del legame particolare che la regione intrattiene con il fenomeno della migrazione dall’Africa - mediata dai corpi di una serie di personaggi che popolano questi spazi rarefatti e bagnati di luce.
Il film è, su un ulteriore livello, la rielaborazione de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – e, in un secondo momento, di Luchino Visconti - che fa da “materiale di partenza” per il progetto (data la complessità dell’operazione, ci sembra più giusto chiamarlo così) e riecheggia, oltre che nel titolo, nelle sinuose e silenziose promenades che la camera compie attraverso le imponenti architetture barocche e gli sfarzosi palazzi che imperlano la Trinacria da ormai centinaia di anni.
Una terra divenuta carrefour culturale, uno dei luoghi in cui si costruisce e si declina quella che Augé e Agamben hanno chiamato il Contemporaneo: essa è concrezione di un vissuto storico, culturale e naturale centenario e, allo stesso tempo, remoto miraggio dei migranti in cerca di una vita migliore - come invece recita il titolo del secondo film, Better Life.
Dato il lavoro che Julien compie con il corpo di Vanessa Myrie tra le acque trasparenti del Mediterraneo, non si può tanto parlare di attrice quanto, piuttosto, di modella o di performer. Il lavoro di Julien verte per gran parte sui corpi, sul contatto dei corpi con l’ambiente, sulla forza trasformatrice della luce sui corpi e sull’ambiente, sui suoni che da quest’ultimo si sprigionano. Ella è muta, e si staglia a contatto con il paesaggio attraverso un lavoro di gran pregio fotografico che conferisce ai corpi una plasticità che, nel bagno di luce delle coste siciliane circondate a poche decine di metri da alti costoni, presumibilmente, le “cave”, lisce pareti bianchissime e scoscese a picco sul mare, li fa oscillare tra ombra e luce, tra rarefazione e condensazione, tra bidimensionalità e tridimensionalità.

Non gli è da meno il film seguente, Better Life, sapientemente unito a The Leopard in un distico che ci dà nuovi riferimenti per conoscere un autore così sensibile alla contemporaneità e all’esplorazione di storie misconosciute e di angoli del mondo dove un’invisibile evoluzione si consuma e si proietta su un livello universale. Better Life dura quasi un’ora e la vicenda di gestazione ad esso legata è ancora più affascinante: nel 2004, nella baia di Morecambe, a largo delle coste inglesi, 23 cinesi tra migranti e pescatori di molluschi morirono in un naufragio a bordo di un’imbarcazione di fortuna. A partire da questo evento, Julien ha trascorso diversi anni in Cina studiandone la cultura; e questo patrimonio culturale appreso - analogamente per la cultura siciliana nel caso di The Leopard - si dà come “materia prima” da cui è assolutamente necessario partire per costruire un progetto come quello di Better Life. Il film, così costruito, diventa evidentemente qualcos’altro, un qualcosa a cavallo tra il saggio storico, il réportage naturalistico, la sinfonia urbana, il film etnografico, il documentario “contemplativo”. Una forma ibrida che trova la sua grande forza in quella che potremmo chiamare “capacità progettuale” del cinema di Isaac Julien.

Dopo anni di studi, l’opera che incarna questo studio sulla Cina è un breve film incentrato su tre storie “di fantasmi”: il materiale di repertorio relativo al naufragio di Morecambe; la vicenda di una giovane donna a Shangai, città che come poche altre si propone come luogo di frizione tra passato e presente, parzialmente ricostruita in studio e parzialmente ripresa “dal vero”, che viene letteralmente trasfigurata dal trattamento fotografico di Julien; la vicenda della dea Mazu, ambientata nel lussureggiante panorama della splendida campagna cinese del secolo XV, recuperata dallo sguardo di Julien in una purezza originaria.
Le due protagoniste di queste storie sono Maggie Cheung, volto del cinema di Hong Kong ormai noto a livello mondiale, soprattutto dopo la storica e intramontabile collaborazione con Wong Kar Wai, e il giovane astro nascente Zhao Tao. I testi del film, che constano di varie poesie del contemporaneo Wang Ping, sono il curioso fil rouge di un film frutto della ricerca di un rapporto tra il passato e il presente in una terra che fatica a coniugare queste due dimensioni. Passato e presente, due universi che abitano l’ “Oggi” di ogni terra e di ogni popolo, dando sempre luogo ad attriti e frizioni di ogni sorta. Il cinema di Isaac Julien assorbe tutti gli angoli più grezzi di un incommensurabile patrimonio storico e sociale, li immette nel suo vortice creativo e, per finire, li fonde e li armonizza in un universo “altro” e trasfigurato.

Questa “diacronia critica” si fa forma riflessiva attraverso la diegetizzazione del processo produttivo: in alcune scene, vediamo due tecnici al lavoro sul set con cavi e ventilatori, immersi in un enorme chroma key. Il pesante intervento di elaborazione fotografica scava ancora di più in questo senso: il cinema è un’arte che vive, nell’epoca odierna, un analoga forma di dissidio tra passato e presente. Il cinema si dà nel Contemporaneo come mezzo privilegiato per un tipo di indagine che richiede l’intelligenza e la sensibilità di una fusione “calda” tra tradizione e innovazione.
Nuovamente, ciò che colpisce in Better Life è la potenza del trattamento fotografico operato da Julien: il rapporto figura/sfondo è una delle marche principali, soprattutto per quanto riguarda la storia ambientata a Shangai. Maggie Cheung cammina tra le vie deserte, tra edifici e botteghe che chiudono l’orizzonrte iconico in una geometria rigorosa e avvolgente. La camera precede il corpo, il cui movimento si scandisce in un ralenti che astrae il corpo dal tempo e dallo spazio. Come se non bastasse, il cinema vive della propulsione estetica derivante dal modello iconografico adottato da Isaac Julien: l’arte di Sergej Paradžanov. Better Life, con la sua ostinata frontalità, l’amore per la ripetizione, il trattamento formale semplice e poderoso in grado di produrre una forma di astrazione di natura, potremmo dire, metafisica, si dà come un omaggio al grande cineasta armeno.

Così come nell’anodina, imperscrutabile frontalità dei corpi di Sayat Nova (Il colore del melograno, 1968) si materializzava il dramma di un popolo, il popolo armeno ancora memore del genocidio che, sul finire del XIX secolo, ne determinò la distruzione pressochè totale, analogamente in The Leopard e Better Life se ne materializza un altro. Una materializzazione che reca con sé la lezione del maestro armeno, carica della forza alchemica delle immagini verso il vissuto reale e materiale della storia e della memoria, che dal trattamento visivo di Isaac Julien escono trasfigurate in un universo iconico inusitato, e rivitalizzate di un’energia nuova, pura, in cui passato e presente della storia si fondono armonicamente nell’eterno presente dell’immagine audiovisiva.

Simone Moraldi | 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

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