title_magazine

Venezia 67: Notre etrangère

di Sarah Bouyain

Opera prima di una giovane cineasta franco-burkinabè, Notre etrangère (Giornate degli Autori) ci ricorda che il cinema della seconda generazione transalpino continua ad esprimere talenti preziosi e a raccontare l’Africa e i suoi rapporti con l’Europa, talvolta senza far ricorso a scorciatoie o semplificazioni sociopolitiche d’altri tempi. Inoltre, a Notre etrangère, diretto da Sarah Bouyain, sta stretta anche la definizione di women’s film, anche se di fatto lo è (e non mancherà di fare il suo bel tour europeo nei festival di area, da Creteil a Firenze – ma intanto ripasserà da Venezia a Roma a breve), nel senso che la complessità di valori che mette in gioco non si presta facilmente a letture di gender mili(o limi)tanti. Per posizionarlo in prima battuta, lo iscriverei in una famiglia più europea che africana, di autori – come i Dardenne, Kechiche e Cantet – che lavorano in una dimensione di realismo fenomenologico solida e sofisticata al contempo.

Nel plot, si incrociano, tra Parigi e Bobo Dioulasso (seconda città del Burkina Faso), i destini di tre donne di età diverse. Amy (Aminata) è una giovane sui venticinque anni, con padre francese e madre burkinabè che, a un anno dalla morte del padre, decide di partire per il Burkina allo scopo di ritrovare la madre, persa di vista da otto anni. Mariam, che viene anche lei dal paese degli uomini integri, ha forse meno di cinquanta anni ma li dimostra tutti, dedita com’è esclusivamente al lavoro di pulizie in un’azienda di Parigi e tagliata fuori dalla sua comunità. Acita è la zia burkinabè di Amy, sulla sessantina, che beve e si trascina in una vita ormai senza più scopo: vedova, senza figli, trova l’unica consolazione nella compagnia dell’adolescente Kadiatou, una domestica di campagna che ha di fatto finito per adottare.

L’incastro a tre è di quelli che l’intreccio non scioglie, lasciando però intuire l’epilogo extradiegetico. Partita con la volontà di confrontarsi con una madre che di fatto non conosce, Amy si ritrova straniera in un paese nel quale non riesce a ritrovarsi, avendo dimenticato il dioula e dovendo fare i conti con l’accoglienza ambigua di Acita, affettuosa finché si tratta di trattenerla a casa, reticente o insinuante quando Amy insiste per conoscere la verità sulla sorte della madre (sorella di Acita), scomparsa nel nulla anni addietro. Da parte sua, Mariam vive come esiliata in un microcosmo personale fragile e rigido: a riportarla a una dimensione più vitale e comunicativa è la bionda Esther, una dirigente dell’azienda per cui lavora che le chiede di insegnarle il dioula e le fa riscoprire il gusto dell’amicizia.

Questa complessa rete di rapporti, una volta delineatasi, segue una curva di sviluppo incerto, fra pause e strappi. Ognuna delle tre è confrontata con i propri limiti e cerca di riscattare aspettative e rimpianti calcificati, superando comodi punti d’equilibrio regressivi ma non sarà facile richiudere il cerchio di amore e solidarietà che una volta le legava. Un nodo di relazioni che sarebbe stato relativamente facile sviluppare in una prospettiva melodrammatica, mentre la Bouyain opta per un rigore espressivo estremo ma non inerte. Il casting, prodigioso per la capacità di leggere e orientare le doti umane e performative delle interpreti, (ri)mette in campo tre attrici di pregio come Darylia Calmel (Amy), Assita Ouedraogo (Mariam) e Blandine Yaméogo (Acita), rivelate, rispettivamente da Jean-Pierre Bekolo (Les saignantes, 2005), i fratelli Dardenne (La promesse, 1996) e S. Pierre Yaméogo (Delwende, 2005).

Nella direzione d’attori, benché esordiente, grazie a un sapiente lavoro di prove prima delle riprese, la Bouyain riesce a costruire un tessuto performativo estremamente denso e ricco di sfumature. Particolarmente felice il discorso sulla lingua: se ricorrente è l’uso in prospettiva focalizzante di una lingua non-europea (Amy non capisce quando Acita e Kady parlano tra loro, e con lei lo spettatore, privato dei sottotitoli), ancora più singolare è la costruzione di quest’amicizia femminile giocata proprio sull’apprendimento di un idioma non-europeo (toccanti le sequenze in cui Mariam e Esther duettano in dioula). Ma il film non disegna facili happy ending. L’assertiva e smagliante Amy finisce costretta a girare in tondo, alla ricerca di un ancoraggio ormai perduto nella sua città d’infanzia e costretta ad appoggiarsi alla sensibile Kady per comunicare con Acita; questa, rigidamente orgogliosa delle proprie convinzioni, scivola sul crinale dell’autodistruzione quando capisce che Amy non si accontenta delle cure di una seconda madre; Mariam, curva e chiusa in una routine di gesti quotidiani trattenuti e autoreferenziali, intravede un barlume di luce nella disponibilità di Esther ma si ritrova bruscamente a fare i conti con i propri sensi di colpa quando apprende che la donna ha imparato il dioula per comunicare con un bambino burkinabè in adozione.

La partitura sintattico-musicale articolata dalla Bouyain poggia da una parte su un deposito di sguardi in continuità attenti ma essenziali (non ostentatamente protratti né incompatibili con le geometrie del campo/controcampo), dall’altro su un’estrema agilità nel gioco combinatorio delle direttrici narrative, che rifiuta con felice leggerezza semplificazioni tipiche dell’immaginario africano eurocentrico: basti pensare all’arrivo a Bobo, suggerito con una transizione morbida, evitando ogni sottolineatura che possa aprire diaframmi di comodo all’interno dei due spazi di vita messi in gioco (il titolo internazionale recita The place in between). L’orchestrazione del commento sonoro, affidato a un’alternanza di temi d’arpeggio (chitarra o violoncello), garantisce transizioni suggestive ma mai facili, lontane da un gusto paratelevisivo sempre più diffuso in terra d’Africa. Senza indugiare in svolazzi modernisti di scrittura, questa autrice esordiente dimostra con Notre etrangère un equilibrio stilistico-espressivo già sorprendentemente maturo e consapevole, che auspichiamo possa essere messo alla prova presto.

Leonardo De Franceschi | 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsNotre etrangère
Regia: Sarah Bouyain; sceneggiatura: Sarah Bouyain, in collaborazione con Gaëkke Macé; fotografia: Nicolas Gaurin; suono: Marianne Roussy, Cécile Chagnaud, Thierry Delor; montaggio: Valérie Loiseleux, Pascale Chavance; musiche: Sylvaine Chaveau; scenografia: Bill Mamadou Traoré, Barbara Creutz-Pachiodi, Marie Le Garrec; costumi: Martine Some, Barbara Creutz Pachiodi; interpreti: Darylia Calmel, Assita Ouedraogo, Blandine Yaméogo, Nathialie Richard, Dominique Raymond, Djénéba Koné, Jérôme Sénélas; origine: Francia/Burkina Faso, 2010; durata: 82’; formato: 35 mm, 1.85, Dolby Dts; produzione: Sophie Talbot e Sékou Traoré per Athénaïse (Francia)/Abissia Productions (Burkina Faso); distribuzione internazionale: Colifilms diffusion.

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
mercoledì 19 settembre 2018

On line il sito Missing at the Borders

E’ on line il sito https://missingattheborders.org/ che intende dare voce e dignità alla famiglie (...)

mercoledì 19 settembre 2018

In sala La libertà non deve morire in mare

Esce nelle sale giovedì 27 settembre con Distribuzione Indipendente il documentario La libertà (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: alle GdA due premi per Joy

Alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia ben due premi sono andati a Joy della (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: premiato 1938 Diversi

Presentato fuori concorso a Venezia 75 - in sala dall’11 ottobre e il 23 ottobre su Sky Arte - (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha