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Venezia 67: Zelal

di Marianne Khoury e Mustapha Hasnaoui

Ombre da restituire alla luce

In concorso nella sezione Orizzonti della 67. Mostra, Zelal (ombra in arabo) era uno dei titoli più attesi del nostro palinsesto trasversale panafricano. Diretto da uno degli autori di non fiction più sensibili e acuti (il tunisino Mustapha Hasnaoui, Margaret Garner) insieme alla produttrice storica di Youssef Chahine (Marianne Khoury, che proprio al compianto Joe lo dedica) Zelal è un coraggioso e non convenzionale sguardo a uno dei microcosmi più tabù dell’Egitto (e più in generale del continente), vale a dire quello della condizione dei soggetti affetti da disagio psichico. Come si ricorda nel pressbook, la cultura arabo-musulmana ha prodotto trattati di medicina in merito già ai tempi di Avicenna e il Cairo ha espresso già nel XIV secolo un istituto (il Qalahoon) in cui i pazienti con disturbi mentali erano pienamente integrati e assistiti con grande attenzione. Tuttavia, in tempi più recenti si è assistita a una regressione preoccupante su questo terreno, alla quale si tenta di porre riparo con misure come l’approvazione da parte del governo della convenzione internazionale sui diritti delle persone colpite da disagio psichico. Ma, come ha ricordato in conferenza stampa il funzionario che ha aperto ai registi le porte dei due centri descritti (Abbasya e Mahalla), prima che di leggi, il problema principale della condizione di questi uomini e donne è culturale e legato al grado di accoglienza e attenzione che incontrano da parte della società civile.

Non a caso, il film si apre idealmente fornendo due messaggi forti allo spettatore: il primo è che le dichiarazioni delle persone intervistate vanno intepretate sulla base del loro disagio, il secondo è che in testa al nutrito elenco di persone ringraziate ci sono le famiglie intervistate. Il legame sembra tenue ma ci accorgiamo ben presto del contrario. Hasnaoui e Khoury si imbattono a ogni angolo in ospiti che dichiarano di essere stati internati su iniziativa del padre o del marito. Come l’anziana donna che sta dentro da quarant’anni, e da dietro le sbarre ha visto salire e tramontare le stelle di Nasser, Sadat e Mubarak: rinchiusa dal fratello per aver osato rifiutare di risposarsi dopo la morte del primo marito, ha finito per fare dell’ospedale la propria casa. Come il quarantenne che ha imparato a fare il lustrascarpe nel centro, dov’è stato recluso quando era ancora in fasce dallo zio, che si è impadronito così dell’eredità di famiglia. C’è chi, come un ex poliziotto sui quaranta, a causa dei ripetuti segni di squilibrio di cui ha dato prova in famiglia, è stato internato di controvoglia dal padre – che vediamo affranto davanti ai medici dell’accettazione. Chi ancora, come il giovane musulmano ossessionato da visioni legate all’eros e alla chiesa, ha fatto saltare tutte le sicurezze alla madre, al punto da portarla a crederlo posseduto da uno jinn femminile e cristiano.

Si tratta, comunque e sempre, di storie laceranti, fatte di un lungo esilio interiore e fisico dal mondo, subito come una detenzione, che ha finito per diventare l’unica dimensione praticabile. Per farsi catalogare tra gli articoli 21, in uscita, bisogna come un ragazzo poco più che ventenne, sottoporsi volontariamente a elettroshock. Occorre preparare il terreno, verificando che la famiglia sia pronta a riaccoglierci, una volta dimessi. Altrimenti, come accade alla lungodegente costretta a rientrare perché invisa alla moglie del fratello, si rischia di dover fare marcia indietro, come il Totò del rosselliniano Dov’è la libertà. Dall’ascolto di tutte queste voci, oltre a una radiografia composita del disagio, si ricava la sensazione di un Paese (ma qui l’Egitto rispecchia dinamiche ben più estese, basti pensare all’Algeria vista da Aliénations di Malek Bensmail) in cui la parola del Potere e quella della Religione si sovrappongono, schiacciando ogni margine di resistenza e libertà.

Colpisce infatti il numero di pazienti che recita versi del Corano o preghiere cristiane (o entrambi, come una copta che conosce il libro sacro dell’islam): si rimane tanto ammirati davanti alla voce modulata di un muezzin ospite che chiama alla preghiera, quanto sconcertati davanti ai deliri di Youssef, un omino con baffetti che si esprime con compiutezza sulle cose del mondo ma si crede un profeta non riconosciuto.

Senza appoggiarsi a musiche extradiegetiche, Hasnaoui e Khoury affrontano questa materia incandescente con modestia e rigore. Adottano una serie di obiettivi che permette loro di variare di volta in volta la vicinanza, passando dal singolo al coro, restituendo talora il calore di uno scambio a due. Toccante la sequenza in cui due ospiti lungodegenti di diverse generazioni (una reclusa da un marito tradizionalista, anaffettivo e impotente) si confrontano, raccontandosi a vicenda il trauma della prima notte di nozze. Oppure il dialogo pieno di incertezze fra due uomini che si chiedono con sgomento cosa li aspetterà fuori, al di là delle mura con filo spinato che li separa dalla gente sana. Ai due registi va dato atto di aver offerto, con Zelal, anzitutto un’opera di fondamentale importanza per i destini della cultura e della democrazia reali in Egitto. La tessitura compositiva non concede nulla a manierismi o griffe autoriali, configurandosi come una scrupolosa compilazione di testimonianze, articolate secondo una sintassi combinatoria libera e necessaria insieme, tenuta insieme solo, e non è poco, dal rispetto per una verità umana, che si esprime anzitutto attraverso l’ascolto e la restituzione paziente di voci/volti che abitano uno spazio (centripeto, segnato dall’esclusione e dal pregiudizio) e un tempo (dissipato, sospeso, immisurabile) precisi.

Leonardo De Franceschi | 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsZelal
Regia: Marianne Khoury, Mustapha Hasnaoui; sceneggiatura: Marianne Khoury, Mustapha Hasnaoui; fotografia: Tamer Joseph, Victor Credi; suono: Gasser Khorshed, Sameh Gamal; montaggio: Doaa Fadel; origine: Egitto/Francia/Marocco/EAU, 2010; durata: 90’; formato: HDV; produzione: Marianne e Gabriel Khoury per Misr International Films (Youssef Chahine), in coproduzione con 3B Productions, Centré Cinématographique Marocain, Dubai Entertainment and Media Organisation, in associazione con il Dubai Film Festival; distribuzione internazionale: Misr International Films.

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