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Venezia 67: The Nine Muses

Il viaggio stesso è casa

In principio era il viaggio. The Nine Muses (Orizzonti), ultima perla regalataci dal multiforme cineasta afrobrit John Akomfrah (Handsworth Songs, Testament, Speak Like a Child), è un’esperienza della visione che sfida le possibilità della percezione e comprensione spettatoriali. Concepita su commissione, sulla scorta di progetti paralleli, di film e installazioni, realizzati e non (il mediometraggio Mnemosyne, un’ipotesi di film dal poema The Waste Land di Eliot - per ulteriori dettagli vi rinvio all’intervista realizzata all’indomani della proiezione ufficiale), The Nine Muses infatti ci fa desiderare, una volta giunti alla fine dei titoli di coda, una o più visioni ulteriori, un po’ come i film di Godard degli ultimi vent’anni. Audiofania straordinariamente composita e complessa, il film lavora su tutte le materie dell’espressione cinematografica (e sulle loro interazioni dialettiche), mobilitando un grado di attenzione e ascolto che oscilla fra contemplazione patemica, riflessione sociopolitica e piacere del riconoscimento architestuale.

Alla base di questa struttura multiplanare, è possibile individuare due direttrici diacroniche e un principio d’ordine: la prima linea è rappresentata dal motivo del viaggio omerico di Telemaco alla ricerca del padre, trasposta da un magazzino di immagini (il progetto da Eliot) che trascrivono visivamente l’esperienza di un viaggio in Alasca; la seconda, strettamente interconnessa, è costituita dal tema dell’immigrazione in Gran Bretagna dalle colonie africane, evocato attraverso una serie di materiali (documentari, attualità, film di finzione) che raccontano la prima grande ondata migratoria, sviluppatasi nel dopoguerra; il principio d’ordine, che tiene insieme e scandisce in nove capitoli il film, è dato dall’aggancio alle nove muse, generate da Zeus e Mnemosine e quindi, come tali, depositarie della memoria.

Parole, cartelli, immagini di repertorio e riprese in live action, brani musicali: la storia dell’arte e della cultura occidentali sono fatte della stessa materia di cui è fatta la memoria, ed è una memoria che, nel metaviaggio percorso da Akomfrah, incrocia di continuo racconti di viaggio e migrazione. «Everyday is a journey, and the journey itself is home»: insieme a Zelda Fitzgerald, è lunga la lista di testimonial letterari scelti da Akomfrah per mappare l’esperienza del viaggio. Dallo Shakespeare dell’Amleto e della Tredicesima notte al Beckett di Molloy, passando per l’Antico Testamento, l’epopea di Gilgamesh, Sofocle, Dante, Nietzsche, Joyce, Tagore, Emily Dickinson. Sì, perché il viaggio, come accade anche nelle novelle di Pirandello, è una straordinaria occasione per rimettere in discussione la propria esistenza e porsi domande incompatibili con la temporalità del quotidiano. Quando poi il viaggio, come quello compiuto dal Telemaco everyman di Akomfrah – visualizzato quasi sempre di spalle, a consegnarci l’intero film nell’orizzonte, anche visivo, di una precisa focalizzazione – ci porta in un paesaggio segnato da fiumi, neve, ghiaccio, distese desolatamente inabitabili, questo stato di sospensione non può che attivare memorie e interrogazioni senza fine.

L’arrivo in Gran Bretagna è subito segnato dalla percezione di un freddo intenso, metafisico, che Akomfrah cerca di restituire attraverso questi scorci del paesaggio d’Alaska. Corpi e volti di uomini e donne, in viaggio, in strada, in miniera, in fabbrica, in chiesa. Africani perlopiù, ma anche antillesi, asiatici e poi chissà. «Se non ci aveste prima trasmesso una falsa idea dell’Inghilterra non saremmo mai venuti». «Let my people go» canta Paul Robeson, lui che a Londra c’è venuto per trovare ruoli degni d’un grande attore. E ancora manifestazioni, aggressioni, dibattiti parlamentari. «Keep Britain White», recita una scritta sul muro. Porteranno il paese alla rovina, dice un passante. E il viaggio di conoscenza diventa esilio, come in Edipo, un atto di sopravvivenza a qualcosa che non si può più dimenticare. Un palinsesto di microstorie che spalanca i limiti all’immaginazione ma forse anche al rimpianto, perché «nessuno ha mai misurato, nemmeno i poeti, cosa può contenere un cuore umano».

Leonardo De Franceschi | 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsThe Nine Muses
Regia: John Akomfrah; sceneggiatura: John Akomfrah; fotografia: Dewald Aukema; montaggio: Mikka Leskinen; musiche: Trevor Mathison; origine: Gran Bretagna, 2010; durata: 90’; formato: HD; produzione: Lina Gopaul e David Lawson per Smoking Dogs Films, in associazione con UK Film Council.

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