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Venezia 67: Tajabone

di Salvatore Mereu

Piccoli italiani crescono

Tra i titoli più attesi della sezione Controcampo italiano, Tajabone non ha deluso le aspettative. Piccolo film d’osservazione del quotidiano, realizzato con un budget minimo ma con il supporto di un team di adolescenti cagliaritani entusiasti, coinvolti nella doppia veste di sceneggiatori e interpreti, il film è un collage di microstorie agrodolci, che lasciano intravedere modi e forme di una convivenza possibile e già operante, all’interno di un tessuto sociale composito ma tenuto insieme dall’azione di figure di raccordo sociale preziose, come gli insegnanti.

Dietro la lente mobile e invisibile di Salvatore Mereu, scorrono le vite in formazione di un piccolo gruppo di ragazzi come tanti. Jona che, oltre alla scuola, aiuta i suoi con la pesca, fa conoscere un amico a una compagna di scuola: i due giocheranno con timida incertezza per la prima volta il gioco dell’amore. Munira e Brendon hanno cominciato già da un po’ ma al campo rom dove vivono si devono nascondere dalle famiglie in rotta che li ostacolano e finiscono per improvvisare una fuga, spalleggiati dal fratello e dalla sorella più grandi. Intorno a loro, Noemi, Sara, Andrea, Antonio, Michelle. Si inseguono, si cercano, si beccano, si litigano per un bacio dato per scommessa a una ex, si nascondono e rivelano su Facebook, si mettono in gioco per sfuggire alla solitudine.

E c’è Kadim che come gli altri studia e se la cava pure bene, ma la madre, che viene dal Senegal, non ce la fa a mandare avanti da sola la famiglia, visto che il padre è lontano, e gli chiede con insistenza di cercarsi un lavoro per dare una mano. Lo zio è disponibile a prenderlo in negozio ma né lui né la madre vogliono lasciare la scuola. Non resta che tornare a vendere borse al mercato. Finché la compagna Cristina gli presenta la zia che ha una pizzeria al taglio. A Kadim non sembra vero e le invita addirittura a casa ma la madre, che non sapeva nulla e rispetta gelosamente le consegne del marito, non vuole estranei in casa e le caccia. Il tutto si ricomporrà senza drammi e la donna potrà tornare a sorridere e a cantare la sua canzone - il titolo tajabone è un’espressione wolof che rinvia alla festa di Halloween senegalese e la canzone è stata portata al successo mondiale da Ismaël Lô, tanto che anche Almodovar l’ha voluta in Tutto su mia madre -, anche se Kadim preferisce indorare la pillola e dirle che il lavoro propostogli è in un albergo.

Questo microcosmo precariamente sospeso fra aspettative, chiusure e piccole grandi tragedie sempre in agguato, viene raccontato senza stucchevoli spennellate di macchina alla mano stile dogma, con una videocamera ad alta definizione fenomenologica usata soprattutto per dedicarsi alla sottili arti dell’ascolto e dell’osservazione, dando prova di una gentilezza di tocco che può ricordare il Kechiche de La schivata. La costruzione drammaturgica non viene piegata a scansioni particolarmente aggressive e il racconto procede senza strappi, tenuto insieme proprio dall’episodio dedicato a Kadim e alla madre. L’unico neo del film è una partenza assai incerta e confusa, in cui la presa diretta povera e sporca, coniugata alla presenza di scambi dialogici dalla cadenza dialettale forte ostacola l’ingresso dello spettatore nel mondo raccontato da Mereu. Ma Tajabone getta semi buoni in un terreno, come quello dell’immaginario connesso alla convivenza tra italiani (nativi e acquisiti), che ha disperato bisogno di contadini e mani amorevoli.

Leonardo De Franceschi | 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsTajabone
Regia: Salvatore Mereu; sceneggiatura: Abdullah Seye, Angelica Argiolas, Sara Portoghese, Andrea Amhetovic, Erica Spissu, Laura Biagini e Rossana Patricelli; fotografia: Massimo Foletti; suono: Pierfrancesco Fancellu, Vincenzo Urcelli; montaggio: Andrea Lotta; musiche: Salì Diarra; interpreti: Abdullah Seye, Munira Amhetovic, Brendon Hailovic, Angelica Argiolas, Tamara Contu, Nicola Tedde, Oscar Vincis, Sara Portoghese, Noemi Tuveri, Riccardo Cirina, Salì Diarra; origine: Italia, 2010; durata: 64’; formato: HD; produzione: Viacolvento.

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