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Pasolini e l'Africa / L'Africa di Pasolini

di Giovanna Trento

Dopo la pubblicazione, tre anni fa, del saggio di Luca Caminati Orientalismo eretico, torniamo a riflettere con piacere su Pier Paolo Pasolini e sulla sua idea dell’Africa. Occasione ne è l’uscita di Pasolini e l’Africa / L’Africa di Pasolini: Panmeridionalismo e rappresentazioni dell’Africa postcoloniale, scritto da Giovanna Trento, testo che si muove in un’area di studi interdisciplinare, a metà strada tra letteratura e scienze sociali, illuminato da un inquadramento storico solido e uno metodologico estremamente aperto e inclusivo, attento tanto ai nomi di punta del pensiero critico novecentesco, quanto alle varie filiere dei Postcolonial e Subaltern Studies.

Difficile sintetizzare in poche righe il dipanarsi delle ipotesi di Trento, che tesse una tela di argomentazioni sottile e suggestiva, ma vale la pena provarci. Ripercorrendo – secondo modalità di volta in volta diacroniche o sincroniche – l’articolazione parallela della poetica pasoliniana tra poesia, cinema e saggistica, Trento isola il fil rouge del concetto Africa, riconducendolo a un più vasto orizzonte mitico-teorico panmeridionalista. Il saggio, aperto da un capitolo introduttivo che in buona sostanza definisce e condensa le articolazioni salienti dell’immaginario pasoliniano sull’Africa, le recupera poi in una prospettiva più analitica, sulla base di precisi snodi teorici e tematici.

Innamoratosi dell’Africa intorno alla metà degli anni Cinquanta, nel periodo delle guerre di liberazione anticoloniali, Pasolini fin da subito tende a mettere fra parentesi le specificità storico-politiche del continente nero, assimilando quella africana alla causa del mondo contadino tout-court, la cui sopravvivenza vede messa a rischio dalla globalizzazione neocapitalistica dello sviluppo industriale. Allo stesso tempo, identifica tutti i rischi della brusca fase di transizione fra - nei suoi termini - un’arcaicità primitiva e le potenzialità aperte dalla scoperta della democrazia. Il padre selvaggio (progetto di film che avrebbe dovuto essere realizzato dopo La ricotta, intorno al 1962) e Appunti per un’Orestiade Africana (nella foto - messo a fuoco negli stessi anni, in seguito alla traduzione per Gassman della trilogia eschilea di Oreste, ma ripreso e realizzato solo nel 1970) rappresentano due varianti di una medesima matrice poetico-simbolica, l’immagine di un’Africa barbara, maestosa ma terribile, che entra nella Storia grazie all’incontro/scontro con il colonialismo e può e deve imparare a gestire i propri fantasmi più oscuri, trasformandoli in energie creative, funzionali allo sviluppo della cultura, della poesia e delle arti.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, Pasolini riesce ancora ad avvertire e sottolineare i segni di continuità di esperienza all’interno di questa sorta di patria d’elezione che era per lui il Panmeridione, tra le periferie di Roma, Napoli, il sud contadino, i nuovi stati africani, ma anche l’India e lo Yemen. Col passaggio del decennio, sulla spinta di una percezione sempre più acuta della mutazione antropologica avvenuta in Italia a seguito del miracolo economico e della caduta dei modelli culturali arcaico-popolari legati alla terra, Pasolini sembra con una vitalità ancor più disperata guardare all’Africa. Ma già quando realizza gli Appunti, le nuove democrazie africane hanno perso lo slancio degli inizi e Pasolini, che pure mette in forma varie ipotesi di riadattamento dell’Orestiade, ammette l’opportunità di retrodatare all’inizio degli anni Sessanta l’azione. Quando scopre nei primi Settanta l’Eritrea e, in un’area panmeridionale più vasta che arriva fino allo Yemen, vi gira Il fiore delle mille e una notte, si innamora ormai soprattutto di un’indole mite e curiosa che crede di riconoscere nei ragazzi, una disponibilità, anche sessuale, che non riusciva più a trovare negli imborghesiti e incattiviti figli di Accattone.

Trento – che nell’ultimo capitolo traccia alcuni interessanti linee di convergenza postuma fra il pensiero pasoliniano e quello dei teorici del pensiero postcoloniale e subalterno, mediata dal comune interesse per il Gramsci della questione meridionale (ricoperto, tuttavia, come nota l’autrice, nel caso di Pasolini, soprattutto dall’aura di vittima sacrificale del fascismo che il PCI di Togliatti era riuscito a comporre intorno alla sua persona) – insiste su diverse modalità discorsive riconoscibilmente originali dell’africanismo e più in generale dell’immaginario pasoliniani: una forma eminentemente ossimorica della poesia e del pensiero che gli consentiva di riconoscere ed evidenziarne le sue stesse più intime contraddizioni; un continuo travaso di ispirazione fra vita e arte mediato dal canale decisivo della sfera sessuale; una disponibilità totale ad attivare dinamiche di identificazioni multiple, tali da consentirgli di scivolare oltre le dicotomie io/altro su cui si sarebbero irrigiditi scrittori coloniali e pensatori postcoloniali e di aprirsi alla scoperta di culture che in quei decenni erano dominio esclusivo degli specialisti. Il caso più emblematico a riguardo è rappresentato da Il padre selvaggio, nel quale Pasolini riesce ad autorappresentarsi sia nelle vesti del professore europeo idealista e anti-accademico che in quelle dell’allievo negro più sensibile, destinato a superare gli orrori dell’oscuro retaggio paterno e tribale grazie alle risorse della poesia.

Allo stesso tempo, grazie a un’attenta analisi di occorrenze del testo, condotta di volta in volta sul piano semantico, iconografico, simbolico, l’autrice riesce a rivelare una serie di tracce che mettono in luce la sopravvivenza in Pasolini, come in molti altri intellettuali del suo tempo, di luoghi e immagini che erano appartenute all’immaginario esotico e coloniale, diffuso in Italia già dall’epoca giolittiana e poi fatto proprio e amplificato dalla retorica imperiale fascista. Mi riferisco per esempio alla poetica, anche cromatica, del barbaro e del selvaggio, che si colorano di tinte estreme, accomunanti la natura immota e implacabile e l’umanità primitiva della vita di villaggio. Come non sottace, da parte del pur fine osservatore di fatti e fattori legati alla storia contemporanea, la sostanziale incapacità di cogliere e rappresentare la reale portata dei problemi attraversati dalle società africane nella delicata fase di passaggio innescata dalla decolonizzazione, né la propensione a sovrapporre, nel suo rapporto con l’Africa, la progressiva deriva da una visione panmeridionalista poeticamente e politicamente fondata, a una visione mitico-simbolica densa di contraddizioni insolubili, fino a una visione esotico-fiabesca nutrita di fantasmi privati e ormai lontana anni luce dall’Africa, viva e reale, abitata dai suoi pastori, contadini, operai. E dalle sue donne.

Il saggio di Trento è un’analisi serrata, scrupolosa e non compiacente del panafricanismo pasoliniano. Certo, non avrebbe guastato trovare in coda al volume una cronistoria sintetica di queste tracce di interesse (viaggi, testi, interventi), un indice analitico dei nomi/testi/film e, più in generale, un riferimento più sistematico e costante ai contributi che altri registi, da una prospettiva terzomondista positiva o reazionaria, davano nei suoi anni all’immagine dell’Africa nel cinema. Non resta, probabilmente in quest’ultimo caso, che aspettare un saggio cui l’autrice sta lavorando e in uscita a breve su «Studi culturali». Peccati comunque veniali, che non inficiano il cospicuo valore critico-interpretativo di questo studio.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits
Giovanna Trento
Pasolini e l’Africa / L’Africa di Pasolini. Panmeridionalismo e rappresentazioni dell’Africa postcoloniale
Milano/Udine, Mimesis Edizioni, 2010, 279 pp.

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