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Il sangue verde

di Andrea Segre

Il dito e la luna

Ci abbiamo un messo un po’ a scriverne, su Il sangue verde, l’ultimo documentario di Andrea Segre sulla rivolta dei braccianti neri a Rosarno di gennaio. Nel frattempo, dopo la calorosa accoglienza tributatagli alla Mostra di Venezia – dove ha vinto il premio Cinema Doc alle Giornate degli Autori – è stato protagonista dell’”Immigration Day” al Milano Film Festival, è stato visto su Raitre da quasi 700 mila spettatori (ma in una versione rimaneggiata e doppiata: il consiglio a tutti è di vedere quella originale, più lunga e con i sottotitoli), e continua il suo percorso di distribuzione civile, tra festival, circoli, centri sociali (il 2 ottobre verrà presentato proprio a Rosarno), in attesa di proseguire con il DVD. C’è da augurarsi che il film abbia almeno un impatto paragonabile a quello riscosso da Come un uomo sulla Terra, non foss’altro – ma non solo – perché, anche stavolta, Segre ci apre gli occhi su una realtà che troppo spesso non solo la classe politica ma la stessa informazione contribuiscono a occultare, nascondendola dietro immagini ad effetto. Purtroppo, del resto, davanti ai tg urlati con le immagini dei ragazzi neri che manifestavano nelle strade di Rosarno, tanti vollero vedere il dito piuttosto che la luna.

Opportunamente, Segre parte in questo nuovo viaggio civile non dal circo mediatico ma da una visita alla fabbrica abbandonata dove vivevano molti dei braccianti neri espulsi in tutta fretta tra 8 e 9 gennaio. Tende, vestiti, fotografie, lettere, tutto giace per terra buttato alla rinfusa. Nessuno ha avuto neanche il tempo di riprendersi le proprie cose. Quegli oggetti diventano ben presto storie, corpi, volti, voci: si chiamano Amadou, Abraham, Kalifa, Jamadu, Abraham, John, Zongo e vengono da Costa d’Avorio, Ghana, Burkina Faso, Senegal, Congo. Ma prima – e dopo che, e nel mentre – che per questi testimoni dell’Italia profonda di oggi lo schermo diventi una pagina bianca sulla quale scrivere la testimonianza ancora bruciante del proprio vissuto, lo schermo stesso diventa una finestra della memoria nella quale Segre ci invita a fare i conti col nostro, di passato. Sulla base di una serie di struggenti immagini di repertorio e testimonianze orali d’epoca. Sì, perché Rosarno, prima di essere terra di ’ndrangheta e terra amara di sfruttamento e duro lavoro, è stato teatro nel dopoguerra di lotte contadine nelle quali famiglie numerose si battevano per spaccarsi sì la schiena quindici ore al giorno ma almeno su un pezzo di terra di proprietà. Poi, ma questo Segre lo dice tra le righe, e con lui l’ex sindaco di Rosarno Giuseppe Lavorato, alcuni braccianti sono diventati proprietari o custodi, alcuni di questi sono diventati assegnatari di appalti, e alcuni di questi sono diventati ’ndranghetisti.

Così, alla fine della fiera, a spaccarsi la schiena negli aranceti, negli uliveti, o tra le piantagioni di tabacco della piana, da tempo non sono più gli italiani, ma gli immigrati di mezza Europa dell’est. E quando piove, come dice il ghanese Abraham, visto che «il bianco è bianco», a raccogliere le arance ci vanno i neri. C’è chi si deve guadagnare da vivere, in attesa di un visto da rifugiato che non arriverà mai. Chi si è rassegnato a scendere al sud dopo aver girato inutilmente mezzo Veneto in cerca di lavoro. Chi è venuto in Italia sapendo solo che noi eravamo i campioni del mondo di calcio. Chi ripensa al fatto che al suo paese, in Africa, non gli era mai capitato di dormire per terra. Chi si indigna ancora a considerare che durante il giorno non c’era modo di mangiare altro che arance. Chi osserva che nessun italiano lavorerebbe dodici ore al giorno e anche più per pochi euro, ai quali va sottratto il pizzo da pagare al caporale e il costo del trasporto. Frammenti di racconti, da cui emerge un quotidiano di sfruttamento e ordinaria umiliazione, spezzato solo dalle aggressioni dei piccoli ras della zona.

Come denuncia l’ex sindaco, ci sono sempre state, anche in tempi recenti. Tutti sapevano, nessuno ha mosso un dito: sindacati, forze di polizia, magistratura, enti locali. Poi c’è stato qualche sparo di troppo e qualcun altro ha avuto il torto di alzare la testa e scrivere sui muri, in segno di sfida «Non ammazzare i neri. Noi ce ne ricorderemo». È stato, forse, l’inizio di tutto: nuove provocazioni, nuovi spari, la risposta dei braccianti con la manifestazione, le deliranti dichiarazioni di un paio di ministri della paura e poi la caccia al nero – un rito tribale da libro nero della storia – interrotta solo dalla deportazione dei braccianti, abbandonati al loro destino sui cartoni della stazione Termini. Ma la vita continua, e così la lotta per la sopravvivenza, in un Paese nel quale, salvo la solidarietà fattiva offerta dai centri sociali e da alcune parrocchie, c’è il vuoto. O forse no, forse non in certe periferie dell’Occidente, come Pescopagano, nelle quali, dice lo stesso Abraham, sembra proprio di stare in Africa, e lo dice con il sorriso, e non con il ghigno di un Borghezio.

Il sangue verde non è un instant movie, né ha la linearità dimostrativa di un film a tesi. Segre riesce a restituire con rigore e attenzione il senso di un vissuto plurale di sofferenza e ricerca di riscatto. Se in Come un uomo sulla Terra, straordinario film generatore di cineasti (Dagmawi Yimer, che ora cammina sulle sue gambe), la storia di Dag metteva ordine e calore esperienziale al racconto, qui Segre si affida più al montaggio di Sara Zavarise, alle musiche della Piccola Bottega Baltazar, alle luci di Luca Bigazzi, per costruire un tessuto emozionale nel quale avvolgere i singoli contributi, isolando in una sorta di spazio metatemporale la testimonianza preziosa dell’ex sindaco di Rosarno. La scelta di intervallare il racconto con alcuni passaggi da servizi di tg, accompagnata dalla soluzione di uno zoom sporco, schiaccia a tratti il discorso nella prospettiva del combat film. Ma forse il vero problema è che ci troviamo governati dalla peggiore classe politica dal dopoguerra e ricordarcene fa ogni volta masticare bile.

Se è vero che la ribellione di Amadou e degli altri ha provocato un sussulto almeno nella magistratura, consentendo l’arresto di diversi boss locali, ci sono tutte le condizioni perché il film contribuisca ad amplificare l’onda d’urto di quel grido, e i luoghi di proiezione diventino altrettanti poli di informazione e sensibilizzazione sulla condizione dei braccianti neri – a Rosarno, a Castelvolturno dove è venuta a morire Miriam Makeba, e altrove. Il blog ufficiale del film è diventato già uno strumento per raccogliere articoli e materiali utili a seguire l’evoluzione del problema.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsIl sangue verde
Regia: Andrea Segre; fotografia: Luca Bigazzi, Federico Angelucci, Matteo Calore; montaggio: Sara Zavarise; con: Amadou Bodian, Abraham Kwasi Appiah, Abraham Yabrè, Kalifa Soumahroro, Jamadu Bagayogo, John Kofi Boateng, Tibi Saidou Zongo, Giuseppe Lavorato; con la partecipazione di: Kalifoo Ground Sound System; origine: Italia, 2010; durata: 57’; formato: HD; produzione: Andrea Segre (ZaLab), con la collaborazione di Francesco Bonsemiante (JoleFilm) e Francesca Feder (Aeternum Films); blog ufficiale: ilsangueverde.blogspot.com

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