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Il FIFF di Namur compie 25 anni

di Maria Coletti

1-8 ottobre 2010

Si apre tra soli due giorni in Belgio la 25. edizione del Festival Internazionale del Film Francofono di Namur (1-8 ottobre 2010), appuntamento cinematografico che non manca di offrire ogni anno una bella finestra sulla produzione cinematografica africana e della diaspora.

Per spegnere le 25 candeline del festival, questa edizione presenta ben due titoli africani nel Concorso Ufficiale Lungometraggi.
Les Larmes de l’émigration di Alassane Diago (Senegal/Francia, nella foto), già vincitore del Griot d’Ebano per il miglior documentario alla settima edizione del Festival del Cinema Africano di Tarifa, racconta la tragedia, le speranze e l’attesa dell’emigrazione dal punto di vista di differenti generazioni di donne senegalesi di una stessa famiglia, ognuna segnata dall’assenza del marito o del padre, partito per il sogno europeo.
Tra realtà e finzione si svolge invece La Mosquée (Jamaâ) di Daoud Aoulad-Syad (Marocco/Francia), recentemente presentato al Festival di San Sebastian e ideale proseguimento del film precedente del regista marocchino: per la scenografia di En attendant Pasolini era stata costruita una Moschea, che, a film finito, viene usata come una vera Moschea dagli abitanti del villaggio, con tutte le conseguenze del caso.

Due film africani sono stati selezionati anche nel Concorso Émile Cantillon per la migliore opera prima.
Notre étrangère della franco-burkinabè Sarah Bouyain, presentato alla Mostra di Venezia, ci mostra come, anche per chi si inserisce stabilmente in Europa, può accadere che si faccia largo il ricordo delle origini e il desiderio di ricomporre il quadro della propria identità, magari partendo a ritroso, in Burkina Faso, alla ricerca di una madre perduta, attraversando le strade di altre due donne che sembravano aspettarla.
Tutto all’interno della società marocchina, ma non meno attraversato dalla ricerca dell’identità, è l’altra opera prima africana in concorso firmata da Mohamed Mouftakir: Pégase, che ha vinto il Grand Prix al Festival di Tangeri, si svolge all’interno di un istituto psichiatrico dove Zineb si trova di fronte ad una ragazza terrorizzata e convinta di essere incinta.

Diversi titoli interessanti - tra film africani, film di registi della diaspora o film sull’Africa realizzati da registi europei - affollano la sezione fuori concorso Sguardi del presente. Innanzitutto il film collettivo L’Afrique vu par..., ovvero l’Africa raccontata da 10 corti di dieci diversi autori africani: Exhibitions di Rachid Bouchareb (Algeria), Errance di Nouri Bouzid (Tunisia), A pegadas de todos os tempos di Flora Gomes (Guinea Bissau), Nous aussi avons marché sur la lune di Balufu-Bakupa Kanyinda (Repubblica Democratica del Congo), Coquillage (O’Buzio) di Sol de Carvalho (Mozambico), Telegraph to the sky di Teddy Mattera (Sudafrica), Bom dia Africa (Bonjour Afrique) di Zézé Gamboa (Angola), One more vote for B. Obama di Mama Keïta (Guinea), Une femme fâchée di Abderrahmane Sissako (Mauritania-Mali), 1000 génération d’Afrique di Gaston Kaboré (Burkina Faso).

Il documentario Black Diamond di Pascale Lamche (Francia/Belgio), appena uscito nelle sale francesi, ci mostra l’altra faccia della medaglia del culto del mercato internazionale del calcio, sul cui altare, desiderose di riscatto sociale, numerose famiglie sono pronte a sacrificare, come in una moderna tratta negriera, i propri figli migliori.
In Kafka au Congo (Belgio) i due documentaristi Marlène Rabaud e Arnaud Zajtman ricostruiscono, attraverso la paradossale odissea giudiziaria di una donna costretta a difendersi da sola in tribunale, l’impossibilità quotidiana della giustizia in Congo, ovvero in un Paese dominato dalla corruzione.
Come vivere, o meglio sopravvivere in Camerun, essendo donne e per giunta ballerine? Cerca di rispondere a questo quesito il documentario Life di Patrick Epape (Camerun/Belgio), che segue alcune di queste artiste mentre ballano nei videoclip, nei cabaret o per le strade di Douala.
Mentre in Vivre ici il tunisino Mohamed Zran compone un ritratto poetico e corale della vita a Zarzis, un piccolo villaggio sul mare nel Sud della Tunisia, attraverso i mille volti e le mille storie che si intrecciano nel negozio di spezie dell’ebreo Simon: Tahar, l’insegnante progressista, Hadi, il pittore maledetto, Fatma, l’organizzatrice di matrimoni, Bechir, l’autista di taxi e tanti altri.

Nella ricca sezione Sguardi del presente anche due film di finzione di due cineasti d’eccezione.
Con l’intenso Un homme qui crie del ciadiano Mahamat-Saleh Haroun (Francia/Belgio/Ciad) - film tra i più apprezzati dalla critica nella competizione dell’ultimo Festival di Cannes, dove ha ottenuto un meritato Premio della Giuria - il regista ritorna ancora una volta alla guerra civile, ancora una volta ad una storia di rapporti padre-figlio ambigua, inscritta in un orizzonte di incertezza e di perdita.
Moloch tropical (Haiti/Francia), presentato all’ultimo Festival di Berlino, segna il ritorno dell’haitiano Raoul Peck a sei anni da Sometimes in April (2004): il ritratto di un presidente immaginario (interpretato dall’attore franco-algerino Zinedine Soualem), che, sia pur democraticamente eletto, si trova al centro di un sommovimento popolare nel giorno stesso dell’insediamento, alla presenza di premier e capi di stato stranieri.

Da segnalare poi, dello stesso regista, la proiezione speciale del film Lumumba, un’occasione per (ri)scoprire uno dei capolavori di Raoul Peck, nell’ambito dell’iniziativa Cinetoile: il film è infatti stato selezionato dagli 8 partner africani del progetto Cinetoile, per la promozione e la diffusione del cinema africano in Africa, un progetto ideato da Africalia e finanziato dall’Unione Europea.

Per finire, ricordiamo una cospicua presenza africana anche tra i giurati del festival.
Della giuria del Concorso Ufficiale Lungometraggi fa parte infatti anche l’attrice franco-africana Mata Gabin, nata alla frontiera tra la Liberia e la Costa d’Avorio da madre libero-guineana e da padre martinicano, scoperta dal grande schermo nel 2000 proprio grazie al film Lumumba e grande interprete fra cinema, teatro e tv.
Accanto a lei, anche il regista e attore franco-algerino Lyes Salem, che è nato ad Algeri e ha studiato alla Sorbona, al Teatro Nazionale di Chaillot e al Conservatorio Nazionale d’Arte Drammatica. Dopo diversi ruoli di attore al cinema, in tv e a teatro, Salem ha esordito come regista con due corti e poi con il lungometraggio Mascarades, premiato in molti festival tra cui anche Namur.

Per il programma integrale del festival, rimandiamo al sito ufficiale: http://www.fiff.be/fr

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