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Stolen

di Violeta Ayala e Dan Fallshaw

Il lato oscuro del pianeta Sahrawi

Come sono buoni i bianchi direbbe Marco Ferreri, specie quelli del movimento politico del Fronte Polisario. Fondato nel 1973, il Fronte rappresenta il popolo saharawi, stanziato lungo una striscia desertica del Sahara occidentale, che rivendica un’ascendenza araba e si batte per reclamare la propria indipendenza dal Marocco. Il senso di unità è pian piano entrato nelle vite di queste genti, coincidendo nel 1976 con la proclamazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica per merito di Mohamed Abdelaziz. Ma, questo microcosmo dalla visione estrema e totale - pur essendo formalmente riconosciuto da ben 76 stati africani e sudamericani - non è visto di buon occhio dall’ONU.

La creazione di uno spazio di pace avverrà solo nel lontano 1991, quando il cerchio delle lotte e ritorsioni sembra essersi chiuso (per il momento) grazie all’intervento della missione dell’ONU MINURSO. Le nevrosi di guerra fra i due diversi schieramenti avrebbero dovuto acquietarsi con la soppressione della Repubblica Democratica Araba Sahrawi e l’applicazione di una sorta di Autorità per il Sahara occidentale, durevole un lasso di tempo pari a un quinquennio. A decorrere dei termini temporali, sarebbe stato indetto un referendum popolare per l’indipendenza del Sahara Occidentale. Eppure, il mutamento politico-ideologico non ha mai debuttato nell’assolata monocromia del deserto africano e la speranza di andare alle urne è stata compromessa per sempre. Così, come recita l’antico proverbio africano, «quando due elefanti lottano, è l’erba che soffre», dove con la parola erba è da intendere tutti i civili abbandonati a se stessi in quelle zone di frontiera.

Partendo da queste premesse, la coppia di registi australiani Violeta Ayala e Dan Fallshaw realizza nel 2009 - con l’apporto finanziario di “Screen Cinema” - Stolen, ovvero un documentario su informazione, attualità internazionale e diritti umani. Qui le forme attuali di lavoro servile, in quella che si autodefinisce Repubblica Democratica Araba Sahrawi, sono oggetto di una macchina da presa tutt’altro che rigida nelle mani dei due filmmmaker. In settantasette minuti di pellicola è descritto senza tanti orpelli estetici il senso d’impotenza, paura e solitudine di chi deve sottostare alla logica che fa di una persona nera uno schiavo tra i campi profughi di Tindouf. Presentato a Toronto e vincitore del premio per il miglior documentario al Panafrican Film Festival di Los Angeles, il film è stato di recente riproposto nella rassegna "Internazionale a Roma" al Palazzo delle Esposizioni.

In Stolen, a prezzo di un grandissimo sacrificio, Fetim racconta come la normalità della sua storia personale s’innervi nel cuore stesso dell’anormale statuto della schiavitù. Riacquisire la propria identità per questa donna nera è una sfida indetta contro la Storia, quella con la s maiuscola, che lascia dietro di sé l’incivile mito dei figli in catene di un dio minore. All’età di tre anni, invero, Fetim è stata tolta alla madre Embarka dal padre/padrone arabo e affidata da quest’ultimo alla bianca Dailo. La sequenza in cui la protagonista di questo drammatico episodio incontra dopo un trentennio la genitrice si disegna, pertanto, come una sorta di risarcimento tardivo per le mille insoddisfazioni quotidiane. Ma, l’enunciazione di Fetim viene recuperata, assimilata e riverberata pure nei dolenti resoconti di altre nove persone che da anni debbono accettare il loro status vivendi.

Secondo gli attivisti del Fronte Polisario, l’intero documentario è complessivamente inquinato da una visione partigiana, che approda faziosamente a una visione del mondo del tutto erronea. Per questo motivo, i fiancheggiatori di Mohamed Abdelaziz hanno cercato di ergersi alla stregua di legislatori e/o censori, tentando in ciascun modo di condizionare la proiezione di Stolen al Festival di cinema di Melbourne, tenutosi la scorsa estate. Il controllo e la riprensione del Polisario già prima non avevano avuto la meglio: neppure quando, in occasione della manifestazione cinematografica di Sidney, Fetim era stata condotta con mezzi coercitivi nel continente australiano al fine di abiurare davanti alla stampa a quanto dichiarato in Stolen. Tuttavia, non è sufficiente una sconfessione a parole per distorcere l’autenticità del passato, soprattutto di fronte a immagini che mostrano irrevocabilmente le prove tangibili di uno stato di totale asservimento. Per una volta, infatti, la tangibilità dell’autentico è davvero celata nella puntuale scansione delle immagini: a tal proposito, si veda l’inserto concernente il certificato scritto della liberazione della stessa Fetim.

Recentemente Ainsi Romana Cacchioli dell’Organizzazione di lotta contro la schiavitù ha affermato sulle colonne del giornale «Brisbane Times», che tutte le scene di Stolen sono assolutamente corrispondenti alla verità nuda e cruda. In questo quadro, s’inserisce pure l’attestazione di casi simili a quelli mostrati nel documentario di Ayala e Fallshaw nei mass media della penisola iberica. Apprendere la lezione di Fetim per lo spettatore occidentale affamato di realtà è un vero e proprio cazzotto nello stomaco, ma bisogna avere il coraggio di incassare e andare oltre, in questa esplorazione già avviata coraggiosamente verso il vero.

Maria Cristina Caponi | Internazionale a Roma

Cast & CreditsStolen
Regia: Violeta Ayala e Dan Fallshaw; fotografia: Violeta Ayala e Dan Fallshaw; montaggio: Dan Fallshaw; scenografia: Dan Fallshaw; musica: John McDowell; origine: Australia, 2009; formato: HD, B&N e col; durata: 77’; produzione: Tom Zubrycki, Violeta Ayala, Dan Fallshaw, Deborah Dickson per New South Wales Film & Television Office, Screen Australia, United Notions Film; sito ufficiale: thetruthaboutstolen.com

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