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Festival di Roma: Diol Kadd

di Gianni Celati

La sua Africa

Presentato in concorso nella sezione "L’altro cinema/Extra", Diol kadd era, per quanto ci riguarda, uno dei titoli più attesi di questo festival di Roma. Lo era, non solo e non tanto perché lo firma Gianni Celati, considerato uno dei più interessanti autori della letteratura di viaggio, quanto per il progetto di spettacolo teatrale da cui nasce Il gioco della povertà e della ricchezza (Leebu Nawet ak Noor), ideato dall’attore e regista senegalese Mandiaye N’Diaye. Si tratta di un’operazione di trasposizione interculturale, dalla Grecia del III sec. a.C al Senegal di oggi, del Pluto di Aristofane, (ri)scritto in wolof nel 2003 con la collaborazione di Celati, per essere rappresentato in strada, nel villaggio natale di N’Diaye (Diol kadd, appunto) e messo in scena nel 2006 anche in Italia nell’ambito del Festival Negroamaro di Corigliano d’Otranto.
Nella versione di N’Diaye, un contadino onesto, turbato dalla povertà dilagante intorno a lui e dal fatto che la ricchezza beneficia spesso persone indegne, decide di andare in cerca del Signore delle piogge, un vecchio e potente santone cieco, responsabile della distribuzione della ricchezza, per farlo curare alla vista, in modo che possa così riequilibrare i torti, togliendo ai ricchi empi e premiando i poveri virtuosi. Quando però, recuperata la vista, il vecchio viene nel villaggio per distribuire finalmente la ricchezza, viene assalito dagli avidi abitanti, trovandosi costretto a scappare. Con lui fuggirà anche il contadino, entrambi delusi dal comportamento della popolazione. Rimarrà solo il disincantato servo, che aveva sempre tentato di dissuadere il padrone dalla sua impresa.

Celati, nato a Sondrio nel 1937, non è nuovo né ad occuparsi d’Africa né di cinema. Ha raccontato di recente a Repubblica di essersi sempre interessato d’Africa, fin da quando sposò in gioventù una tunisina. Dalla fine degli anni Novanta ha cominciato a trasformare il proprio interesse in un’attività più concreta di ricerca e scrittura che ha portato a tre libri, Avventure in Africa (Feltrinelli, 1998), Fata Morgana (Feltrinelli, 2005) e Passar la vita a Diol Kadd (Fondazione Collegio San Carlo, 2007). Quest’ultimo dà conto di uno stadio della ricerca avviata nel 2003 con N’Diaye per la riscrittura del Pluto, che ha prodotto peraltro un altro documentario, dal titolo Diol kadd (prima parte) di 52 minuti, ultimato nel 2008. Del resto, quasi come un prolungamento della sua attività di narratore, Citati si era già cimentato col mezzo cinematografico, riprendendo personaggi e luoghi del suo libro più amato, Verso la foce (1989), per raccontarli in immagini con Strada provinciale delle anime (1991), seguito da Il mondo di Luigi Ghirri (1999) e Case sparse. Visioni di case che crollano (2003).
Ma veniamo al film, al film, dico, e non alla presentazione del 31 ottobre al Teatro Studio e all’incontro col pubblico che ne è seguito, circonfusi da un alone ecumenico di capolavoro che mi ha, lo confesso, alquanto infastidito e mi rende difficile dare conto, con un minimo di distanza critica, del documentario di Celati.

Nel film si parte dalla fine, cioè dalla conclusione del progetto, per poi risalire, in modo piuttosto anarchico, cioè senza un percorso cronologico preciso, lungo gli eventi che ne hanno scandito la genesi. Accanto a Celati, presente con la sua voce fuoricampo praticamente in tutti i 90 minuti del film ma anche in video, entra subito in scena il tuttofare Moussa Ka, che dorme sotto lo stesso tetto di capanna con lo scrittore/regista e lo aiuta in tutte le faccende pratiche nel villaggio, oltre a recitare nel ruolo del comico servo – lui che pure è un dotto marabutto e cantastorie della setta dei Murides, seguaci del santo Ahmadou Bamba, leader sufi e fondatore della moschea di Touba, descritto da Celati come una sorta di San Francesco musulmano.

La vita a Diol kadd, un piccolo villaggio di 400 anime, a 150 km da Dakar, prende ben presto il sopravvento nel film su ogni altro soggetto o traccia narrativa. Lo stesso progetto di spettacolo torna al centro dell’attenzione con modalità irregolari e sporadiche. «Qui tutto mi dà l’impressione di essere in campagna come quando ero bambino. Anche nella periferia di Dakar la vita è contadina, senza elettricità né acqua corrente»: Celati prende tutto il tempo che gli serve per mostrarci il quotidiano a Diol Kadd, a partire dai lunghi risvegli, con la voce del muezzin e il canto del gallo. Anche perché «qui c’è un’altra specie di tempo, più fluido, meno informe, il tempo delle abitudini e della vita che passa». Al mattino le ragazze vanno a prendere l’acqua, la più provocatoria (Nyanga) accenna davanti all’operatore dei passi di sabar, la danza tradizionale senegalese, saltando e facendo oscillare il bacino. Di giorno, gli uomini che non sono partiti per Dakar vanno a lavorare nei campi: si coltiva miglio e arachide su una terra sabbiosa che solo vent’anni fa era florida e boscosa e ora è minacciata dalla desertificazione. Al villaggio, che a quest’ora sembra abbandonato, le donne sfaccendano, spazzando senza sosta davanti all’entrata delle capanne; i cortili, sempre ordinati, non hanno chiusure, delimitati come sono da cortine che qui chiamano paravergogna.

Nel corso della giornata la vita si rianima, anche nel cortile dei vicini, dominato da due figure femminili, la matrona Thioro, con i suoi diciotto figli e la camera da letto ammobiliata di stile quasi borghese, e l’antenata di 104 anni. La rivedremo incredibilmente la sera, ballare attorno al fuoco il sabar insieme alle altre donne e ai pochi uomini che ancora vivono nel villaggio, scandendo un ritmo forsennato a suon di tamburo, anche se a onor del vero si tratta di vassoi di metallo rovesciati. Sì perché approfittando della presenza di toubab ospiti, la sera si finisce sempre a ballare.
La vita continua a Diol Kadd, scandita da ritmi eterni molto più che dalle scadenze dello spettacolo. Il regista N’diaye, l’unico professionista del gruppo, comincia finalmente le prove, dopo aver convinto un ex portiere della nazionale, Abdoulaye Diop, ad accettare il ruolo del cieco Signore delle piogge. In alcune scene lo vediamo cercare di parlare inascoltato a dei contadini, mettendoli in guardia dal desiderio della ricchezza, che rende ciechi. Chi ci vede bene è Moussa Ka, che nelle stelle legge il segno dell’imminente inizio della stagione delle piogge e l’indomani si scatena un temporale.

Arriva il momento atteso dello spettacolo nel villaggio. Ben presto, i due cori degli uomini e delle donne cominciano a fronteggiarsi, con un furore però non previsto dal copione che costringe gli organizzatori a interrompere la recita. Ma le prove continuano, in un suggestivo altopiano di terra rossa, dove si mette in scena il primo incontro tra il contadino, il servo e il Signore delle piogge. Fra visite ai mercati vicini e ai villaggi vicini, il tempo scorre, finché arriva il momento della proiezione al villaggio del documentario, che ricostruisce la genesi del progetto di spettacolo. Al villaggio nel frattempo ci sono stati piccoli cambiamenti: la nonna centenaria è morta, la giovane sfrontata si è sposata, le nuore della matrona vicina hanno un altro figlio. Ma il tempo dello spettacolo e quello del film di Celati si mescolano, e Diol kadd finisce sull’immagine del servo comico che si allontana, augurandoci di fare buoni sogni.

Fin qui il tenue filo narrativo che tiene insieme il documentario di Celati. In realtà, si sarà compreso che il primo elemento di strutturazione della sceneggiatura è la voce di commento del regista, spesso impastato con una colonna rumori non sempre lavorata naturalisticamente e soprattutto con uno score estremamente eclettico, che spazia da brani di musica tradizionale africana a fraseggi di musica colta, da Bach e Messiaen. La vocalità di Celati, col suo incedere morbido e cantilenante, richiama alla memoria le voci di Pier Paolo Pasolini in Appunti per un’Orestiade africana (1970) e prima ancora del suo alterego Francesco Leonetti in La rabbia (1963). Tuttavia, la scelta di far passare ogni informazione visiva e narrativa attraverso la voce di Celati, dai dialoghi in wolof legati al quotidiano a quelli dello spettacolo, e persino le spiegazioni in francese di N’Diaye, a mio avviso toglie aria al film. Lo spettatore fin dalle prime immagini scivola, in virtù della doppia esperienza, visiva (i due operatori, talvolta in campo, visualizzano in qualche modo lo sguardo di Celati) e acustica (il commento onnipresente del regista) che offre Diol kadd, da una percezione oggettivo-naturalistica a un regime di focalizzazione ipersoggettivo, benché nomade e disperso (i soggetti in campo sono pur sempre tre, due operatori e il regista).

A proiezione conclusa, Celati ha raccontato di esser partito per il Senegal senza un’idea precisa per il documentario e senza conoscere nulla della realtà che avrebbe incontrato, seguendo solo lo spunto dello spettacolo da farsi. Lo stesso spunto è diventato nei fatti un vero e proprio pretesto, se è vero che il regista e i suoi operatori, colpiti dalla semplicità e dalla dignità degli abitanti del villaggio, hanno cominciato ad andarsene liberamente in giro per il paese a fare riprese e a osservare la vita quotidiana, spesso senza poter interloquire con gli abitanti, non parlando il wolof. Lo scrittore/regista ha in più occasioni menzionato come modello di approccio al reale il cinema di Zavattini, e in particolare la sua idea di «incontro con un luogo che cambia lo sguardo». Nel film, in effetti, l’idea zavattiniana del soggetto pensato durante prende concretamente forma davanti ai nostri occhi, mentre seguiamo la deriva dello sguardo (uno e trino) di Celati. Ma l’incontro è, come spesso accade, con l’Africa più che con gli africani.

Il problema è che questo sguardo, che si vorrebbe amatoriale, e che sembra ambire a una sorta di rigenerazione spirituale, vergine non è, visto che ha alle spalle decenni di storia, letteratura e cinema coloniali e postcoloniali. Avventurarsi alla scoperta di un’altra cultura senza porsi una serie di quesiti prioritari di ordine epistemologico e rappresentazionale – soprattutto se si vuole poi raccontarla, questa cultura, a un pubblico – può provocare brutti scherzi. Ecco che allora la riconduzione dello stile di vita austero di Diol kadd a quello del mondo contadino dell’infanzia dell’autore ci riconsegna al panmeridionalismo di Pasolini, nozione/grumo valoriale dai contorni sfuggenti e dalle implicazioni imprevedibili, di cui abbiamo discusso di recente parlando del bel libro di Giovanna Trento (link). Escludendo alcuni incidenti di percorso, come un paio di sequenze con inquadrature al ralenti dal basso, trasposte come soggettive di bambini (al termine/prima di altrettante successioni di primi piani sorridenti, stile ABC Africa di Kiarostami), il discorso delle immagini – che, come detto, dimentica purtroppo assai presto il testo-spettacolo di N’Diaye, relegandolo in secondo piano – scivola sovente soprattutto per colpa della voce di commento, in un crinale ambiguo, che non basta un riferimento autoriflessivo – l’incontro di Celati con un ragazzo nero che sorride dei toubab come lui in cerca di storie esotiche – ad esorcizzare.

Mi limito a citare una sequenza indicativa. Dopo averci descritto sommariamente la lotta dei contadini contro la desertificazione, vediamo i due operatori appostarsi, letteralmente, fuori dal villaggio, a filmare il passeggio dei viandanti. Passa una donna di mezza età, alta, altera. Celati ci ha appena mostrato uno dei due operatori intento a riprendere la scena con una videocamera digitale montata su una steadicam ed ecco che vediamo la donna avanzare verso l’operatore e guardarlo con un’aria distaccata e un po’ infastidita, mentre il regista si chiede il perché di questa freddezza. (Io una modesta interpretazione ce l’avrei: se vedessi qualcuno – nero, o soprattutto bianco, che sia – appostato all’incrocio di via della Marranella a Roma, dove vivo, che mi riprende, seguendomi con una steadicam, ne sarei quantomeno disturbato, chiedendogli forse cos’abbia da guardare.) Appena dopo, passa una vecchia signora, un po’ malmessa: mentre la mdp la fissa, Celati in voce fuoricampo ci descrive la donna, che passa «ai bordi di questo paradiso terrestre […] un paesaggio sospeso che fa pensare a future speculazioni, al progresso che avanza», si chiede cosa stia pensando e conclude che questo paradiso morirà con lei. (Se Celati avesse voluto sapere cosa le passava per la testa, avrebbe potuto semplicemente chiederglielo – ma, già, per questo, avrebbe dovuto imparare il wolof…)

L’osservazione dei fatti minuti («gardez-vous de vous croiser les bras en l’attitude stérile du spectateur, car la vie n’est pas un spectacle», scriveva Césaire, e Sissako e Haroun sono con lui), combinata con considerazioni consimili, che insistono sull’imminente fine di un mondo, producono una visione crepuscolare, nostalgica, alla Gozzano, che fa tristemente parte del patrimonio di miti e fantasmi eurocentrici partoriti dall’immaginario coloniale e postcoloniale. Insistere sulla visione di un’Africa paleocontadina, serenamente sorridente di un sorriso infantile, senza storia e quindi senza un futuro, stante l’inevitabile fine dei valori tradizionali, porta Celati ad allinearsi con l’afropessismo cosmico di Pasolini e Moravia. Sarà che quando ci si avvicina alla morte, ci piace pensare, con un certo involontario narcisismo, che il mondo che amiamo ci possa al massimo sopravvivere in una forma degradata. Come l’Italia è sopravvissuta, sia pure subendo una metamorfosi antropologica per certi versi feroce, alla fine della cultura patriarcale e rurale, così accadrà anche all’Africa, anzi probabilmente meglio. Forse sarebbe bastato citare qualcuna delle iniziative portate avanti da Mandiaye N’Diaye a Diol Kadd con la sua associazione Takku Ligey (link) in ambito agricolo e culturale, per dare l’idea di un villaggio proiettato verso un futuro di sviluppo e non di sopravvivenza memoriale.

Concludo con un inciso che, assicuro, non ha nulla di polemico. Mario Sesti, il direttore della sezione “L’altro cinema/Extra” (unica riserva indiana concessa all’Africa da anni al Festival di Roma), ha esordito la sua presentazione con l’impegnativa chiosa «è la prima volta che si capisce come si vive in un villaggio africano». Eh no, caro Sesti, la storia del cinema africano è costellata di decine di film, sia di documentario che di finzione, che descrivono, dall’interno, la vita di villaggio e il mondo contadino. Basti solo pensare, per restare in Senegal ai due straordinari film di Safi Faye, il docufiction Kaddu beykat (1975) e il documentario Fad’jal (1979), girati nel villaggio omonimo, 100 km a sud di Dakar; oppure, spostandoci sul versante della fiction, a Kodou (1970) e a Jom (1982) di Ababacar Samb-Makharam, il secondo dei quali è stato anche trasmesso su Fuori Orario. Quanto a film recenti girati da registi europei in terra d’Africa, il pensiero, riaggiustando le coordinate geografiche, va a Emanuelle Démoris e al suo ciclo di documentari girati nel quartiere popolare di Alessandria, Mafrouza: cinque film, girati dal 2007 al 2010, in cui la filmmaker ci fa sedere accanto alle donne e agli uomini del quartiere, e ci fa ascoltare, semplicemente, la loro voce.

Leonardo De Franceschi | 5. Festival Internazionale del Film di Roma

Cast & CreditsDiol Kadd - Vita, diari e riprese in un villaggio del Senegal
Regia: Gianni Celati; sceneggiatura: Gianni Celati; fotografia: Lamberto Borsetti, Paolo Muran; montaggio: Lamberto Borsetti; con: Gianni Celati, Mandiaye N’Diaye, Moussa Ka, Lamberto Borsetti, Paolo Muran; origine: Italia, 2010; durata: 90’; formato: HD; produzione: Luca Buelli, Nicoletta Nesler, Marilisa Piga per Pierrot e la Rosa, Paofilm; distribuzione: Vitagraph.

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