title_magazine

Festival di Roma: Il colore del vento

di Bruno Bigoni

Inseguendo una voce

Questo nuovo film di Bruno Bigoni, documentarista italiano di lungo corso (classe 1950), è un viaggio nei luoghi, nella memoria e nella storia dei vari paesi del Mediterraneo, separati dall’Italia da pochi chilometri di mare il quale assurge nel film a elemento unificatore e, allo stesso tempo, separatore, fonte di speranza per migliori condizioni di vita e causa di dolori e sofferenze nel tentativo di raggiungerle.

Il viaggio inizia sulle coste della Catalogna, al seguito dell’ultima, ormai quasi centenaria, rappresentante delle MM.LL., le Mujeres Libres, un movimento di donne che, negli anni Trenta, immediatamente prima del golpe franchista, alimentò il fermento anarchico che costituì un momento-chiave della storia della Spagna del Novecento. Questo prologo, incentrato sulla figura dell’anarchico Buenaventura Durruti, apre un film che porta Bigoni a trovar i suoi personaggi sulle varie coste che affacciano sul Mediterraneo - Tangeri, Lampedusa, l’ex-Yugoslavia, l’Albania, le coste pugliesi - una rassegna dei vari luoghi di frizione che hanno alimentato le pagine della storia e della cronaca italiane degli ultimi vent’anni. In questo viaggio, tappa imprescindibile è la voce di Fabrizio De André, la cui memoria vive nella colonna sonora del film, in brani come Creuza de Ma e Sidùn, tra i più sincretici del cantautore genovese e inclusi nell’album più sincretico di De Andrè, quel Creuza de Ma nel quale sperimentò l’uso di strumenti provenienti da vari paesi del bacino del Mediterraneo. I pezzi ci vengono magnificamente riproposti da Mauro Pagani in persona, che compare nel film accompagnando la voce della cantante tunisina Mouna Amari in una bellissima esecuzione di Sidùn. E non a caso, a chiudere il viaggio di Bruno Bigoni è Genova, con le sue creature, le prostitute africane che popolano le notti dei carrugi della Città Vecchia, con il loro passato di sofferenze e umiliazioni.

Purtroppo, nonostante quest’idea del mare Mediterraneo come trait d’union tra popoli e paesi con storie così diverse, una progettualità di stampo finanche salaniano, potremmo dire, nell’intenzione, il risultato non riesce a fare di questa complessità un unità e finisce per scadere nella disorganicità. Il film si compone di questa articolata serie di passaggi, tutti relativi a luoghi caratterizzati da un passato completamente diverso: di qua gli anni Trenta della Barcellona di Buenaventura Durruti, di là i desideri di un adolescente di Tangeri dinanzi alle rive del mare, passando per il diario dell’ora trentenne Ivana in cui si racconta della lunga serie di bombardamenti che, nei primi anni Novanta, rasero al suolo la meravigliosa cittadina di Dubrovnik, in Croazia, dove lei viveva, al tempo, i suoi tredici anni. Vari capitoli di storia inerenti alcuni paesi del Mediterraneo, facenti parte di macrostorie diverse - storie ordinarie di guerra, storie politiche di anarchia, storie contemporanee di migrazione - vanno a comporre uno scenario che, lungi dal riuscire a restituire la coesione di un mosaico organico di frammenti, si limita a concatenare capitoli tenuti insieme da questo fragile fil rouge del viaggio nel Mediterraneo, senza riuscire a far emergere un senso superiore.

Molti dei capitoli, peraltro, si vedono trattati con una superficialità, talora, sconcertante. Ad esempio, il già citato frammento di Tangeri nel quale assistiamo alle confessioni di un adolescente che ci comunica il suo desiderio di superare il mare e lasciare il suo paese, dove non può realizzarsi. Davvero un affresco troppo sintetico per una città dalla storia così densa e per un problema così scottante, la frustrazione dei giovani maghrebini che si apprestano a un viaggio del quale – e qui rendiamo merito al film - ci viene proposto poi il contraltare italiano, con il ritratto della donna albanese a Bari e della sua sofferta storia di migrante (forse, il capitolo migliore del film). Analogamente, pecca di superficialità il finale tra i carrugi di Genova con le sue protagoniste, giovani donne immigrate dall’Africa, sbarcate in Sicilia dopo settimane di cammino sotto il sole del deserto e dopo giorni di viaggio in mare tra i cadaveri dei compagni di ventura. Bigoni non ce le mostra che per una decina di minuti, alternando interviste che, nella maggior parte dei casi, ci mostrano queste donne nell’atto di ripercorrere la tragicità del loro arrivo e lo squallore della loro permanenza in Italia, tendendo a restituirne un’immagine vittimista e puntando con grande ingenuità all’effettistica emotiva (emblematico di questo atteggiamento populista da cahier de doléances il lamento collettivo delle due giovani africane quando si lamentano dei vari insulti, sul colore della pelle e sulla loro professione, se ci intendiamo su questo poco felice termine, ricevuti da italiani razzisti). Operazione, questa, abbastanza riuscita, visti gli applausi alla fine della proiezione e scrutate, all’uscita, le facce contrite del pubblico che, alle dieci del mattino di martedì, ha assistito alla proiezione di Il colore del vento nel Teatro Studio dell’Auditorium – Parco della Musica nel corso della V edizione del Festival del Film di Roma, nell’ambito del quale il film è stato presentato nella sezione Extra.

Un pubblico che, dunque, ha dato mostra di tutta la sua stima verso il politically correct e verso un uso del tutto convenzionale delle marche stilistiche tipiche del documentario. Su tutte l’intervista, utilizzata da Bigoni in modo piatto, senza alcun cenno di una consapevolezza riflessiva, senza elaborare il senso della presenza di questi testimoni, la presenza del cineasta al di qua della macchina da presa (unico momento in tal senso interessante, il tentativo, peraltro maldestro, di far intervistare la protagonista del segmento ex-yugoslavo da un’altra donna, dando luogo a momenti di imbarazzo dinanzi alle drammatiche confessioni della donna), senza cercare una coesione stilistica tra i soggetti, i luoghi, la memoria e il lavoro sul mezzo cinematografico e sul suo linguaggio. Cose che il documentario italiano più recente conosce molto bene, a giudicare dalla matrice originale e sperimentale del lavoro di cineasti come Pietro Marcello, Gianfranco Pannone, Daniele Gaglianone, Vittorio Moroni, Marco Bertozzi, Stefano Consiglio, Corso Salani (compianto anch’egli), anzi, soprattutto lui, perchè con lui Bigoni condivide questo sottogenere del nuovo cinema documentario, il film di viaggio. Tutti innovatori del discorso documentario, perché esso non si limiti a elaborare il soggetto ma perché, nella misura in cui si misura con esso, tenda a rimettere continuamente in discussione la stessa pratica documentaria, in un atteggiamento profondamente riflessivo, a rimettere in discussione l’uso delle varie marche stilistiche del documentario, l’intervista, la ricostruzione, la voice over, in relazione a una mutata consapevolezza del rapporto tra cinema e realtà.

La povertà, da questo punto di vista, del lavoro di Bigoni riporta il documentario indietro di qualche anno, prima che le varie coppie gay de L’amore e basta (Stefano Consiglio, 2009) o i fantastici Enzo e (la compianta) Mary del bellissimo La bocca del lupo (Pietro Marcello, 2009) ci dessero a vedere un modo nuovo di fare intervista, prima che lo stile graffiante di Vittorio Moroni, con il suo Eva e Adamo (2009), schiudesse un orizzonte per la legittimazione artistica di una forma moderna di polically uncorrectness che rifiuta sistematicamente ogni strizzata d’occhio al pubblico più benpensante.

Altre due note di delusione in chiusura. Uno, il gesto di inserire, durante l’esecuzione di Sidùn (peraltro ben organizzata, in un vero e proprio teatro, al buio, come fosse uno spettacolo teatrale), le immagini di repertorio (spesso presenti nel film, talora anche belle immagini, provenienti da archivi che non sono specificati sul pressbook del film), con tanto di suono, dei bombardamenti che hanno afflitto e tuttora affliggono il confine israelo-palestinese (per la cronaca, Sidùn è proprio un lamento funebre di una madre per la morte di suo figlio nei conflitti di quelle zone del mondo). Sarebbe stato molto più bello farci godere questa bellissima esecuzione, che peraltro, per le poche scene in cui l’abbiamo vista, era ben girata. Secondo, e ultimo, il classico, sconsiderato zoom verso il primo accenno di lacrimuccia di un uomo di Dubrovnik che racconta della morte di un amico. Segno di una concezione del rapporto tra cineasta e soggetto ancora basato sull’unidirezionalità, su un’autorialità vecchia e irrigidita nell’egocentrismo, sulla caccia alle emozioni, e non su una ben più moderna forma di negoziazione e di lavoro di squadra, in cui non c’è alcun bisogno di spingere con troppa energia su un materiale umano così sensibile. Una concezione da cui, ci permettiamo di dire che Il colore del vento è molto, molto lontano.

Simone Moraldi | 5. Festival Internazionale del Film di Roma

Cast & CreditsIl colore del vento - Un viaggio nel Mediterraneo sulle Tracce di Creuza de Mä
Regia: Bruno Bigoni; sceneggiatura: Bruno Bigoni, in collaborazione con Silvia Da Parè, Lara Fremder, Marco Villa; fotografia: Daria D’Antonio, Saverio Guarna, Fabrizio La Palombara, Andrea Locatelli; montaggio: Massimo Fiocchi, Cristina Flamini; origine: Italia, 2010; durata: 75’; formato: 35 mm, colore; produzione: Minnie Ferrara e Bruno Bigoni, in collaborazione con Lumière & Co.; distribuzione: Teodora.

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
mercoledì 18 aprile 2018

Cannes 71: DuVernay e Nin in giuria

Annunciata anche la Giuria ufficiale del prossimo Festival di Cannes (8-19 maggio), presieduta (...)

martedì 17 aprile 2018

Cannes 71: Mohamed Ben Attia alla Quinzaine

Il film tunisino Weldi (Mon cher enfant) di Mohamed Ben Attia sarà presentato in prima mondiale (...)

venerdì 13 aprile 2018

Cannes 71: per i 100 anni di Nelson Mandela

Nelson Mandela avrebbe compiuto 100 anni nel 2018. Tra le anticipazioni del programma del (...)

venerdì 13 aprile 2018

Cannes 71: Meryem Benm’Barek al Certain (...)

Un’altra giovane regista africana selezionata al Festival di Cannes nella sezione Un Certain (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha