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Festival di Roma: Roma

di Theo Eshetu

Cartoline dal crepuscolo

Presentato un po’ (troppo) di straforo, con proiezione unica alla Casa del Cinema lunedì 1° novembre, nella sezione L’altro cinema/Extra, all’interno dell’omaggio a Corso Salani, Roma di Theo Eshetu è, per chi vi scrive, l’esperienza della visione più folgorante che ci abbia regalato questo 5. Festival del Film di Roma. Ne è autore un filmmaker e videoartista dal ricchissimo e ibdridato background culturale (nato a Londra nel 1958 da madre olandese e padre etiope, Theo vive e lavora nella capitale dal 1982), le cui opere appartengono all’ampio e magmatico pianeta della non fiction, situandosi sul versante della videoarte e del cinema-saggio da galleria più che su quello del documentario. Autore schivo e orgoglioso della propria indipendenza, Eshetu è probabilmente più conosciuto a Londra e a New York, dove le sue opere sono state esposte in gallerie prestigiose, che nella sua città d’adozione, la provinciale Roma di Veltroni e Alemanno, ma tant’è. Una delle lezioni dure che ci impartisce il suo sguardo da straniero sulla città eterna è che Roma è molto meno cosmopolita di quanto potessimo immaginare ed auspicare (o che, detto diversamente, il suo centro resiste con le unghie e con i denti a ciò che arriva dalle periferie).

Prodotto dalla sua White Light con il contributo della Roma Lazio Film Commission, sulla base di immagini riprese nell’arco di un decennio, Roma è un viaggio notturno e a tratti psichedelico, incorniciato da una finestra schermica una e trina, come nella tradizione del cinema panoramico d’avanguardia inaugurata dal Napoléon di Gance e ripresa dal Warhol di Chelsea Girls, in cui gli schermi laterali restituiscono spesso un’immagine specularmente simmetrica. (Sarebbe anzi interessante vederlo una volta davvero proiettato su un dispositivo trischermico invece che sullo schermo peraltro piccolo della Casa del Cinema, incassato tra due profonde bande nere: anche Eshetu avrebbe bisogno del suo Massenzio…). Il film inizia come un noir lynchiano alla Strade perdute, con le immagini on the road di un avvicinamento a Roma, per finire come un’elegia funebre jamesiana. Così infatti l’ha presentato Eshetu al pubblico del festival di Roma: «Tra le righe di questo filmato c’è una sottile narrazione di una battaglia tra l’arte, la cultura e il potere e alla fine è il potere a vincere e allora questo è una specie di requiem in qualche modo per la cultura e perciò in questo senso vorrei dedicarlo a tutti quelli che in questo periodo stanno combattendo per la cultura in Italia».

Cinque pattern accompagnano ricorsivamente lo spettatore in questa immersione nelle strade della città, punteggiando la sua esperienza plastico-acustica. Anzitutto la voce monologante di Victor Cavallo, che ci racconta di una Roma neoarcaica, eternamente uguale a se stessa, in cui tutti aspettano sempre qualcosa con ansia pur sapendo che alla fine non succederà nulla, rimpallandosi frasi fatte («nun c’è problema») che tradiscono una millenaria pigrizia. Quindi una serie di primi piani di volti, perlopiù femminili, in cui, tra gli altri, il particolare di un viso statuario (Il genio della morte di Canova) si alterna/sovrappone alla maschera egizia di un mimo e al viso di una performer – immagini concepite per un’installazione di Marco Maria Gazzano, Torre della pace. E ancora, le evoluzioni coreutiche di un duo di ballerini (Patrick King e Johan King Siverhult) che danzano sullo sfondo di una chiesa sconsacrata, attraendosi e respingendosi come due lottatori di capoeira. Dal passato del cinema, come in una specie di montaggio alla Grifi (quello de La verifica incerta) riemergono le frattaglie fiammeggianti di pepla americani, quasi a celebrare l’Hollywood sul Tevere o l’immagine di Roma imperiale nel cinema mainstream: da Cleopatra e Giulio Cesare di Mankiewicz al kubrickiano Spartacus (e l’africano Eshetu sceglie la morte dell’eroico gladiatore black Woody Strode). Su tutto, un vibrante e rapsodico impasto di suoni, voci, rumori, elaborato dal compositore elettronico Alvin Currant che a tratti ricorda la partitura di L’uomo con la macchina da presa di Vertov, nella ricostruzione curata da Yuri Tsivian.

Ma Roma è sospeso simbolicamente anche tra due frasi, specularmente emblematiche sulla capitale, l’una, esplicitamente citata, di Jung («Non ho mai voluto visitare Roma per il timore dell’effetto che la città avrebbe potuto avere sulla mia coscienza») e l’altra, evocata nelle interviste o nel pressbook, di Fellini, che la descriveva come una città africana. Per paradosso, e qui torno alla questione del carattere provinciale di Roma, nella città tratteggiata dalle luci/ombre di Eshetu, i segni di presenza documentaristica delle comunità migranti sono pressoché assenti (un venditore asiatico di gadget, che guarda in macchina con alle spalle il manifesto di un concerto di Badara Seck…), sostituiti da più astratte ed enigmatiche immagini-simbolo (la citata maschera del mimo di piazza Navona, l’obelisco egizio di piazza del Popolo, il performer nero King, lo Strode gladiatore, un tableau vivant di Luigi Ontani con lupo umano e due bambini di cui uno nero) che disancorano provocatoriamente l’immaginario da una visione da festa de noantri.

Del resto, la folla è presente come un altro motivo portante del cinepoema di Eshetu – quella delle processioni, delle manifestazioni di piazza, dei tifosi in festa per lo scudetto del 2001, dei fedeli di San Pietro, dei turisti di piazza Navona – un pieno caotico e rumoroso (nel pressbook il regista ha in proposito evocato una bella pagina di Anna Maria Ortese) che contrasta con il vuoto di molti passaggi, notturni o aurorali, accompagnati dal rumore musicale dell’acqua – le famose fontane di Roma, al centro di numerose immagini –, come dal canto e dalle evoluzioni geometriche degli storni, o, più suggestivamente, dall’eco di passi che rimbombano sull’acciottolato. Tra le mille voci, ricorre più volte quella di Anna Magnani, custode di una romanità archetipica, voce che per alcuni secondi si fa immagine aleatoria, proiettata com’è su uno schermo di fumo. Il rumore visivo di tanti passaggi ci rinvia all’immagine di una Roma natalizia, tutta luminarie e ciaramelle, eternamente autocelebrativa.

Ma l’ultima strofa di Eshetu, aperta idealmente dall’immagine di Gianni Toti cui il film è dedicato, insiste sull’immagine-icona di Papa Wojtyla, presentata, sembra di capire, come una delle ultime presenze-simbolo della città. Dal materiale raccolto per un progetto non andato in porto, proprio sulla morte di Wojtyla, riemergono le immagini di un pontefice stanco e malato, che parla di un uomo «invaso dal dubbio che diventa disperazione», circondato da folle di fedeli in attesa del suo trapasso, come in un funebre reality show trasmesso in mondovisione. L’atmosfera cupa e solenne delle tombe papali nei sotterranei di San Pietro si stempera attraversando i vialetti del Verano, dove, quasi riecheggiando l’aria sospesa dei Sepolcri foscoliani, gli ultimi abitanti di una Roma che fu vanno idealmente a renderle omaggio, portando un fiore ai loro cari.

Autentica esperienza sinestetica, Roma è un’opera-cristallo, dalle molte facce e dai mille riflessi, da vedere e rivedere, alla ricerca di nuove suggestioni. Eshetu riesce nell’impresa impervia di far convivere alto e basso, sublime e vernacolare, eterno ed effimero, sacralità e materialismo, il tutto peraltro con i soldi (che si immaginano pochi) e il logo della Roma Film Commission. Questo densissimo mediometraggio di 55 minuti ci ricorda come l’esercizio di vedersi con gli occhi di uno straniero – che tale più non è, folgorato come dimostra d’essere dal fascino della città – può essere utile a (ri)conoscerci come depositari di una memoria materiale e immateriale che sfida con sempre maggiore rischio l’estinzione e l’oblio, tappa ultima in un processo forse irredimibile di museificazione da turismo di massa. Il senso di sconfitta che il film ci restituisce allora, esprime la difficoltà con cui Roma, a differenza di altre metropoli europee, come Berlino, Parigi o Barcellona, si confronta con la contemporaneità (il discorso, del resto, vale per l’intera penisola...). Eppure, ci sono sacche di resistenza e reinvenzione del quotidiano, in periferie neanche troppo lontane dal centro, che Eshetu in qualche modo ha tenuto fuori dalla sua mappatura visionaria. In questo senso, la vibrante, mortifera energia che intercetta col suo film, presenta singolari echi e affinità con l’immaginario romano del Greenaway de Il ventre dell’architetto.

Leonardo De Franceschi | 5. Festival Internazionale del Film di Roma

Cast & CreditsRoma
Regia, scrittura, fotografia e montaggio: Theo Eshetu; musiche: Alvin Curran; e con la partecipazione di: Patrick King, Johan King Siverhult, Sarah Silvagni, Caterina Inesi, Simona Senzacqua; e con un’opera di: Luigi Ontani; voce: Victor Cavallo; origine: Italia, 2010; durata: 55’; formato: HD, colore; produzione: Theo Eshetu per White Light, con il contributo di Roma Lazio Film Commission.

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