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Festival di Roma: I fiori di Kirkuk

di Fariborz Kamkari

La persecuzione dei curdi in una love story

Presentato il 2 novembre nella sezione ufficiale alla 5° edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, I fiori di Kirkuk è la prima co-produzione irachena-italo-svizzera.
Tratto dal romanzo omonimo di Fariborz Kamkari edito da Cooper, il film racconta una disperata storia d’amore in un crudele scenario di guerra.

Il giovane regista curdo Fariborz Kamkari al suo terzo lungometraggio ha voluto infrangere un silenzio durato troppo a lungo, denunciando ciò che era stato ignorato dagli europei per ovvi motivi politici ed economici. Ambientato in Iraq, a Kirkuk, una cittadina a 250 chilometri da Bagdad negli anni ’80 sotto il regime di Saddam Hussein, Najla, interpretata dall’attrice francomarocchina Morjana Alaoui, è una dottoressa laureata in medicina all’università di Roma e prossima alla specializzazione che decide di partire per un disperato bisogno di ritrovare il suo amore ed avere delle risposte. Per questo Najla lascia l’Italia per tornare in Medio Oriente dove l’attende la sua famiglia tradizionale, una realtà che non le appartiene più perché si sente troppo occidentale e indipendente, e per trovare Sherko, il suo proibito amore, anch’egli medico, che ha abbandonato l’occidente per aiutare la sua popolazione curda sterminata dalla persecuzione del regime di Saddam Hussein.

La figura di Najla è molto accattivante, coraggiosa, determinata e forte, distaccata dalle sue tradizioni e dai suoi doveri di brava donna orientale, per lottare contro la sua famiglia e il suo governo pur di far valere il suo sentimento verso la persona amata e verso la popolazione curda. Gli amori impossibili tra due etnie che si fanno la guerra, una borghese irachena (Najla) e un medico curdo (Sherko), ed un amore altrettanto profondo ma non corrisposto, quello di Mokhtar, un ufficiale iracheno che vuole sposare a tutti i costi e rendere felice la bella dottoressa con la promessa di portarla via da quello scenario fatto di orrore. Ma lei non riesce a rinunciare a quell’amore sbagliato e tanto complicato.

Una pellicola che fa ruotare le vicende della persecuzione e del genocidio in un disperato intreccio amoroso è una scelta assai discutibile e a dir poco banale.
Un tocco meno sentimentale e più documentaristico sarebbe stato più efficace, in quanto il contesto politico risulta superficiale, la permanenza di Najla nei servizi interni dell’esercito è poco realistica: troppo libera di muoversi e passare informazioni, rubare e falsificare documenti, sedurre funzionari per proteggere la persona amata, tutto con estrema facilità.
Eccessiva poesia e poco realismo per temi quali l’uso di armi chimiche, la deportazione, le reali torture, i saccheggi ai villaggi e la fine di migliaia di donne che invece richiedevano più approfondimento, sono stati solo sfiorati.
Il momento della fuga verso il confine di Najla e Sherko col piccolo neonato salvato dalle braccia della madre condannata a morte, appare quasi patetico, richiamando visivamente la fuga in Egitto di Maria e Giuseppe con il bambino e l’asinello.

Il romanticismo dei fiori che sbocciano durante la notte di passione ritornano alla fine del film nel campo dove la protagonista ha deciso di morire perché costituitasi all’esercito come prima colpevole e responsabile di tradimento.
Oltre all’amore, al coraggio, ai tradimenti e alla sofferenza, si aggiunge anche il sacrificio che coinvolge Mokhtar in quanto si proclama colpevole cercando di salvare la sua amata dalla fucilazione, e alla stesso tempo il sacrificio di Najla che una volta aver messo in salvo Sherko con il neonato, li abbandona per ritornare indietro e farsi carico delle sue responsabilità andando a morire.

La parte iniziale e conclusiva della pellicola vengono composte utilizzando materiale di repertorio che noi tutti ricordiamo: la caduta del dittatore Saddam Hussein.

Il film è stato realizzato grazie alla collaborazione con Rai Cinema, la Filas/Regione Lazio ed il patrocinio dell’Università di Roma “La Sapienza”, il ministero della cultura dell’Iraq, il Ministero degli Esteri italiano e con il contributo del Programma Midia e di Eurimages. Le riprese sono state fatte interamente in Iraq, nella regione autonoma del Kurdistan dai primi di ottobre alla prima metà di dicembre 2009.

Francesca Iannantuoni | 5. Festival Internazionale del Film di Roma

Cast & CreditsGotakani kirkuk (I fiori di Kirkuk)
Regia: Fariborz Kamkari; sceneggiatura: Fariborz Kamkari e Naseh Kamkari; fotografia: Marco Carosi; musiche: l’Orchestra di Piazza Vittorio; montaggio: Marco Spoletini; interpreti: Morjana Alaoui, Ertem Eser, Mohamed Zouaoui, Mohammed Bakri, Maryam Hassouni, Ashraf Hamdi, Falah Fleyeh, Shilan Rahmani, Sarkaw Gorany, Fehd Banchemsi; origine: Iraq, Italia, Svizzera 2010; formato: 35mm; durata: 118’; produzione: Far Out Films, T&C Film, Oskar; distribuzione: Medusa; uscita: 19 novembre 2010.

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