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Berlinale 61: State of Violence

di Khalo Matabane

L'impossibilità di vivere assediati dal proprio passato

Nella sezione Forum del Festival di Berlino è stato presentato State of Violence, esordio alla finzione del giovane regista sudafricano Khalo Matabane. I suoi precedenti film documentari lo hanno promosso a pieno titolo come una delle nuove e stimolanti voci del cinema africano. Questa opera segna certamente un passo importante nella sua carriera.

Il film narra la storia di Bobedi (Fana Mokoena), un uomo d’affari di Johannesburg che viene promosso a dirigente di un nuovo progetto di investimento. Tornando a casa dopo aver festeggiato con sua moglie Joy (Lindi Matshikiza), trova un intruso nella sua stanza da letto. L’uomo dal viso coperto sembra conoscere personalmente Bobedi e uccide sua moglie con un colpo di pistola a sangue freddo per poi dileguarsi nella notte. Di fronte al fallimento delle indagini da parte della polizia, Bobedi intraprende una propria caccia all’assassino cercando l’appoggio di suo fratello Boy-Boy, interpretato dal protagonista de Il mio nome è Tsotsi, Presley Chweneyagae. Non tarderà a realizzare che il movente si trova nel suo passato di ragazzo violento: anni prima lui stesso aveva ucciso il padre del giovane assassino dandogli fuoco davanti ad una folla eccitata.

Lo stile del film non si discosta molto dal linguaggio classico hollywoodiano e segue un andamento prettamente lineare e cronologico. Classico è anche il tema dell’elaborazione e del ritorno del rimosso tanto caro ad un maestro del calibro di Alfred Hitchcock. I personaggi hanno tutti dei caratteri ben delineati: non lasciano spazio ad ambiguità. Gli attori offrono tutti delle performance di grande intensità. Particolarmente intensi i dialoghi tra Bobedi e sua madre con cui ormai non sembra più possibile ricucire una relazione di fiducia a seguito dei sui tragici trascorsi giovanili.

Le lingue sono usate per caratterizzare il contesto sociale e la familiarità delle relazioni. L’inglese si lega all’ufficialità delle discussioni d’affari o della nuova borghesia di Johannesburg, mentre lo zulu riempie le strade delle periferie e diviene finalmente la sonorità più legata alle emozioni e agli affetti. Alcuni dialoghi restano ibridi e testimoniano di un ricco humus linguistico in continua evoluzione. Le musiche non sono invadenti ma restano molto innocue rispetto alle possibilità offerte dalla cultura musicale sudafricana: i brani di musica tonale suonano a tratti come un occasione perduta.

Matabane promette violenza fin dal titolo e certamente non lascia delusi. Molte le scene in cui la sensibilità vacilla di fronte al sangue, seppur finto, che scorre copioso. Il vero asse narrativo resta comunque il viaggio interiore del protagonista nell’analisi critica del suo passato. Un passato che ritorna, infesta la memoria, provoca dolore. Certamente non casuale il riferimento alla violenza che il Sudafrica ha ben conosciuto durante la sua recente storia e che ancora stenta ad elaborare e dunque superare in modo definitivo.

Sul piano morale il film non lascia allo spettatore delle soluzioni di comodo, al contrario solleva il dilemma della legittimità della vendetta di fronte alla spirale di violenza che una giustizia sommaria provoca. Malgrado il film manchi di audacia sul piano estetico, non manca la carica etica nella rappresentazione di dilemmi antichi quanto l’uomo. Una lancia spezzata in favore della rimarginazione della memoria collettiva in un paese che fatica a chiudere le ferite della propria storia.

Riccardo Centola | 61. Internationale Filmfestspiele Berlin

Cast & CreditsState of Violence
Regia: Khalo Matabane; sceneggiatura: Khalo Matabane; fotografia: Matthys Mocke; montaggio: Audrey Maurion; sonoro: Jim Petrak; interpreti: Presley Chweneyagae, Lindi Matshikiza, Fana Mokoena, Neo Ntlatleng; origine: Sudafrica/Francia, 2010; formato: 35 mm, Dolby Srd; durata: 79’; produzione: Jeremy Nathan, Michelle Wheatley per DV8 Films (Sudafrica), Liaison Cinématographique (Francia).

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