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FESPACO 2011: sopravvivere a una grande storia

di Leonardo De Franceschi

Gli highlights della 22. edizione (26 febbraio-5 marzo)

Dormono dormono sulla collina... A sfogliare il catalogo della 22a edizione del Fespaco, lo storico festival panafricano del cinema che si apre oggi, 26 febbraio, mi è venuto da pensare alla rilettura di De André dell’Antologia di Spoon River. Se, come raccontava il critico Manthia Diawara nel suo recente African Film, l’edizione 2009 era stata segnata dal fantasma di Sembene Ousmane, il decano dei decani del cinema africano, questa che sta per cominciare sarà costellata da numerosi omaggi a figure importanti venute a mancare nell’ultimo biennio. La lista purtroppo è lunga, forse troppo, per accontentare un po’ tutti: qui basti ricordare due autentici giganti come il critico e padre delle Journées Cinématographie de Carthage Tahar Cheriaa e lo straordinario Sotigui Kouyaté (London River, Little Senegal), attore-griot che il cinema ha saputo valorizzare solo in minima parte; e poi autori che hanno lasciato un segno nella storia breve del cinema africano come i veterani Mahama Johnson Traoré (campione della prima generazione, quella del cinema sociopolitico alla Sembène) e Desiré Ecare (regista di Visage de femme, cult movie erotico che gli è costato l’emarginazione) e il più giovane Adama Drabo (noto soprattutto per la brillante commedia dei sessi Taafe fanga). Nessuno, peccato, si è ricordato del documentarista tunisino Mustapha Hasnaoui, morto il 15 gennaio di quest’anno a soli 59 anni, dopo aver firmato decine di film di valore, soprattutto per ARTE e altre emittenti francesi, tra cui vanno ricordati almeno Margaret Garner, girato negli Stati Uniti nel 2006, e il recente Zelal, viaggio-conversazione con alcuni pazzi e pazze da slegare, presentato all’ultima Mostra di Venezia.

Non che questa edizione guardi esclusivamente al passato. Certo, la scelta del tema cui è dedicata la tavola rotonda di quest’anno, vale a dire “Cinema africano e mercato” ci riporta a problemi endemici, intorno ai quali si dibatte da decenni. Se finora ci si era occupati soprattutto del secondo anello della filiera, quello della distribuzione, da sempre in mano alle grandi compagnie hollywoodiane e francesi, ormai la vera urgenza è diventata l’emorragia inarrestabile di sale. È vero tuttavia che, sul versante della produzione, la digitalizzazione delle varie tappe realizzative ha prodotto, almeno sul fronte dei numeri, un’apertura significativa alle nuove generazioni, in tutti gli ambiti, dai documentari al cortometraggi, dalle serie televisive agli stessi lungometraggi. Basti pensare appunto alla sezione competitiva lunghi, il cui vincitore si aggiudica il prestigioso Stallone di Yennenga (l’ultimo è stato Haile Gerima con Teza): quest’anno sono in lizza ben 18 (!) titoli, provenienti da tutte le aree culturali e linguistiche del continente, ad eccezione del Corno d’Africa. Sulla carta, dovrebbero far man bassa di premi il ciadiano Mahamat Saleh Haroun (Un homme qui crie) e il marocchino Daoud Aoulad-Syad (Al jamaa/La mosquée), ma anche Yousry Nasrallah (Ehky ya Shahrazad/Sheherazade tell me a story) e Abdelkrim Bahloul (Voyage à Alger) possono avere buone chances; sulla carta, si ha la netta impressione che almeno un terzo dei titoli sia stato selezionato esclusivamente per coprire delle caselle geografiche. Molti sono i nomi nuovi in lizza: aspettiamo curiosi il verdetto della giuria ufficiale, in cui siedono il critico statunitense M’bye Cham, la produttrice tunisina Dora Bouchoucha, il regista marocchino Hassan Ben Jelloun, il regista camerunese Jean-Pierre Bekolo, la giornalista guadalupense Osange Silou-Kieffer, lo studioso burkinabè Prosper Compaoré e il direttore di festival tanzaniano Martin Mhando.

Per il resto, il cartellone è ricco di sezioni, finestre ed eventi. Tra le decine di film presentati, spazio anche all’Italia, nella vetrina intitolata “L’Afrique vu par...”, con due titoli: Bon sejour, girato da Maria Silvia Bazzoli e dal francese Christian Lelong in Burkina Faso e dedicato ad alcune inservienti/prostitute di un bar; e Il nuovo sud dell’Italia, un doc lungo di Pino Esposito sull’Italia attraversata dalle ondate di migrazione clandestina provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo, tema quanto mai attuale, viste le inevitabili ripercussioni che le rivoluzioni in atto in diversi paesi costieri stanno comportando, con la discesa in mare di migliaia di disperati pronti a tutto pur di salvarsi dai colpi di coda di regimi dispotici e da una drammatica crisi economica. A questo proposito, tra tanti sguardi rivolti al passato e museificazioni precoci (con i soldi spesi per le statue a Gaston Kaboré e Souleymane Cissé forse i due registi avrebbero potuto girarci un corto...), non sarebbe stato disdicevole aprire una finestra sull’Africa del futuro, coinvolgendo anzitutto i cineasti tunisini, egiziani e libici in un incontro sulle sorti di un Nordafrica in cammino verso sistemi auspicabilmente più democratici e pluralisti. Viene il sospetto che il Burkina Faso, come troppi altri paesi subsahariani, non abbia le carte in regola per ospitare un evento di tal fatta. Tanti leader pluridecennali guardano con preoccupazione ai sommovimenti in atto in Nordafrica, temendo un imprevedibile effetto domino. Ma chiudere gli occhi non spegnerà l’incendio.

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