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FCAAAL 2011: segnali da rivoluzioni contagiose

di Gina Annunziata

Domenica 27 marzo si è conclusa a Milano la 21a edizione del Festival del Cinema Africano, dell’Asia e dell’America Latina. Aldilà dei riconoscimenti ufficiali, pensiamo che tra i protagonisti di questo festival sia giusto menzionare alcuni giovani autori che si sono segnalati al pubblico soprattutto per la loro capacità di stare dentro la quotidianità dei propri paesi, alla luce degli straordinari avvenimenti che hanno scosso diversi stati arabi negli ultimi mesi. Uno tra questi è stato senz’altro Ahmad Abdalla che ha concorso a Milano sia nella sezione “Finestre sul mondo” che per il miglior film africano con la pellicola Microphone (nella foto).

Il film, premiato con il Tanit d’or per il miglior film all’ultima edizione delle Journées Cinématographiques de Carthage, si ispira alla realtà della società araba, in particolare all’Egitto, portando lo sguardo sugli ostacoli che i giovani devono affrontare quotidianamente per poter esprimersi e mostrare le proprie capacità artistiche. Abdalla, nato al Cairo nel 1978, si è diplomato alla facoltà di musica e alla fine degli anni Novanta ha incominciato a lavorare come montatore per la pubblicità e la televisione. Il suo esordio al cinema come regista è del 2009 con Heliopolis, una produzione indipendente che segue le storie di cinque personaggi diversi dal tramonto all’alba nel quartiere Heliopolis del Cairo, dove chiese, moschee e sinagoghe convivono architettonicamente nella medesima strada. Tra gli intenti, v’è certamente quello di mostrare un cosmopolitismo del paese che sembra ormai perduto, sullo sfondo le difficoltà del vivere quotidiano.

La storia di Microphone, invece, comincia con il ritorno dagli Stati Uniti di Khaled (interpretato da Abol Naga, attore molto amato dal grande pubblico egiziano) che si ritrova spaesato nella propria città senza i suoi vecchi punti di riferimento. Vagando per Alessandria incontra per caso cantanti hip-hop che si esibiscono sui marciapiedi, musicisti rock che provano sui tetti di palazzi abbandonati, artisti di graffiti che dipingono di notte. Una città inedita che gli fa scoprire una straordinaria controcultura, schiacciata dalle barriere del sistema a cui viene impedito di esprimersi. Affascinato da questo incrocio di creatività diverse, Kahled tenta di mettere insieme le sue limitate risorse, nella speranza di sostenere l’emergere di questi nuovi talenti. Personaggi e ambienti si incrociano, talvolta incontrando il linguaggio del videoclip, restituendo allo spettatore la scena artistica underground della città. Le musiche del film sono state prodotte dagli stessi artisti che vediamo sullo schermo. Microphone è stato girato con una piccola equipe formata da otto persone, un basso budget e con una Canon D7 per catturare con discrezione la vita quotidiana nelle strade di Alessandria. Abdalla ha dichiarato che quando ha realizzato il film non poteva immaginare quanto poi è accaduto in Egitto, causando la caduta di Mubarak lo scorso febbraio, ma certamente la realtà da lui raccontata è stata annunciatrice se non altro della potenza sovversiva delle giovani generazioni da troppo tempo frustrate.

Altro segnale del malessere, questa volta dalla Algeria, viene da Mounès Khammar, nato ad Algeri nel 1975, che ha presentato al Festival il suo primo cortometraggio di finzione Le dernier passager. Il film mostra il mal di vivere di un giovane che si lancia da una scogliera sotto lo sguardo attonito dei passanti. Il suo fantasma ritorna in famiglia, sul palco del teatro dove lavora come addetto alle pulizie e dove ora finalmente può esprimersi ed essere applaudito. In un film senza dialoghi, accompagnato dalla musica di Zyad Al Rahabani, la rappresentazione delle difficoltà di una città e di una vita senza prospettive.
Ciò che emerge attraverso un film come Microphone e dai sette minuti del cortometraggio di Khammar, è che evidentemente il cinema ha cominciato da tempo, nonostante tutte le difficoltà del sistema di produzione, a farsi portavoce del malessere sfociato nelle manifestazioni e nelle rivoluzioni che hanno interessato l’area sud del Mediterraneo. I segni di rivolta che abbiamo visto come spettatori mediatici in Algeria, in Tunisia, in Egitto e in Libia non sono quelli della fame, come si vuol far credere, ma piuttosto della sete di libertà, per poter essere finalmente autori del proprio destino.

Un invito a esprimersi si ritrova in un certo senso anche in Tabou (che ha ricevuto una menzione speciale dalla giuria del concorso "cortometraggi africani"), cortometraggio tunisino di Meriem Riveill alla seconda regia dopo Les beaux jours, dove si affronta il tema delle molestie in famiglia raccontato attraverso la storia di Leyla, diciottenne alle prese con le prime esperienze sessuali. Dal tema della pedofilia, il film sfocia in un appello a liberare la parola per sciogliere i tabù più profondi. Souviens-toi et parle ! si legge alla fine, un invito che sembra essere stato accolto dal popolo tunisino, protagonista di una straordinaria rivoluzione che ha portato alla fuga del presidente Ben Ali lo scorso 14 gennaio.

La Tunisia è stata protagonista dell’evento speciale Mondo arabo: segnali da una rivoluzione contagiosa curato da Mohamed Challouf che ha contemplato diversi appuntamenti, tra cui Tunisia e le altre. Storie in parole e immagini dai Paesi del Mediterraneo in Rivolta, un incontro allo Spazio Oberdan che ha visto tra gli altri la partecipazione dei registi Fadhel Jaibi, Nouri Bouzid, Ahmad Abdalla, Mounès Khammar e Abdenour Zahzah (vincitore del Premio CENIT e del Premio SIGNIS con il cortometraggio Garagouz) e Chady Chlela, inviato speciale di France 24. Al centro culturale Rosetum, invece, c’è stata l’occasione di vedere in anteprima alcuni cortometraggi realizzati dagli studenti di Nouri Bouzid dell’Ecole des arts et du cinéma di Tunisi, come Chaos di Achraf Zekri, che mostra le immagini dei saccheggiatori dei supermercati, gli evasi dalle prigioni mentre i cittadini si organizzano nei comitati di quartiere, straordinaria espressione di responsabilità della società civile; Zaba et les médias di Hassen Abdelghani, pensato sulle immagini dell’ex presidente Ben Ali attraverso i media, prima e dopo la sua fuga; Les barbus et le bordel di Bassem Ayadi, che segue gli islamisti mentre cacciano le prostitute di “Abdallah Guech”, una casa chiusa situata all’entrata della Medina di Tunisi riconosciuta dalle autorità; Vous la voulez en desordre di Slim Miled, video-clip di un rapper sullo sfondo della rivoluzione.

La musica underground ha giocato un ruolo non secondario nel processo rivoluzionario, come ha testimoniato durante il festival il giovane Madou MC, generazione ’88, che ha vissuto la prigione per i suoi testi contro il regime di Ben Ali. Madou è stato protagonista di un evento collaterale al Festival con un concerto presso l’auditorium di Radio Popolare dove si è esibito insieme al rapper albanese Akrepi e al duo italiano Effepunto e L’uomo armato. Il materiale dei corti, che è soprattutto quello della presa diretta con mezzi di fortuna durante le manifestazioni, ci restituisce la complessità di una rivoluzione che è nata per la libertà d’espressione, la democrazia e la laicità. I cortometraggi presentati da Bouzid, da sempre figura controcorrente nel panorama cinematografico tunisino, sono il riflesso del potenziale che si sta liberando nel Paese e speriamo possa non disperdersi in questo delicato momento di transizione.

21. Festival del Cinema Africano d’Asia e America Latina

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