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The Arab National Project in Youssef Chahine's Cinema

di Malek Khouri

Sulle tracce di un lungo sogno interrotto

L’uscita di una monografia su un autore di prima grandezza del cinema africano e del sud come Youssef Chahine (1926-2008) rappresenta sempre un evento. Il fatto che sia pubblicata in inglese, dalla prestigiosa American University del Cairo, ne garantisce un bacino d’utenza ampio e la possibilità di essere discussa e approfondita, come merita, nell’ambito dei film studies e non solo. Tanto più che, ed è uno dei suoi maggiori punti di forza, con il suo The Arab National Project in Youssef Chahine’s Cinema, il giovane critico egiziano Malek Khouri ha scelto di affrontare l’opera di Chahine non da una prospettiva storico-critica, bensì appoggiandosi su una bibliografia teorica articolata, tale da assicurarne una lettura di matrice postcoloniale, non senza aver verificato con attenzione la tenuta del quadro categoriale di riferimento.

Come spiega infatti nell’introduzione, «la mia premessa teorica problematizza anche e in ultima analisi mette in discussione l’utilizzo universale (si legga “coloniale”) di nozioni come egemonia, postcolonialismo e modernità e quanto essi implicano quando vengono applicati allo studio del cinema arabo. […] Il termine egemonia, se applichiamo il termine alla soggettivita postcoloniale nel cinema di Chahine, dà conto delle dinamiche interne di classe, genere, sessualità, etnicità e così via, all’interno delle società araba ed egiziana, ma pone anche queste dinamiche in interazione con strutture di potere coloniali e neocoloniali radicate all’esterno». […] Lo stesso concetto di modernità, precisa Khouri, non fa riferimento a una nozione mutuata dal pensiero positivista occidentale bensì, anzitutto, al movimento del Rinascimento Arabo di metà Ottocento noto col termine al-Nahda, che sfidava tanto l’egemonia coloniale (prima ottomana e poi occidentale) quanto le strutture di potere egemoniche interne, contrarie alla possibilità di interpretare il Corano alla luce dei tempi nuovi, e a riconoscere il primato della ragione sulla fede, sulla scia della lezione di Ibn Rushd (Averroè), eroe del film più noto di Chahine in Europa, Il destino (al-Massir, 1997) .

Poste queste premesse metodologiche, l’autore, che in verità dà per acquisiti una serie di saperi di base sul regista, tanto da sacrificare la trattazione di numerosi film che esulano all’ambito della sua prospettiva esegetica (e trascurare per esempio l’inserimento di una filmografia completa di Chahine), parte da una precisa ipotesi di ricerca. Quella cioè che proprio il Rinascimento Arabo, con l’opera riformatrice di Mohammad Ali e del figlio, tra 1831 e 1840, abbia posto in essere le condizioni per la nascita di un Progetto Nazionale Arabo, teso a ricondurre idealmente in un’unica entità statuale i territori accomunati dalla comune matrice arabo-musulmana, appoggiandosi alla nascente borghesia imprenditoriale e mettendo in valore i «nessi tra resistenza coloniale e le lotte contro l’ingiustizia sociale e politica e il settarismo e il dogmatismo religioso».

Dopo il collasso dell’impero Ottomano, questo progetto sarebbe stato fatto proprio, sulla base di una piattaforma politica al contempo nazionalista e socialista, da Nasser, capace, con imprese come la nazionalizzazione del canale di Suez e la costruzione della diga di Assuan, di mobilitare l’orgoglio di tutta la nazione araba, per poi rimanere incompiuto, compromesso da eventi epocali come la sconfitta nella guerra dei Sei Giorni (1967), la morte dello stesso Nasser e l’adozione da parte del suo successore Sadat di una politica di apertura agli interessi neocoloniali degli Stati Uniti nel Medio Oriente.

A giudizio di Khouri, Youssef Chahine fin dagli anni Cinquanta ha cercato di posizionarsi come un intellettuale organico, interpretando con i suoi drammi sociali, come Sira fil-Wadi (Lotta nella valle, 1954 – in cui lancia un giovanissimo Omar Sharif, accanto alla già nota Faten Hamama) e Sira fil-Mina (Lotta sul molo, 1956) lo slancio riformatore del Nasserismo. Nella seconda metà degli anni Sessanta questo slancio in qualche modo si attenuò, per gli effetti di una politica economica di nazionalizzazioni che sancì l’affermazione di un nuovo ceto di burocrati, i cui effetti colpirono anche il settore cinematografico, anch’esso in parte ricondotto al controllo politico, quando per esempio Chahine si trovò costretto a un estenuante lavoro di negoziazione con le autorità egiziane e sovietiche per portare a termine il suo al-Nass wal-Nil (La gente e il Nilo, 1968), commissionatogli per celebrare l’impresa della diga di Assuan.

Con il trittico nero al-Iktiyar (La scelta, 1970), al-Asfur (Il passero, 1968) e Awdat al ibn al dal (Il ritorno del figliol prodigo, 1976), Chahine volta pagina verso uno stile più moderno, ellittico, nervoso, che, sempre secondo l’autore, lo mette in condizione di descrivere con efficacia il senso di smarrimento presente nel paese davanti al riemergere di dinamiche di sfruttamento e arricchimento che la rivoluzione nasseriana sembrava aver risolto. Con Iskanderija… lih? (Alessandria… perché?, 1976) ha avvio ancora una nuova fase per Chahine, segnata da una grave crisi cardiaca che ha indotto il regista a una sorta di ripensamento della propria esperienza artistica e umana. Sono le premesse di quella che verrà ricordata come la trilogia alessandrina (chiusa in verità con un quarto capitolo nel 2004, Alexandrie… New York), in cui Chahine affida a un alterego, Yehia, il compito di ripercorrere le tappe salienti della propria avventura, in seno a una famiglia cristiana, di estrazione piccolo-borghese, dagli studi nell’esclusivo Victoria College ad Alessandria, fino alla frequentazione della californiana Pasadena Playhouse e poi l’arrivo nel mondo del cinema, il primo grande successo con Bab al-hadid (Stazione centrale, 1958) e poi via via i riconoscimenti internazionali ma anche le crisi creative, in un paese avvitato in una spirale di repressione e chiusura culturale. Secondo Khouri, quest’operazione di recupero di una memoria personale e collettiva da parte di Chahine va messa in relazione con un precisa politica di rappresentazione, tesa a mettere in valore il carattere plurale dell’identità culturale araba, dando voce a soggetti subalterni – ebrei, cattolici, gay, donne – ignorati dalla storia ufficiale

L’ultima tappa affrontata da Khouri, che parte idealmente con la biografia romanzata del profeta Giuseppe (al-Mohager, 1994) violentemente avversata dall’università islamica al-Azhar, e prosegue con un’altra appropriazione autobiografica in una prospettiva antiintegralista, quella del filosofo Ibn Rush compiuta ne Il destino, lo porta a concentrarsi sul carattere sempre più esplicitamente politico dell’ultimo cinema di Chahine, che sceglie di sacrificare i tratti più modernisti ed ermetici del suo stile per adottare una prosa cinematografica non meno sontuosa ma più efficace e popolare, per esprimere tutta la sua amarezza avanti dagli effetti devastanti dell’integralismo e della globalizzazione sulla società egiziana, vittima di un’involuzione etica e di una deriva autoritaria, che sono il prodotto di una politica economica ed estera asservita agli interessi esclusivi degli Stati Uniti. Secondo Khouri, tuttavia, pur nella disillusione che deriva dalla considerazione di una classe politica inadeguata e corrotta, Chahine non rinuncia mai ad alludere alla forza irradiante del Progetto Nazionale Arabo, che vibra nei gesti e nei comportamenti di intellettuali e popolane, studenti e contadini, accomunati da una tensione utopica, di segno antiegemonico e oppositivo.

Un percorso di analisi di grande interesse, quello di Malek Khouri, che cerca di interrogare con passione e acume interpretativo il valore politico delle scelte di Chahine, come intellettuale militante e come autore cinematografico, e l’impatto suscitato dal suo cinema nella risposta del pubblico e della critica anzitutto locale. Un rilievo significativo viene dato all’analisi delle sue opzioni controcorrente sul piano dei modi di produzione, che lo portano, dopo l’esito pur controverso della coproduzione egiziano-sovietica del 1968, ad aprire una sua società (la Misr International) per poter perseguire progetti di coproduzione con l’Algeria prima e con la Francia poi, scommettendo sulla possibilità di rivolgersi a un pubblico internazionale, così da proporre a una platea più ampia e articolata storie orientate a una politica della rappresentazione sempre più critica nei confronti degli stereotipi che la retorica alterizzante dei media produce intorno ai popoli arabi, prima e ancor più all’indomani dell’11 settembre.

Il limite dell’operazione di Khouri sta nel voler ricondurre l’operatività del discorso oppositivo di Chahine, sempre e comunque, alla rigenerazione del Progetto Nazionale Arabo, anche se va riconosciuto che la matrice panaraba è senza alcun dubbio una delle componenti più forti e coerenti della sua visione del mondo e del suo cinema, come evidenziano la sua sensibilità anticoloniale emersa ai tempi di Jamila (1958), dedicato alla Giovanna d’Arco della resistenza algerina, la costernazione davanti al dramma della guerra civile libanese testimoniato dal cruento teatro domestico degli orrori di Awdat al ibn al dal, la reiterata denuncia degli interessi americani nella gestione della questione palestinese. Un effetto deformante di questo partito preso porta l’autore a considerare l’eclettismo stilistico di Chahine, il suo gusto verso la commistione di alto e basso, politica degli attori e dei generi e autobiografismo, propensione verso il popolare e ricorsività di un regime discorsivo di marca brechtiana, esclusivamente nella lente di un modernismo (ossimoricamente) oppositivo e antiegemonico.

A questo proposito, il saggio di Khouri conferma come i concetti chiave del lessico critico postcoloniale, nel momento in cui vengono declinati per dar conto della poetica di un autore del sud, vadano profondamente ripensati, tenendo conto che la spinta progressista segnata dai movimenti di liberazione nazionale non può essere semplicisticamente assimilata alla traiettoria storica del comunismo reale e come tale destinata ad esaurirsi con la fine delle grandi narrazioni. Come dimostra la realtà degli ultimi mesi, si tratta invece di spinte tuttora vitali, che chiamano in causa dinamiche interne ed esterne, coinvolgendo l’identità profonda dei paesi dell’Africa mediterranea per come si è configurata all’indomani dei processi di liberazione nazionale e nel loro successivo sviluppo, sul piano politico, economico e culturale. I cineasti africani contemporanei sono chiamati a interpretare questo processo di ripresa di un progetto interrotto, sulla base di una prospettiva programmaticamente marginale, in grado di declinare insieme vissuto personale e ascolto delle ragioni dei soggetti subalterni. Secondo la lezione di Chahine.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits
Malek Khouri
The Arab National Project in Youssef Chahine’s Cinema
Cairo/New York, The American University in Cairo Press, 2010, 282 pp.

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