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Cannes 64. Oltre il vuoto dell'Africa

di Leonardo De Franceschi

Al via il 64° Festival di Cannes (11-22 maggio)

Da qualche anno a questa parte, Jacob, Frémaux e il loro staff fanno sforzi considerevoli per mascherare il vuoto di immagini dall’Africa. Scomparso Chahine, quasi tutti aspettano solo Sissako o Haroun: negli anni di pausa per i due petit-maîtres del nuovo cinema africano, questo vuoto si fa ancora più abissale. Non che, naturalmente, oltre loro ci sia il vuoto, ma sta di fatto che la selezione ufficiale è traguardo, anno dopo anno, sempre più inarrivabile per i film africani. Allora all’Africa dei registi subentra, per forza di cose e a tamponare questo vuoto, l’Africa come tela di fondo (o paesaggio antropico) in storie concepite da autori riconosciuti del cinema globale. Come Radu Mihaileanu e Aki Kaurismaki, entrambi in concorso. Vedremo se il nostro Haroun, che siede in giuria, ne rimarrà coinvolto o meno.

Il regista di Vai e vivrai ha girato in un Marocco rurale La source des femmes una storia di sciopero del sesso portato avanti da un gruppo di donne combattive e decise a non sottoporsi più alla corvée rituale del trasporto dell’acqua dal pozzo al villaggio. Se il plot suscita qualche apprensione, il cast, composto di volti emergenti (Leila Bekti, Hafsia Herzi, Sabrina Ouazani) e vere icone del cinema arabo-mediterraneo (Biyouna, Hiam Abbas, Mohamed Majd) è una scommessa interessante. _ Le Havre di Kaurismaki, girato nella città portuale della Francia settentrionale, mette in scena invece una coppia di bohemien (lui, ex scrittore, si mantiene facendo il lustrascarpe...) cui la vita regala la prova di un bambino africano, rifugiato e bisognoso di aiuto. Dovranno vedersela con la malattia di lei e l’indifferenza dei più.

A volte, questo vuoto viene mascherato anche dal recupero di alcuni titoli africani nelle prestigiose sezioni parallele al concorso. Quest’anno è toccato al sudafricano Skoonheid di Olivier Hermanus (Un certain regard) e al marocchino Sur la planche di Leila Kilani (Quinzaine des Réalisateurs). Due uomini, quattro donne: il primo, dal regista del pluripremiato Shirley Adams, viene annunciato come una storia d’amore gay tra un padre di famiglia ligio e depresso e un giovane figlio di un amico; il secondo, esordio di una documentarista talentosa, più misteriosamente promette un percorso che incrocerà le vite di un quartetto di donne in «un film noir sotto gli auspici conflittuali del sogno della mondializzazione».

A questo vuoto si può rispondere anche, in Cannes Classic, con la riscoperta di personalità e film che hanno fatto la storia del cinema arabo e panafricano. Come Al bostagui dell’egiziano Kamal Selim, melo rurale girato nel 1968 e ristampato nell’ambito di un omaggio all’Egitto che si espande con vari eventi in diverse sezioni. Oppure ancora Rue cases nègres della martinicana Euzhan Palcy, coming-of-age ambientato negli anni Trenta che nel 1983 rivelò il talento della regista. Ma come non ricordare il grande vecchio del cinema tunisino Tahar Cheriaa, scomparso di recente, cui Cannes tributa un defilato ma necessario omaggio, all’interno della sezione terzomondista Les cinémas du monde, riesumata per l’occasione.

Forse, e di questo va dato atto agli organizzatori, questo vuoto è opportuno e fondamentale riempirlo con l’energia utopica e fertile prodotta dalle rivoluzioni dell’Africa mediterranea, Tunisia ed Egitto in testa. A loro vanno due finestre trasversali, ma in larga parte purtroppo confinate sotto il tendone di Les cinémas du monde. L’Egitto sarà protagonista soprattutto con Tamantashar yom (Diciotto giorni), film collettivo girato da dieci tra i cineasti più interessanti emersi nell’ultimo ventennio, da Yousry Nasrallah (La porte du soleil) a Marwan Hamed (Yacoubian Building): dieci sguardi per raccontare l’Egitto di piazza Tahrir e non solo. Ma attenzione anche a The Ant’s Scream di Sameh Abdel Aziz (Cinéma de la plage), che promette di recuperare il furore populista dello Chahine di Chaos per denunciare gli abusi di potere della polizia egiziana, incrociando micro e macrostoria. Quanto alla Tunisia, a raccontare non la rivoluzione dei gelsomini ma «quella della dedizione di un popolo» ci penserà Mourad Ben Cheikh (che è un po’ anche italiano, con i suoi studi al Dams e una lunga gavetta sui set nostrani) in La khaoufa baada al’youm (Mai più paura). Ma la Tunisia è di scena anche allo Short Film Corner con una selezione di cinque corti, mentre Walid Tayaa presenterà insieme un corto e il suo primo progetto di lungometraggio.

Visto così, allora, questo vuoto fa un po’ meno paura. Perché il nostro resoconto potrebbe continuare, con altri sguardi di cineasti africani (Idrissou Mora Kpai, Mohamed Achaour, Didier Awadi...), per non contare le incursioni di altri registi europei presenti in Quinzaine des Réalisateurs (Gust Van Den Berghe, Isabelle Lavigny e Stéphane Thibault, Ruben Ostlund) e su cui comunque torneremo. Perché Cannes sarà l’occasione per raccontare come questo vuoto, che significa desertificazione dell’esercizio cinematografico, venga affrontato in Africa, in Marocco per esempio o in Africa subsahariana. Ma soprattutto perché questo vuoto, che è anche un silenzio d’Africa, ci parla più della nostra sordità che di un continente con poche cose da dire.

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