title_magazine

Il mercante di stoffe

di Antonio Baiocco

Istruzioni per una lettura dis-orientante

Dal 13 maggio esce per Microcinema in 18 copie Il mercante di stoffe, opera seconda di Antonio Baiocco (dopo Passaggio per il paradiso, del 1996) e la cosa suona già come un piccolo evento, come era stato qualche tempo fa per La straniera (uscito però solo in homevideo). Sì, perché il film, finanziato per la quasi totalità grazie al fondo di garanzia del MiBAC, ha avuto vicissitudini produttive di ogni tipo. Interrotte le riprese per ben due volte, il film sembrava destinato a seguire le sorti di numerosi altri film italiani recenti, abbandonati perfino in corso d’opera, se non fosse intervenuto in prima persona il protagonista Sebastiano Somma ad assumersi l’onere di fungere da facilitatore nei confronti del Ministero e della distribuzione. L’anteprima romana al Nuovo Cinema Aquila che ha preceduto di poco l’uscita nelle sale ha vissuto molto di questo clima di omaggio alla tenacia di quanti si sono battuti perché il film vedesse la luce. Sia il regista che due sue interpreti, Nadia Kibout e Marta Bifano, hanno difeso l’attualità di questa storia d’amore interculturale, approfittando dell’occasione per gettare un sasso nello stagno dell’indifferenza dei più davanti alle politiche migratorie cieche e criminali che questo governo porta avanti. Parole pienamente sottoscrivibili, se non fosse che il film non contribuisce affatto a promuovere un clima di maggiore apertura nei confronti dell’altro, abbracciando temi, motivi e atmosfere di un orientalismo trionfante.

Marocco, ai giorni nostri: una giovane archeologa italiana (Patrizia Pezza) sta per arrendersi davanti al fallimento di una spedizione tesa a recuperare un antico medaglione, in un villaggio cancellato dalla desertificazione. Seconda metà degli anni Trenta: Alessandro (Sebastiano Somma) è un mercante di stoffe, amante del bello e dell’avventura. Tornato in Marocco, con una moglie lasciata a Roma (Silvia, Marta Bifano) per regolare i conti con un fornitore disonesto, si lascia trascinare dal sensale Alì (Philippe Boà) in un villaggio sperduto del sud alla caccia di tessuti di pregio. Una volta arrivato, scopre con delusione che l’officina del vecchio zio Omar (Antonio Campobasso) è ormai abbandonata, anche per l’affermazione progressiva di tecniche di tessitura e tintura meno artigianali e più redditizie. Invece di ripartire, decide con un colpo di testa di associarsi al vecchio, riaprendo l’officina. Tutto questo anche perché ha conosciuto la misteriosa e sensuale Najiba (Emanuela Garuccio), orfana di origini spagnole adottata da Omar e promessa da bambina al figlio Mohamed (Medi Al Quazzan).

Quello che non può che succedere succede. Attratta dall’intraprendenza ombrosa del mercante, Najiba gli si avvicina fino a fargli percepire l’intensità dei propri sentimenti. A legarli è anche una favola che Najiba ha avuto raccontata dal padre e riguarda l’origine del medaglione, la storia di una principessa bellissima che veniva dalla luna e ad essa tornò dopo essersi donata a un unico uomo. Alessandro e Najiba si innamorano follemente, ma la loro unione è contrastata da mille ostacoli, dall’arrivo inatteso di Silvia al ritorno di Mohamed, ormai deciso a sposare la sua promessa. Quando Alessandro viene coinvolto in un incidente d’auto, la situazione precipita, Najiba decide di uscire allo scoperto per accorrere a salvare l’amato e va incontro al suo destino inevitabile, travolta dall’ostilità del villaggio per aver violato una legge patriarcale millenaria.

Il plot, aperto/chiuso da una cornice contemporanea incentrata sul tentativo di un Alessandro ormai anziano di recuperare il medaglione di Najiba, accumula materiali narrativi e si organizza secondo logiche che rinviano a una precisa matrice letteraria, quella produzione esotico-avventurosa che, a cavallo tra Otto e Novecento accompagnò l’impresa coloniale in Africa e nei paesi arabi, soddisfacendo la superficiale curiosità etnologica della piccola e media borghesia delle allora grandi potenze occidentali, costruendo un simulacro di Oriente che rafforzava in essa la consapevolezza della propria superiorità culturale e giustificava l’impresa stessa, avanzata in luoghi in cui, nessuna civiltà autoctona essendosi - né avrebbe, del resto, potuto, vista l’arretratezza dei nativi – sviluppata, quella provvidenziale dell’uomo occidentale non poteva che essere vista anche dalla gente del posto come la mano di Allah.

Parto, quasi involontariamente, da una battuta del vecchio Omar, che in questi termini assimila l’arrivo dal nulla del ricco mercante di stoffe a una manifestazione divina. Battuta a parte, se analizziamo il film dal punto di vista dei modi di rappresentazione del luogo, non resta che concludere quanto suggerito dalla battuta stessa: questo villaggio sperduto che appariva abbandonato da Dio prima dell’arrivo del bianco, attraversa una fugace fase di prosperità solo grazie alla sua caparbietà e lungimiranza imprenditoriale, che è destinata ad esaurirsi con la sua scacciata, che è anzi prodromica a una sua distruzione ad opera del deserto. Unica nota di colore anticoloniale, la presenza di un rigattiere italiano (interpretato sintomaticamente da un attore arabo, Amede Slam Bouhasni) che, con una breve sortita nel villaggio, magnifica i successi dell’Italia fascista in corno d’Africa, suscitando una risposta piccata da Alessandro per il suo fare sprezzante nei confronti dei locali.

Se ci spostiamo nell’analisi della trama sentimentale, ci imbattiamo di nuovo in una selva di stereotipi di comodo che alterizzano ontologicamente la diversità degli abitanti del villaggio, i cui comportamenti appaiono tutti conformi a un ethos chiuso o, quando anche ci vengono rappresentati come degni di un destino di felicità, sono condannati da una cornice ambientale disforica alla sofferenza e alla morte. In quanti film coloniali abbiamo visto un protagonista bianco perdersi dietro a una ragazza dal sangue misto, così da ingenerare nello spettatore un sentimento di difesa della razza? Najiba, a causa delle sue origini spagnole, sarebbe facilmente assimilabile a un altro stereotipo, quello della femme fatale gitana e andalusa esemplificato mirabilmente dalla Carmen di Mérimée e Bizet, se il suo fare seduttivo non ricalcasse un habitus felino di sensualità trattenuta che torna ad assimilarla all’Oriente che l’ha adottata. Ma per le modalità con cui viene articolata, tese a sancire il carattere di frattura insanabile tra Oriente e Occidente, questa storia d’amore non può che realizzarsi compiutamente nel segno della morte e dell’assunzione nel registro dell’immaginario, al quale, del resto appartengono molti dei fantasmi che si agitano nel film.

Alcuni punti di sutura scopertamente rozzi del racconto lasciano intravedere la trama tutta ideologica del discorso orientalista del film. Penso per esempio alla sottotrama che lega Alì, il sorridente tuttofare di Alessandro, e la dolce Aisha (Nadia Kibout): attraverso alcuni brevi episodi e scambi dialogici, lo spettatore viene sollecitato a una mozione degli affetti nei confronti di questa giovane coppia che sta per dichiararsi, quando l’incidente d’auto che coinvolge anche Alessandro non cancella bruscamente questo scenario, come a confermare indirettamente l’impossibilità di amarsi (fuori o dentro gli schermi del patriarcato) in terra d’Oriente. Lo stesso carico, probabilmente involontario, di implicazioni politiche - ma a fingersi innocenti in un film che tematizza l’incontro con l’altro si reitera foucaultianamente il discorso del potere - schiaccia la fisionomia di Mohamed, il giovane dottore in economia che torna a casa fresco di laurea e, vedendo la casa sconvolta dall’arrivo dell’italiano, contesta al padre Omar la sua scelta di affidare le sorti dell’officina a uno straniero. Verrebbe quasi da fare il tifo per lui, se non indossasse con sicurezza atavica l’habitus fallocratico del custode della tradizione.

La stessa scelta della chiave fiabesca, allusa dal costante riferimento al racconto della principessa, non giustifica, al livello dei dialoghi, una politica comunicazionale, per così dire, assurdamente dominata dall’italiano (a proposito, che fine hanno fatto i francesi? neanche la storia si svolgesse in Libia o anche solo in Tunisia), che vede gli stessi personaggi arabi parlarsi tra loro in un italiano con accento, nello stesso faccia a faccia tra il nazionalista, ma chissà perché italofono, Mohamed, e il padre. L’unico passaggio efficace del film in questa dimensione è quello in cui Alessandro, uscendo deluso dalla officina abbandonata di Omar viene apostrofato in arabo da un ragazzino (e il sottotitolo traduce «Come ti chiami?»), rispondendogli evasivo con un sì. La postsincronizzazione dei dialoghi, che amplifica una sceneggiatura intrisa di cattiva letteratura popolare, dà a molti scambi dialogici un colore di artificiosità che certo non ha aiutato gli interpreti. Il tenore complessivo delle performance si sintonizza così sul livello di una miniserie media da prima serata: senza voler infierire con considerazioni più analitiche mi limito tuttavia a segnalare alcune presenze femminili incisive, ricordando che il casting è stato curato dalla Malcom X di Kim Bikila. Se Emanuela Garuccio, di natali mediterranei (la madre, scomparsa di recente, cui l’attrice ha voluto dedicare il film, era algerina), non riesce sempre con efficacia a reggere l’insostenibile letterarietà di molti passaggi dialogici, pur compensando molto con il linguaggio non verbale, la franco-algerina Nadia Kibout, in un ruolo più modesto, si ritaglia alcuni frammenti di particolare intensità espressiva. Speriamo di poterle rivedere presto alla prova in ruoli più complessi e soprattutto meno asserviti a un discorso orientalista.
Solo una notazione finale per la confezione tecnico-artistica, classicamente decorosa e – nonostante echi riconoscibili di Bertolucci (Il tè nel deserto), Greenaway (I racconti del cuscino) e Van Gogh (Theo, quello di Submission) – è nel complesso assimilabile a un certo neo-cinéma de papa magniloquente e accademico, alla Tornatore.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsIl mercante di stoffe
Regia: Antonio Baiocco; sceneggiatura: Antonio Baiocco, Franco Cardì; fotografia: Adolfo Bartoli, Maurizio Calvesi; montaggio: Mirco Garrone; musiche: Tony Esposito, Sasà Flauto; scenografia: Alfonso Rastelli; costumi: Andretta Ferrero; casting: Malcom X; interpreti: Sebastiano Somma, Emanuela Garuccio, Marta Bifano, Antonio Campobasso, Philippe Boà, Medi El Quazzan, Nadia Kibout, Patrizia Pezza, Luca Capuano, Ionis Bascir, Amede Slam Bouhasni; origine: Italia/Marocco, 2009; formato: 35 mm, 1:2,35, Dolby Srd; durata: 78’; produzione: Poetiche cinematografiche, Kartisia; distribuzione: Microcinema; uscita: 13 maggio 2011; sito ufficiale: ilmercantedistoffe.com; blog: ilmercantedistoffe.wordpress.com; Facebook: facebook.com/pages/Il-Mercante-di-Stoffe/131628125163; Flickr: flickr.com/photos/mercantedistoffe

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
lunedì 21 maggio 2018

Cannes 71: premiato Spike Lee

Spike Lee, lanciato nel 1986 proprio dal Festival di Cannes con Lola Darling, si è aggiudicato (...)

mercoledì 18 aprile 2018

Cannes 71: DuVernay e Nin in giuria

Annunciata anche la Giuria ufficiale del prossimo Festival di Cannes (8-19 maggio), presieduta (...)

martedì 17 aprile 2018

Cannes 71: Mohamed Ben Attia alla Quinzaine

Il film tunisino Weldi (Mon cher enfant) di Mohamed Ben Attia sarà presentato in prima mondiale (...)

venerdì 13 aprile 2018

Cannes 71: per i 100 anni di Nelson Mandela

Nelson Mandela avrebbe compiuto 100 anni nel 2018. Tra le anticipazioni del programma del (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha