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Cannes 64. Play

di Ruben Östlund

Solo un fatto di cronaca. Nera

Ci si avvicina al gran finale di questa 64a edizione del Festival di Cannes ed è tempo di cominciare a rivedere gli appunti e prendere in esame alcuni dei film di interesse panafricano menzionati nell’articolo d’apertura. Fuori da ordini di programmazione o di gusto, seguendo logiche del tutto arbitrarie, partirò da un’opera terza, Play, dello svedese Ruben Östlund, presentata alla Quinzaine des Réalisateurs e accolta con un certo favore dalla stampa internazionale. Il nostro interesse per il film nasce dal fatto che, tratto da un caso di cronaca giudiziaria, Play mostra all’opera una baby gang nera di 12-14 anni che, tra il 2006 e il 2008, si è resa protagonista a Goteborg di numerosi episodi di bullismo e furto di cellulari e oggetti di valore nei confronti di ragazzini più piccoli.

L’azione si apre in un mall di Goteborg. Adocchiati due bambini visibilmente benestanti, i cinque piombano su di loro e cominciano a irretirli in una retorica sottile di minacce e rassicurazioni che ha l’effetto di costringerli a seguirli. La tecnica è quella del colpo del fratello minore: chiedono a uno dei ragazzini l’ora e quando quello tira fuori il cellulare, gli intimano subito di farglielo vedere e riscontrano la somiglianza con quello rubato al fratello di uno di loro poco prima. A questo punto uno di loro si stacca dal gruppo, finge di chiamare il fantomatico fratello e propone ai malcapitati di incontrarsi con il derubato in modo tale che possa constatare se sia proprio quello.

In realtà, Play articola la situazione-base per poi concentrarsi sul caso di un terzetto di ragazzini formato da Sebastian (biondo), Alex (castano) e John (di origini asiatiche). Costretti a seguire i cinque, i tre vengono trascinati ad attraversare tutta la città, passando da un mezzo pubblico all’altro, senza osare rivelare la propria situazione agli altri passeggeri che reagiscono con indifferenza persino quando all’improvviso su un autobus irrompe un minibranco di ragazzotti con mazze che pestano per vendetta i membri della banda e poi li buttano giù dall’autobus, dopo aver strappato a uno di loro un cellulare, naturalmente migliore di quello sottratto alla ragazza che fa parte del minibranco. Né più sensibili appaiono nel soccorrere uno dei cinque quando, per il fatto di volersi a un certo punto chiamare fuori, viene preso selvaggiamente a calci e pugni. In compenso, in un subplot che poi si riunirà col primo, vediamo il personale di un treno attivarsi con solerzia degna di migliore causa per risolvere il caso di una culla apparentemente abbandonata nel corridoio tra due vagoni.

In questo lungo tragitto che porta verso la periferia boscosa di Goteborg, tra un frizzo e un lazzo, i cinque proseguono nel loro collaudato gioco di ruolo che li porta a turno ad assumere una posizione di vicinanza nei confronti delle tre vittime, in modo da facilitare confidenze e nuove occasioni di umiliazione. Senza indugiare troppo sui dettagli del plot, qui basti dire che la banda, dopo essersi in parte ridotta e dispersa, riesce alla fine nel suo intento, abbandonando i tre, spogliati dei soldi e di tutti gli oggetti di valore (compreso il clarinetto di John), all’estrema periferia della città. Qualche tempo dopo l’accaduto, assistiamo a una nuova scena di violenza, stavolta più esplicita, di due genitori di bambini derubati che si imbattono per caso in uno dei bulli (nella circostanza, accompagnato da un fratello piccolo) e si fanno giustizia da soli, minacciandolo, facendogli la morale e infine strappandogli, secondo una ferrea legge biblica, un cellulare.

Dal punto di vista dell’approccio alle dinamiche diffuse della violenza nella società contemporanea, quello di Östlund presenta significative assonanze con quello di Haneke. Di lui ritroviamo anche un certo piacere rigoroso nell’utilizzo del piano sequenza (qui, tuttavia, ancora più sistematico) e un interesse verso il caso e la concatenazione delle azioni parallele. Ma il paragone finisce davvero qui perché, al di là della forza espressiva di Haneke, Östlund non attiva per esempio nessuna prospettiva di autolettura metadiscorsiva. Un altro possibile rapporto possiamo ravvisarlo, sia sul piano della rappresentazione della violenza del quotidiano (in La schivata soprattutto) che su quello del casting e della direzione d’attori, con Kechiche: Östlund ha lavorato esclusivamente con interpreti non professionisti, coinvolgendoli a pieno nel ridisegno della parte dialogica e impegnandoli in mesi di prove collettive di impronta più teatrale che cinematografica, necessari a restituire la retorica pervasiva e l’affiatamento della minigang, fattori che si esprimono attraverso un lessico assai articolato di posture, piccoli gesti, frasi.

Diversamente da Kechiche però, come detto, Östlund sposa il partito preso stilistico del piano sequenza, lavorando sulla massima profondità di campo e riducendo all’osso tanto i movimenti di macchina quanto le traiettorie di avvicinamento a vittime e carnefici. Lo scopo, esplicito ma esplicitato a chiare lettere anche nelle dichiarazioni del regista, è quello di lasciare lo spettatore padrone delle proprie emozioni e in grado di interpretare questa storia da una prospettiva che travalichi pregiudizi scorciatoie e sociologismi facili. Östlund declina, all’interno del suo orizzonte di attenzione, diverse direttrici di violenza, fisica ed epistemica, per usare un termine caro a Spivak: analizza con freddezza entomologica il comportamento di vittime e carnefici, inserendolo all’interno di una partita che va ben oltre il rituale dei cinque bulli ma descrivendoci senza infingimenti le scariche di piacere perverso che essi ricevono dall’inversione dei rapporti di forze del quotidiano, infliggendo esperienze di umiliazione ai tre ragazzini e, quando è possibile, come in una scena da vero teatro della crudeltà che vede i bulli a telefono con la madre di Sebastian, ai loro genitori.

Come ha spiegato anche nelle dichiarazioni, il fattore razziale è solo uno di quelli che determinano la condizione di marginalità e precarietà valoriale dei cinque, e persino lo status sociale non è così determinante, nel senso che i cinque ragazzi neri, come emerge dagli atti processuali, non provenivano da famiglie con problemi economici particolari. A interessare il regista è per un verso l’analisi dei modi di (auto)rappresentazione sociale, che portano per esempio i cinque a farsi forza degli stereotipi sulla gioventù sbandata delle periferie per accrescere il proprio potenziale carisma negativo e soggiogare meglio le loro vittime ma anche, più banalmente (ed è una sottotrama davvero inessenziale), un gruppo di musicisti sudamericani a esibirsi con uno sfoggio kitsch di piume e flauti per meglio attirare i passanti. Per l’altro, la deriva progressiva verso pratiche di giustizia fai da te che ci riportano secoli indietro. Quando vediamo il leader della minigang contestare a Sebastian che, insomma, tutto quello che hanno subito è colpa sua, perché è stato così sprovveduto da mostrare il proprio cellulare a un gruppo di cinque neri, sembriamo finire in un cortocircuito pericoloso, ma in realtà il regista (che, anche in questo caso, ha fatto tesoro della lettura degli atti e dagli incontri diretti con alcune vittime e con uno dei bulli, usando frasi vere) mira a farci riflettere sulla forza pervasiva dell’immaginario sulla periferia, che può spingere così chi è denegato come soggetto a sposare uno stereotipo pur di essere in qualche modo riconosciuto socialmente.

Leonardo De Franceschi | 64. Festival de Cannes

Cast & CreditsPlay Regia: Ruben Östlund; sceneggiatura: Ruben Östlund, con la collaborazione di Erik Hemmendorff; fotografia: Marius Dybwad Brandrud; montaggio: Ruben Östlund, Jacob Schulsinger; musiche: Saunder Jurrians, Daniel Bensi; scenografia e costumi: Pia Aleborg; interpreti: Anas Abdirahman, Sebastian Blyckert, Yannick Diakité, Sebastian Hegmar, Abdiaziz Hilowle, Nana Manu, John Ortiz, Kevin Vaz; origine: Svezia/Francia/Danimarca, 2011; formato: 35 mm, 2.35:1; durata: 118’; produzione: Erik Hemmendorf e Philippe Bober per Plattform Produktion, Coproduction Office ApS, Parisienne de Production.

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