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Cannes 64. Skoonheid

di Olivier Hermanus

Una bellezza da consumare

Se il nome di Olivier Hermanus, 28enne di Cape Town, vi dice qualcosa, è perché la sua opera prima Shirley Adams (2009), presentato in concorso a Locarno, ha vinto numerosi premi in Sudafrica (Durban) e altrove (Amiens, Montreal, Dubai). Primo film in afrikaaner ad essere presentato in selezione ufficiale a Cannes (Un certain regard), Skoonheid, che vuol dire, letteralmente, bellezza, è destinato probabilmente a suscitare polemiche in Sudafrica, non foss’altro che per l’immagine controversa che dà di un certo microcosmo bianco sopravvissuto orgogliosamente alla fine dell’apartheid.

L’ombroso antieroe del film è François (Deon Lotz, che fisicamente può ricordare un Aurélien Recoing), un massiccio cinquantenne, proprietario di un’azienda di legname a Bloemfontein, che si vanta di essere figlio di fattore. In apertura, un (quasi) piano sequenza geometrico ce lo mostra astrarsi da una scena di matrimonio della buona borghesia boera per stringere (questa è solo la prima delle numerose soggettive e semisoggettive che troveremo nel film) sul volto di un giovane, bello e brillante. Si chiama Christian (Charlie Keegan), vive a Cape Town ed è all’ultimo anno di legge. Il ragazzo, che lo chiama “zio” François per via della vecchia amicizia che lo lega al padre Willem, per tutta la festa non fa altro che parlare con la figlia Anika, per la gioia della moglie di François, affascinata come tutti dallo charme del giovane.

François avrebbe tutto per essere felice. Una famiglia mediamente serena, un’impresa che funziona, una casa enorme con piscina. Eppure si porta dietro piccoli malori psicosomatici e una rabbia serpeggiante, che minaccia di esplodere da un momento all’altro. Per continuare a tenere il controllo sulla situazione, ogni tanto, tra una consegna e l’altra, si chiude con alcuni conoscenti in una villa isolata, si riempie di birra, e comincia a scoparsi l’ultimo arrivato del gruppo. Tutti, naturalmente, fanno parte dell’élite bianca possidente di Bloemfontein e si coprono l’un l’altro. Del resto, François sa che anche la moglie Elena ha un amante. Questo gioco delle parti rischia di saltare quando l’uomo si abbandona all’attrazione per Christian, decide di andarlo a trovare a Cape Town, lo segue per qualche tempo, lieto di vederlo salutare con affetto alcuni suoi amici d’università, furioso quando lo scopre in spiaggia con la figlia Anika. Al termine di una serata ad alto tasso alcoolico tra locali gay, finisce per chiamarlo, si fa portare in albergo e lì tenta di violentarlo. Si brucia così, probabilmente, l’ultima possibilità di essere felice.

Skoonheid è uno studio di carattere estremamente freddo e controllato. Hermanus costruisce l’intero racconto dal punto di vista del protagonista, che ha l’abitudine di spiare gli altri, come per rubarne gli attimi di gioia quotidiana. Una scelta difficile, che il regista porta fino in fondo, senza passare per scorciatoie moralistiche o perdersi su chine ambigue. Sul piano della scrittura filmica e dei valori figurativi, siamo davanti un film dalle dominanti cromatiche fredde e dai movimenti di macchina lineari, che ci fa sentire in Svizzera o in Svezia piuttosto che in Sudafrica. Su quello dei modi di rappresentazione, a colpire sono soprattutto due dati. Il primo riguarda l’approccio col quale viene raccontato questo microcosmo di bianchi possidenti, omosessuali (o bisessuali) repressi e frustrati che, per non rimettere in discussione un sistema di pseudovalori patriarcali ai quali non vogliono rinunciare, preferiscono condurre una doppia vita. Un approccio critico, evidentemente, che contrasta la visione spesso valorizzante che circola in tanto cinema sensibile all’universo GBT in Sudafrica.

Il secondo, e per noi più rilevante, è il carattere strutturalmente razzista, oltre che sessista e classista, di questo microcosmo: per dirla con François, «prima non era facile ma ci si arrangiava, ora ci costringono ad essere razzisti». L’isolamento all’interno di una microcomunità bianca nasce anche da un senso di protezione e da un disprezzo ostentato nei confronti del governo e delle stesse forze dell’ordine. Basti dire che, in tutto il film, la presenza di neri ha un segno del tutto accessorio e funzionale a confermare i rapporti di forze (le cameriere nei bar, gli operai in officina). In due sequenze significative, un nero entra nello spazio fisico, ottico e agonico, del protagonista, come per installarvisi, e ne viene scacciato con astio. La prima è quella in cui, ad apertura dell’orgia diurna tra gay repressi, uno dei soliti frequentatori si presenta con un ragazzino coloured: ne nasce subito un tumulto, davanti al sovvertimento della regola d’oro («né matti né meticci») che si risolve con la cacciata dei due e la messa al bando definitivo del frequentatore. La seconda è quella invece in cui François, dopo aver denunciato un falso furto d’auto per punire la figlia e ostacolare la relazione con Christian, si chiude in un locale gay e comincia a bere senza più controlli: la prima ad abbordarlo al bancone è appunto una ragazza nera, e François la caccia con fastidio.

Da tutti questi indizi ricaviamo l’indicazione di uno sguardo antiegemonico, quello di Hermanus, che integra le differenze in modo serio e attento, senza indugiare in espressionismi o riduzionismi di comodo e senza pretendere a un punto di vista conciliatorio o moralistico. Il regista ci mette nelle migliori condizioni per comprendere questo mondo senza gioia, in cui l’unico piacere nasce dal controllo e dalla sopraffazione sull’altro, laddove l’altro stesso è comunque bianco, perché il nero, semplicemente, non esiste, denegato e relegato com’è a una funzione di servizio. La consapevole marginalità di questo sguardo gli dà valore, tende a riassorbire al massimo scorie di schematismo ideologico e, indirettamente, ci permette di abitare questo mondo doppiamente separato, mettendo in circolo saperi utili in una prospettiva di conoscenza. La conoscenza del nemico naturalmente.

Leonardo De Franceschi | 64. Festival de Cannes

Cast & CreditsSkoonheid Regia: Olivier Hermanus; sceneggiatura: Olivier Hermanus; fotografia: Jamie Ramsay; montaggio: George Hanmer; sonoro: Ian Arrow; musiche: Ben Ludik; scenografia: J. Franz Lewis; interpreti: Deon Lotz, Charlie Keegan, Albert Maritz, Michelle Scott; origine: Sudafrica, 2011; formato: 35 mm; durata: 98’; produzione: Moonlighting Films.

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