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Cannes 64. La khaoufa baada al’yaoum

di Mourad Ben Cheikh

La rivoluzione dei laureati

Presentato in selezione ufficiale, La khaoufa baada al’yaoum (letteralmente, mai più paura) di Mourad Ben Cheikh ha riportato la Tunisia nel programma ufficiale del festival di Cannes a undici anni da La saison des hommes (Moufida Tlatli, 2000). Un vero e proprio evento, per salutare la ventata rivoluzionaria che ha determinato la fine della dittatura più che ventennale di Ben Ali, suscitando una primavera araba che ancora deve dare molti dei suoi frutti. Questa recensione rappresenta quindi solo un primo approccio alle politiche della rappresentazione della rivoluzione, sulla quale tornerò con altre recensioni e una trascrizione parziale dell’incontro che si è tenuto la mattina di mercoledì 18 presso il padiglione Les Cinémas du sud.

La visione dei vari film, tunisini ed egiziani, presentati a Cannes e dedicati alle due rivoluzioni gemelle, ci ha confermato, qualora ce ne fosse stato bisogno, l’opportunità di non abbassare mai la guardia o cedere del tutto davanti alla mozione degli affetti, quando ci si confronta con film che in qualche modo vogliono interpretare una pagina (peraltro ancora apertissima) della storia nazionale, facilitando in qualche modo un processo di selezione di informazioni e costruzione di una consapevolezza collettiva condivisa, che presto diventerà memoria. Come ha dichiarato il regista, l’approccio scelto per raccontare la rivoluzione tunisina è stato quello di concentrare l’attenzione sulla paura, su come il regime ha saputo rafforzare la sua tenuta alimentando un clima di paura, agitando in occidente ma anche nei confronti della propria borghesia lo spettro della deriva islamista, dopo aver contribuito nell’ombra a creare le condizioni perché il partito Ennahda si affermasse a livello popolare.

Ma La khaoufa baada al’yaoum non è un film a tesi né segue il filo di un’argomentazione riconoscibile, affidandosi per esempio a una voce fuoricampo, piuttosto procede attraverso un intreccio di voci e testimonianze di alcune figure che hanno partecipato alla rivoluzione, cominciandola in realtà molti anni fa. Tra i diversi contributi, uno svolge un ruolo di cornice: è la voce di un artista, recluso per anni in un manicomio, che si esprime attraverso l’arte del fotocollage. L’artista, che non si mostra mai in volto e di cui vedremo solo le mani, intente a strappare dalle riviste foto di attualità della rivoluzione e a comporre un patchwork di volti, corpi e situazioni, dà voce ad un’umanità che avrebbe potuto essere protagonista del progresso sociale in Tunisia ed è stata invece messa ai margini. Questo grido alto e poetico, che viene dalle immagini fotografiche ma anche dalla voce dell’artista, ci ricorda la figura del pazzo, che in molti film postcoloniali arabi, e non, osa esprimere a nome del popolo ciò che l’autorità coloniale (Chronique des années de braise, di Mohammad Lakhdar-Hamina) o segregazionista (Fools, di Ramadan Suleman) non potrebbe mai accettare da un suddito sano di mente. Gli altri testimoni scelti da Ben Cheikh sono Karem Cherif, un giornalista freelance; Lina Ben Mhenni, una blogger militante; Radhia Nasraoui, un’avvocatessa con alle spalle una storia personale fatta di attivismo politico e lavoro al servizio di oppositori al regime (che ha sposato peraltro il leader del partito comunista tunisino, Hamma Hammami).

La visione che emerge da questo collage di volti e storie è quella di una rivoluzione che è partita sì dal basso, dal sacrificio di un oscuro venditore ambulante 27enne di Sidi Bouzid, Mohamed Bouazizi, ma ha poi coinvolto vasti strati del corpo sociale tunisino, appoggiandosi all’attività di una serie di intellettuali e attivisti che per anni hanno lavorato per mantenere viva la fiamma dello spirito critico, ed è stata fatta propria da una larga massa di giovani. Diverse voci, tra cui lo stesso regista nelle sue dichiarazioni, hanno sottolineato che, diversamente da quella del 1983-84, questa rivoluzione non è nata solo da problemi di sussistenza economica, ma da una richiesta di giustizia e libertà: altro che rivoluzione dei gelsomini insomma, questa è stata la rivoluzione dei diritti e dei doveri, o come dice l’artista visivo, la rivoluzione dei laureati. Il regista Mourad Ben Cheikh, che ha ammesso di aver cominciato a girare solo all’indomani del 14 gennaio, pur integrando nel film una serie di riprese anonime girate da videoattivisti e circolate su Youtube (come quella nota di una manifestante che, arrampicatasi su un cancello, a piena voce grida il proprio sdegno contro il potere e la polizia) in realtà dà spazio soprattutto alle voci di intellettuali e artisti, come il pittore ex-Ennahda che oggi espone nella casa della cultura e rivendica il proprio percorso.

La paura, dunque. Quello di Ben Ali è stato un regime del terrore, pianificato e diretto con competenza da qualcuno che si era formato studiando i sistemi dei servizi segreti dell’est europeo, ossessionato dal principio di avere il massimo di informazioni sensibili sui suoi sudditi. Dai racconti di Radhia e Hamma, cominciamo ad entrare in un sistema concentrazionario, gestito grazie a una rete nutrita di informatori, in cui gli attivisti più in vista venivano o fatti fuori (come un collega di Radhia, Abderrahmane Hila), oppure controllati a vista (come Radhia, il cui ufficio viene devastato il giorno dell’udienza di un processo da lei intentato contro un potente del clan dei Trabelsi, quello della moglie del presidente) e all’occorrenza messi sotto chiave (come Hamma, imprigionato durante la rivoluzione in un sotterraneo del Ministero dell’interno). Toccante la testimonianza di un uomo torturato in un palazzo nella centralissima Avenue Bourguiba che racconta di essere stato guarito dalle proprie ferite solo grazie a un semplice gesto della figlia che nel corso di una manifestazione ha osato fotografare l’edificio in questione.

Thank you facebook, leggiamo su un muro. Ed è stata certo anche la rivoluzione dei blogger come Lina che, nonostante una malattia invalidante che l’ha costretta per anni alla dialisi, alle prime manifestazioni nel sud, si è attivata subito, spostandosi nei villaggi in rivolta, per raccogliere testimonianze e immagini utili a compensare l’assenza di informazioni che veniva dalla tv di stato e ha cominciato a raccontare, come Shahrazade, le mille storie di donne ed uomini massacrati dal regime nella totale impunità, come quella della giovane madre scesa alla ricerca dei figli manifestanti e giustiziata dalla polizia. Ma proprio la polizia e l’esercito, lo vediamo dalle immagini girate nel corso dello sciopero della fame contro il governo di transizione, finiranno per solidarizzare con gli stessi manifestanti. E allora, tra le immagini che Ben Cheikh sceglie per chiudere questo affresco ci sono quella del fotomosaico dell’artista visivo, quella del monumento al colpo di stato del 7 novembre 1987 trasformato in un tadzebao di bandiere tunisine e foto di Bouazizi e altri martiri della rivoluzione, e quella di un concerto in uno stadio strapieno cui partecipa la stessa Lina. Ma, denotando una possibile ispirazione alla rilettura benigniana fatta a Sanremo dell’inno di Mameli, La khaoufa baada al’yaoum termina con un’esecuzione dell’inno nazionale tunisino, affidato a una voce femminile che lo canta con uno stile sommesso, confidenziale, antiretorico.

La chiusa del film ben si presta ad aprire alcune considerazioni sul film, prodotto dalla Cinétéléfilms del rimpianto Ahmed Attia e ora portata avanti dal figlio Habib, e diretto da Mourad Ben Cheikh, un regista formatosi al Dams di Bologna e che ha lavorato su diversi set italiani, accumulando una lunga gavetta soprattutto come autore di documentari e cortometraggi. La khaoufa baada al’yaoum va inquadrato come primo contributo, in ordine cronologico, di una lunga serie di film che seguiranno (corti, doc, lunghi, collettivi e non) sulla rivoluzione tunisina. Se dico questo è perché proprio la visione del documentario Ni Allah ni maître di Nadia Al Fani, presentato al Marché, mi ha permesso di mettere a fuoco alcuni limiti dell’operazione di Ben Chiekh. Detta in sintesi, è come se regista e produttore avessero ceduto alla tentazione di cercare di costruire un’immagine ufficiale, ecumenica, della rivoluzione tunisina, dandola in qualche modo per acquisita. Il dibattito del 18 maggio cui ho fatto riferimento in apertura, al quale peraltro né il regista né il produttore erano presenti, ha messo tutti d’accordo sul dato opposto, e cioè che ancora il quadro politico è fortemente instabile e a rischio di regressione.

Ma in questione è, per chi scrive, anzitutto, la scelta da parte del regista di mettere tra parentesi il proprio sguardo. Non entrando in scena, né davanti né dietro la cinepresa (attraverso una voce fuoricampo), il regista ha optato per una costruzione piuttosto convenzionale, dal taglio narrativizzante, tenuta insieme dalla cornice dell’artista visivo (scelta, nello specifico, felice e funzionale, perché àncora almeno in parte il racconto, a un punto di vista marginale ma strategico sul piano dell’immaginario, quello dell’artista assimilato dal regime ai pazzi da manicomio) ma anche da uno score sul modello di certo cinema civile anni Settanta, ridondante e a tratti enfatico. Alcuni passaggi che restituiscono con l’energia del cinéma vérité lo spirito del tempo – l’intervista in camera car a Radhia che intercetta in tempo reale una parallela manifestazione di studenti – vengono compromessi da un’inutile insistenza sul primo piano della donna che piange l’amico avvocato eliminato dal regime. Particolarmente infelice la scelta di mettere in rilievo la malattia di Lina, laddove un’informazione del genere, posto che fosse davvero indispensabile, andava data subito, proprio per evitare concessioni a un facile sentimentalismo da tv verità.
Ciò detto, per riportarci a una prospettiva storica, vale la pena concludere osservando che solo quando questa ondata salutare di cineracconti sulla rivoluzione si sarà chiusa, saremo in grado di giudicare compiutamente il valore di questo primo prodotto, che ha il pregio di avviare questo lavoro di (ri)costruzione identitaria di un paese in cammino verso la democrazia.

Leonardo De Franceschi | 64. Festival de Cannes

Cast & CreditsLa khaoufa baada al’yaoum Regia: Mourad Ben Cheikh; riprese: Mehdi Bouhlel, Lassaad Hajji, Hatem Nechi; montaggio: Pascale Chavance; sonoro: Mohsen Feriji; con: Lina Ben Mhenni, Karem Cherif, Radhia Nasraoui, Hamma Hammami, Chaima Issa Cherif, Sadok Mhenni; origine: Tunisia, 2011; formato: HD, 16/9; durata: 72’; produzione: Habib Attia per Cinétéléfilms.

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