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Cannes 64. Ni Allah, ni maître!

di Nadia El Fani

Prima della rivoluzione

Ci sono dei film che vale la pena sostenere nella loro necessaria e programmatica imperfezione, nella loro consapevole non-spendibilità sul piano della rappresentatività sociale, nel loro radicalismo dichiarato, fragile e passibile di ogni sorta di attacchi. Ni Allah, ni maître!, un documentario di Nadia El Fani presentato al Marché in questi giorni, è uno di quelli. La proiezione del film a Cannes, che si è svolta sotto l’egida della Société des Realisateurs de Films (l’associazione di registi che promuove la Quinzaine des Realisateurs), fa seguito a un’altra che si è svolta a Tunisi a fine aprile, in chiusura della sesta edizione del festival Doc a Tunis. Il film, che difende un principio chiaro ma controverso perché tocca un tema chiave dell’agenda politica tunisina, vale a dire il riconoscimento nella prossima costituzione di pieni diritti per i fedeli di tutte le religioni ma anche per atei e agnostici, ha suscitato aspre polemiche, anche perché la regista ha accompagnato il film con dichiarazioni nette e coerenti, per esempio in un’intervista sulla tunisina Hannibal Tv e questo le è valso diverse minacce di morte e la creazione di alcuni ignobili gruppi di Facebook a lei ostili: ne è sorta una vera e propria campagna di odio e marginalizzazione, contro la quale è partita una controcampagna di sostegno, promossa tra gli altri dall’associazione Ni putes ni soumises, sulla base di una petizione.

Nadia El Fani, che ha alle spalle una lunga carriera di filmmaker impegnata nel movimento femminista e progressista tunisino, e un’unica ma singolare incursione nel lungometraggio di finzione datata 2002 (Bedwin hacker, un thriller politico sulle imprese di una mediattivista noglobal e lesbica), ha scelto con Ni Allah ni maître di andare dritto al cuore di un problema molto sentito nella Tunisia degli ultimi vent’anni, corrispondenti grosso modo al periodo di ascesa strisciante dell’integralismo, accuratamente favorita dal regime di Ben Ali. Uno dei dati più interessanti è che, pur essendo completato all’indomani della rivoluzione del 14 gennaio, il film è stato girato in larga parte nell’estate 2010, nel corso dell’ultimo mese di ramadan, quindi fotografa uno stato di effervescenza e inquietudine negli intervistati che esprime davvero la realtà di una fortezza assediata da un dissenso sempre meno silenzioso.

Ma la forza del documentario sta, oltre che nell’impegno esplicitamente antiegemonico del discorso di El Fani, in due macroopzioni di fondo che, interagendo, producono un felice cortocircuito: fin dalle prime immagini la regista si mette in gioco e in campo, come interlocutrice agitprop, sempre pronta a provocare l’uomo e la donna della strada, mettendone a nudo l’ipocrisia - quando si trincerano difensivamente nel pensiero unico dell’islam di stato – ma talvolta riscontrando un’inattesa sintonia; con altrettanta ricorsività, la regista inserisce nella struttura di questo pamphlet poetico scarti discorsivi improvvisi, di segno autoriflessivo e antinaturalistico (affidati a brevi intermezzi epici, con protagonista l’attrice Soundes Belhassen), i quali rinviano all’istanza del punto di vista (riconoscibilmente periferico, marginale e non ecumenico) che informa il film, ma allo stesso tempo allarga l’orizzonte del visibile, aprendosi alla differenza, così da includere nel suo dettato non solo voci, saperi ed esperienze altre, ma anche canzoni che raccontano il dissenso secondo modalità affini, dal Marcel Mouloudji di Autoportrait (Athée, ô, grâce à Dieu...) allo Ziyad Rahbani di Ana mosh kaffir (letteralmente Non sono pagano), oltre a tante altre meno note.

Bastano una videocamera e un regista-in-campo senza peli sulla lingua e gli interlocutori sono costretti a misurarsi con la propria idea di democrazia e con la propria visione dei rapporti tra stato e religione. Affrontare la questione di una cittadinanza politica per l’ateismo in pieno ramadan può sembrare un’idea del tutto peregrina in un paese islamico, ma El Fani riesce con grande sottigliezza ed efficacia comunicazionale a farci entrare in questo teatrino delle parti in cui, in mezzo all’indifferenza dei più ma anche grazie a un’autocensura coltivata negli anni dai ministri della paura di Ben Ali, tutti si impegnano nell’ostentare pubblicamente un’adesione formale e sostanziale a uno dei cinque pilastri dell’islam (che impone il digiuno, anche di acqua, dall’alba al tramonto, e l’astensione dal sesso, a tutti i fedeli, nel mese sacro di ramadan) pur continuando in privato a coltivare le proprie abitudini di vita consuete (che contemplano peraltro la pratica diffusa di bere alcoolici). Luoghi privilegiati per descrivere l’ipocrisia di un paese ex-secolarizzato come la Tunisia sono bar per turisti, alberghi e supermercati: nei supermercati come Monoprix la gente affolla il reparto dove si vendono birra e superalcoolici negli ultimi giorni prima dell’inizio del ramadan per fare scorta; negli alberghi, in pieno ramadan, i camerieri fanno di necessità virtù, continuando a servire alcoolici, protetti dalle logiche del turismo e del profitto; nei bar all’aperto, le tunisine rischiano di essere aggredite se solo vengono viste bere acqua, e le vetrate di alcuni locali (come il Café de Paris) sono accuratamente ricoperti di fogli di carta, in modo da proteggere l’anonimato dei clienti.

Particolarmente gustose le conversazione di Nadia El Fani con un paio di camerieri di mezza età. La regista ha buon gioco a provocarli, chiedendo loro come facciano a riconoscere i turisti (autorizzati a bere alcoolici) dai clienti tunisini e loro pian piano si lasciano andare, ammettendo chi più chi meno il non senso di queste restrizioni che colpiscono anche quanti, tunisini ma seguaci di altre religioni o magari atei, non dovrebbero esserne coinvolti. Nadia, che foucaultiananamente distingue violenza del discorso e spazio di resistenza dell’individuo, ascolta e provoca un po’ tutti, gli amici tradizionalisti di Sousse, il tassista religioso, le operaie ligie al dovere, il vecchio giardiniere che proprio non ce la fa più a digiunare, i ragazzi che improvvisano – indisturbati, va detto - una festa sulla spiaggia, mangiando e bevendo in pieno giorno. C’è chi sta anche peggio. In Marocco, per esempio, un piccolo gruppo di attivisti che, quasi per gioco, ha organizzato su facebook un picnic di protesta contro l’obbligo del ramadan, si è ritrovato circondato da decine di poliziotti che li hanno arrestati e citati in giudizio, visto che in Marocco violare il ramadan è un reato sanzionato dalla legge.

Ramadan o no, in molte altre conversazioni e scene da dibattiti pubblici post-rivoluzione emerge la questione scottante dei rapporti tra stato e islam. La regista pone in più occasioni la questione della necessità di rivedere il primo articolo della costituzione tunisina del 1959 che sancisce l’islam come religione di stato. La reazione degli interlocutori, che comunque appartengono quasi sempre a un milieu progressista e borghese, va sostanzialmente nel segno dell’ascolto e della comprensione. Il problema è di scottante attualità perché il quadro politico che si va delineando in piena campagna per la elezione dell’assemblea rappresentativa del 24 luglio che dovrà riscrivere la carta costituzionale vede una miriade di partitini accanto a un unico grande soggetto politico, in possesso di capitali importanti, provenienti verosimilmente dagli emirati del Golfo, vale a dire proprio Ennahda, i cui capi, esuli all’estero sotto la protezione delle diplomazie europee, sono rientrati al termine di una rivoluzione in cui non hanno avuto alcun ruolo (l’unica manifestazione di barbuti che vediamo nel doc viene pesantemente contestata dagli altri presenti in strada) per mettere sul tavolo tutto il loro ruolo di musulmani moderati.

Come denuncia la regista nel suo film, Ben Ali e i suoi hanno facilitato l’ascesa dell’integralismo, pur mettendo fuori legge Ennahda, con l’impedire alla società civile e agli artisti di esprimersi liberamente sui rapporti tra stato e religione e con la scelta di lasciare che la sunna tornasse a diventare un riferimento su molte sfere della vita quotidiana, contravvenendo a un’impostazione laica data allo stato tunisino da Bourghiba. Nei dibattiti pubblici filmati dalla regista, si continua a scontare una certa confusione tra laicità e ateismo, spacciando per provocazione una battaglia per la libertà di espressione e confinando alla marginalità sociale chi in uno stato teocratico verrebbe bollato di apostasia e quindi condannato a morte. L’incontro a Cannes sulla primavera del cinema arabo ha confermato la centralità della questione, ma se il film di El Fani – che meritava un’accoglienza a mio avviso in selezione ufficiale molto più di quello di Ben Cheikh – è destinato a lasciare un segno forte in questa memoria (del cinema) della rivoluzione che si va scrivendo in queste settimane è in virtù non solo e non tanto di una più chiara e riconoscibile prospettiva (vale a dire la scelta di una questione, strategica, ma precisa e puntuale, dell’agenda politica), quanto di una forza e originalità espressiva sul piano delle politiche della rappresentazione che costringono anche lo spettatore occidentale più distratto a rivedere molti dei suoi luoghi comuni e stereotipi su quanto sta avvenendo al di là del Mediterraneo.

Leonardo De Franceschi | 64. Festival de Cannes

Cast & CreditsNi Allah, ni maître! Regia: Nadia El Fani; sceneggiatura: Nadia El Fani; origine: Francia/Tunisia, 2011; formato: HD; durata: 75’; produzione: Jan Vasak e Nadia El Fani per K’ien Productions (Francia) e Z’Yeux Noirs Movies (Tunisia); distribuzione internazionale: Doc & Film International.

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