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Cannes 64. 18 Days

di Yousry Nasrallah e altri

Che c'entriamo noi con la rivoluzione?

Presentato fuori concorso, 18 Days (in arabo, Tamantashar yom) è stato uno dei film-evento di questa 64a edizione del Festival di Cannes. Solo la straordinaria flessibilità e velocità di lavorazione che consente il digitale se usato in tutta la filiera produttiva ha reso possibile mostrare al pubblico della Croisette un film che rappresenta un omaggio alla cosiddetta rivoluzione del 25 gennaio, che ha costretto Hosni Mubarak a dimettersi dopo diciotto giorni di assedio simbolico e reale da parte di una agguerrita avanguardia composta perlopiù di giovani donne e uomini asserragliati a piazza Tahrir. Concepito come un film a episodi, girato praticamente senza budget con alcune videocamere HD, 18 giorni schiera dieci tra gli autori più significativi del cinema egiziano contemporaneo: su tutti Yousry Nasrallah (La porte du soleil), Marwan Hamed (Yacoubian Building) e Ahmed Abdallah (Heliopolis). Molti gli esponenti dell’ultima generazione, tra cui tre donne, mentre della “vecchia” guardia c’è solo Sherif Arafa, noto soprattutto per il blockbuster del 1993 Al-irhab wa-l kebab (Terrorismo e kebab, con Adel Imam e Yousra).

Come ha messo in evidenza Nasrallah nella tavola rotonda sulla primavera del cinema arabo, pur non essendosi accordati su alcun elemento circa la scelta dei temi, buona parte dei registi hanno finito per raccontare storie di reclusione, subita o autoinflitta, esprimendo così una rabbia trattenuta da trent’anni di dittatura soffocante. Lo hanno fatto con toni molto diversi, e soprattutto articolando un ventaglio assai variegato di modalità di utilizzo dei materiali di repertorio, perlopiù video e audioregistrazioni dirette di manifestazioni e assalti della polizia e brani audio e video di notiziari televisivi e discorsi del presidente. Posto che già cercare di restituire narrativamente un evento ancora in pieno svolgimento è un operazione di straordinaria complessità e felice ambiguità, va notato che quasi nessuno dei dieci ha scelto un approccio istituzionale, mirando al bersaglio grosso; quasi tutti hanno scelto storie marginali, spesso apparentemente fuori contesto, di persone che si sono trovate a non-vivere affatto o a vivere loro malgrado la rivoluzione di piazza Tahrir. È questa modestia dello sguardo, questo carattere eccentrico ad aver determinato, insieme al tema della reclusione, il tono generale del film.

Forse i più ambiziosi e istituzionali sono Retention di Arafa e 19-19 di Hamed. Nel primo, troviamo uno spaccato della società egiziana recluso in una cella di manicomio criminale: ognuno reagisce in modo diverso alle notizie provenienti dall’esterno sulla rivoluzione e ai tentativi da parte della direzione dell’istituto di manipolare gli ospiti, perlopiù detenuti per reati d’opinione. Nel secondo, vediamo un giovane leader della rivoluzione (intepretato da Amr Waked, che molti ricorderanno per il suo ruolo ne Il padre e lo straniero, ma è uno degli attori più validi della sua generazione, oltre ad essere uno di quelli che più si è speso nel sostegno al movimento) nelle mani di un torturatore (Bassem Samra, ex-attore feticcio di Nasrallah) e di un uomo dei servizi, che cercano di strappargli in ogni modo una confessione e informazioni utili a reprimere la rivolta. Toni espressionisti ed enfatici tornano anche in God’s creation di Kamla Abu Zikry, che descrive con una certa efficacia ma non senza didascalismo il modo tutto fortuito con cui una ragazza di modeste condizioni si trova alla testa di una processione di manifestanti nel momento sbagliato: è anche l’episodio che con più insistenza, ma spesso infelicemente, gioca la carta della commistione tra immagini rubate alla realtà e immagini finzionali.

I toni piegano verso l’apologo commedico e grottesco in tre episodi. In When the flood hits you... di Mohamed Ali i protagonisti sono due opportunisti che vivono di espedienti, decidendo di volta in volta se vendere bandiere anti o pro-Mubarak, a seconda di come soffia il vento. In Revolution Cookies, un altro antieroe occupa il centro della scena: un oscuro venditore del suk, proprietario di una piccola bottega a due passi da piazza Tahrir e affetto da una forma grave di diabete, che rimane per tutti e diciotto i fatidici giorni asserragliato per paura dietro la sua saracinesca a registrare audiomessaggi a futura memoria. Ashrar Seberto è invece la classica storia dell’eroe per caso, un barbiere apolitico che si trova a dover trasformare il negozio in un pronto soccorso per manifestanti colpiti dalla polizia e se stesso in un infermiere d’assalto. Window di Abdallah, partendo da un approccio non distante nei temi quanto nei toni, più rarefatti e allusivi, si concentra sulle non-avventure di un giovane ozioso, che passa la giornata a spiare una vicina manifestante e a chattare sui social network.

Mi soffermo brevemente su quelli che ritengo essere i più significativi. Il più classicamente compiuto è #tahrir 2/2 della cortista pluripremiata Mariam Abou Ouf. Ne è protagonista un giovane di estrazione sociale modestissima (Mohamed Farrag), che vive in una specie di piccionaia con una moglie incinta (Hend Sabri, in un ruolo di composizione di vibrante intensità) e due bambini. Una mattina viene chiamato da un amico losco che gli offre dei soldi per partecipare a una manifestazione pro-Mubarak: in realtà, la moglie si renderà conto troppo tardi che l’uomo è stato assoldato per compiere incursioni omicide a dorso di cammello sugli insorti di piazza Tahrir. Laddove un regista di incerta carattura etico-estetica (come Sameh Abdelaziz, autore dell’ignobile polpettone neopopulista The Cry of an ant, passato nella sezione Cinéma de la plage, su cui per pudore non tornerò) avrebbe sguazzato tra scariche di iperrealismo espressionista e crescendo melodrammatici, la regista porta a casa il suo episodio con una pulizia di scrittura encomiabile e una gestione molto misurata del rapporto tra tempo finzionale e tempo reale.

Curfew di Sherif Bendary è invece probabilmente l’episodio più modernamente libero, nel senso che evidenzia meno il peso di una sceneggiatura a monte. Il film racconta semplicemente la notte di incubo passata da un nonno che si trova a dover riportare a casa il nipotino in auto dopo che per un malore è stato costretto a forzare il coprifuoco per accompagnarlo al pronto soccorso: costantemente chiamato al cellulare dalla figlia, nonché madre del ragazzino, il vecchio deve ricorrere a tutte le sue risorse per portare il nipote sano e sano a casa, superando gli innumerevoli posti di blocco, gestiti di volta in volta da esercito, polizia, manifestanti e milizie di quartiere. Anche qui, Bendary riesce a trasmettere allo spettatore il senso di pericolo e precarietà costante che circonda i due, senza scorciatoie drammaturgiche o convenzionali scarti nello score, ma affondando il registro discorsivo in una sorta di naturalismo integrale sobrio ed efficace.

Da parte sua, Yousry Nasrallah firma con Interior/Exterior quello che probabilmente non è il più riuscito della serie (continuo a preferire gli ultimi due menzionati) ma quello che con più forza icastica riesce a mobilitare lo spettatore, trasmettendogli l’esperienza dell’attraversare la rivoluzione, partecipandovi dall’interno. Il film segue l’itinerario, fisico e politico, di una giovane coppia borghese che, all’indomani della terribile “battaglia dei cammelli”, citata nell’episodio di Abou Ouf, rischia di andare in pezzi davanti alla decisione di Mona (la star Mona Zaki, già protagonista del vivace Ehky ya Scheherazade) di scendere in piazza, contro la volontà del marito. Si troveranno entrambi a piazza Tahrir in mezzo a milioni di persone, e qui Nasrallah dimostra di essere stato l’unico ad avere il coraggio e la lucidità di girare in strada le manifestazioni integrandole in modo fluido e naturale alla traccia finzionale, grazie anche alle prestazioni consentitegli da una videocamera ad altissima risoluzione. Unico neo del film, un monologo-cameo di Yousra, nel ruolo della madre di Mona, tanto inessenziale quanto affettato nei toni.

Pur scontando una certa lunghezza e pesantezza complessiva (il film dura oltre due ore), 18 Days rappresenta una scommessa sostanzialmente vinta per il carattere antiretorico che attraversa molti dei suoi episodi. Seguendo un’ispirazione curiosamente affine, diversi registi hanno resistito alla tentazione di affidarsi alla composizione di personaggi o destini esemplari e alle scorciatoie di un populismo facile e di resa sicura. È difficile e forse troppo presto per formulare osservazioni troppo articolate sulla funzione del film ai fini della costruzione di una memoria storica condivisa della rivoluzione. Mi viene da pensare che la scelta della finzione abbia rappresentato una sfida controcorrente, tanto rischiosa quanto coraggiosa e che, nelle modalità quasi indirettamente surrealiste in cui la lavorazione si è svolta, con una compressione massima dei tempi di controllo sul processo di rielaborazione finzionale in atto a partire dai materiali della realtà, abbia prodotto un documento assai interessante sull’immaginario di un pezzo della società egiziana (quello, in qualche modo, rappresentato dai registi, e più in generale dagli artisti e dagli intellettuali), che si è trovato probabilmente scavalcato dalla radicalità e dalla forza della rivoluzione del 25 gennaio ma non ha avuto paura di mettere in piazza i propri complessi e il proprio senso di inadeguatezza.

Leonardo De Franceschi | 64. Festival de Cannes

Cast & Credits18 Days / Tamantashar yom
Retention. Regia: Sherif Arafa; sceneggiatura: Sherif Arafa; interpreti: Hamza El Elly, Mahmoud Samir, Hesham Mansour.
God’s Creation. Regia: Kamla Abu Zikry; sceneggiatura: Belal Fadl; interpreti: Nahed El Sebaei, Salwa Mohamed Ali, Mohamed Termes.
11-11. Regia: Marwan Hamed; sceneggiatura: Abbas Abou El Hassan; interpreti: Bassem Samra, Amr Waked, Omar El Saeed.
When the flood hits you.... Regia: Mohamed Ali; sceneggiatura: Belal Fadl; interpreti: Maher Selim, Raouf Mostafa, Ahmed Habashy.
Curfew. Regia: Sherif Bendary; sceneggiatura: Sherif Bendary, Atef Nashed; interpreti: Ahmed Fouad Selim, Ali Rozeiq, Ramadan Khater.
Revolution Cookies. Regia: Khaled Marei; sceneggiatura: Ahmed Helmy; interpreti: Ahmed Helmy. Eid Abu El Hamd, Hani El Sabagh.
#tahrir 2/2. Regia: Mariam Abou Ouf; sceneggiatura: Mariam Abou Ouf; interpreti: Mohamed Farrag, Hend Sabry, Asser Yasin.
Window. Regia: Ahmad Abdallah; sceneggiatura: Ahmad Abdallah; interpreti: Ahmed El Fishawy, Yasmine Shash, Omar El Zoheiry.
Interior/Exterior. Regia: Yousry Nasrallah; sceneggiatura: Tamer Habib e Yousry Nasrallah; interpreti: Mona Zaki, Yousra, Asser Yassin.
Ashrai Seberto. Regia: Ahmed Alaa; sceneggiatura: Nasser Abd El Rahman; interpreti: Mohamed Farrag, Mohamed Ashraf, Emy Samir Ghanem.
Origine: Egitto, 2011; formato: 35 mm, colore; durata: 125’; produzione: Lighthouse Films, ASAP Films, Video 2000, Film Clinic production; sito ufficiale: 18daysmovie.com

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