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Cannes 64. La source des femmes

di Radu Mihaileanu

La fonte della discordia

Presentato in concorso alla 64° edizione del Festival di Cannes, La source des femmes non è verosimilmente destinato al successo internazionale del precedente film di Radu Mihaileanu, Il concerto (2009), almeno a giudicare dalla reazione della critica, che lo accolto con molta freddezza, diversamente dall’altro film francese realizzato in trasferta, Le havre di Aki Kaurismaki. Lo vedremo comunque anche nelle sale italiane, anche perché il film (una coproduzione Belgio/Italia/Francia, ma il cast tecnico e artistico è in larga parte francese) ha una partecipazione anche italiana, rappresentata da Indigo Film e da Bim Distribuzione, che lo porterà in sala.

Marocco, un villaggio montuoso nell’Atlante. Una mattina, come hanno sempre fatto, e con esse le loro antenate, le donne raggiungono un pozzo lontano e tornano alle rispettive abitazioni curve sotto il peso di enormi secchi d’acqua. Per una di loro è una giornata di lutto: incinta in stato avanzato, è caduta ed ha perso il bambino. Per un’altra è una giornata di festa perché ha appena dato alla luce un maschietto e le donne del villaggio cantano in suo onore, ma Leila (Leila Bakhti) non ci sta: troppe donne vanno in gravidanza in gravidanza e, sfiancate dal trasporto dell’acqua e da altre corvée insostenibili, subiscono aborti spontanei, nel silenzio generale. L’unico modo per alzare la testa e farsi sentire dagli uomini è fare uno sciopero del sesso, solo così chi di dovere si muoverà per sollecitare le autorità competenti a portare l’acqua nel villaggio.

«Facile fare la rivoluzionaria quando si è ricche». La ricchezza di Leila nasce dal fatto di essere bella, amata, in grado di leggere e scrivere e venire da fuori, il che le dà una maggiore apertura sulle cose: viene infatti dal sud desertico e, malgrado abbia sposato da anni il maestro elementare Sami (Saleh Bakri), la suocera tradizionalista Fatima (Hiam Abbas), che continua a considerarla una straniera, approfitta dell’occasione per spingere il figlio a ripudiarla. L’uomo però, che l’ha sposata per amore, continua a difenderla contro tutti. Tra le donne, l’unica a sostenerla all’inizio è Vecchio fucile (Biyouna), una vedova combattiva e controcorrente ma ben presto cominciano a seguirla anche la esuberante Rachida (Sabrina Ouazani) e via via tutte le altre. Anche Loubna (Hafsia Herzi), che si fa chiamare Esmeralda perché infatuata per le telenovele brasiliane, solidarizza con Leila. Ma gli uomini del villaggio arrivano al muro contro muro, facendo violenza al chiuso delle mura domestiche alle mogli riottose e cercando di mobilitare l’imam. La situazione diventa critica quando al villaggio arriva un giornalista che, si scoprirà, ha avuto una relazione con Leila. Per aver ragione dell’opposizione dei mariti, tradizionalisti per cultura patriarcale e interesse a mantenere antichi privilegi, le donne dovranno far ricorso a tutte le loro risorse.

Come riferisce l’intervista contenuta nel pressbook, per arrivare a realizzare La source des femmes non ha preso molte scorciatoie. Partendo da un fatto di cronaca avvenuto in un villaggio turco e dal motivo letterario dello sciopero del sesso (mutuato dall’Aristofane di Lisistrata) con l’idea di ambientarlo in un paese musulmano, si è messo a studiare l’abc della condizione femminile in terra islamica, consultandosi con sociologi ed esperti, ed ha poi intrapreso un lento lavoro di coaching linguistico sulle interpreti, in larga parte di origine maghrebine ma di seconda generazione, per poter girare il film in darija, il dialetto marocchino dell’Atlante. Lo scopo era, a suo dire, contribuire a svecchiare l’immaginario sull’islam e le donne, proponendo con la prospettiva di un racconto tradizionale, alla Mille e una notte, una parabola di emancipazione e solidarietà femminile immersa in un quotidiano fatto di sofferenza ma anche di umorismo e sensualità diffusi.

La source des femmes, che procede con un’alternanza di toni cara all’autore di Train de vie, si fa apprezzare per una certa scorrevolezza ed efficacia, sia sul piano della messinscena (la scrittura è inscritta nel solco di un regime morbido che alterna macchina a mano e piani di insieme più costruiti) che in quello della direzione d’attori (tutti a loro agio, sotto la guida di un regista-sceneggiatore abile, fino all’accademismo, nel dare a ciascun personaggio la possibilità di svincolarsi da uno stereotipo oggettivante). Il film non riesce tuttavia a sollevarsi dalla dimensione di un compitino diligente, portato a casa con una certa leggerezza di tocco ma non senza inutili digressioni narrative da letteratura femminile tascabile (i subplot sentimentali relativi a Esmeralda e ai trascorsi di Leila col giornalista) e un certo equilibrismo retorico nel dare spessore ai personaggi maschili, spesso schiacciati dalle proprie contraddizioni (come il padre di Sami, qui interpretato dal sempre misurato Mohamed Majd).

Più in generale, tira un’aria di già visto e già sentito, in questa storia che forse avrebbero potuto scrivere con ben altra verve alla metà degli anni Novanta, quando più infuriava la battaglia degli integralisti contro la libertà personale delle donne, gli algerini Mohamed Chouikh e Merzak Allouache, sposando il gusto per le allegorie del regista di L’arche du désert e l’umorismo minimalista del piccolo maestro di Omar Gatlato. Del resto, il film attinge a piene mani anche da certo cinema tunisino ricco di micronotazioni del quotidiano, da Les silences du palais di Tlatli e Halfaouine di Boughedir al più recente La télé arrive di Dhouib. Lo stesso ritratto dell’imam tollerante che ascolta la voce delle donne e addirittura ne accetta la lettura progressista del Corano è talmente didascalico e politicamente corretto da risultare stucchevole. Perplessità maggiori investono la scelta – rigorosa sulla carta, etnicizzante e artificiosa se calata su un cast eterogeneo e perlopiù francofono/palestinese – del dialetto marocchino dell’Atlante, lingua in cui si è dilettato lo stesso regista, componendo versi musicati da Armand Amar tra i quali spicca, per infelice maschilismo di ritorno, quello finale, secondo cui «la fonte delle donne è l’uomo».

A rimanere allora del film sono soprattutto alcune scene di gruppo in cui la soggettività femminile esplode in forme dialogiche o coreografiche ludicamente antiegemoniche, come gli scambi allusivi tra Leila e Rachida che seguono alla lettura tra donne delle Mille e una notte, o il coro/danza che rovescia davanti al pubblico della festa del raccolto la visione della vita di villaggio data dagli uomini. E su tutto, la voce e la presenza della grande Biyouna (Délice Paloma, Viva Laldjérie) che si impadronisce di Vecchio fucile e lo porta nella sua piccola galleria di personaggi memorabili.

Leonardo De Franceschi | 64. Festival de Cannes

Cast & CreditsLa source des femmes
Regia: Radu Mihaileanu; sceneggiatura: Radu Mihaileanu, Alain-Michel Blanc; fotografia: Glynn Speeckaert; montaggio: Ludo Troch; sonoro: Henri Morelle, Selim Azzazi, Bruno Tarrière; musiche: Armand Amar; scenografia: Christian Nicolescu; costumi: Viorica Petrovici, interpreti: Leila Bekhti, Hafsia Herzi, Biyouna, Sabrina Ouazani, Saleh Bakri, Hiam Abbass, Mohamed Majd, Amal Atrach; origine: Belgio/Italia/Francia, 2011; formato: 35 mm, 1:1.85; durata: 136’; produzione: Denis Carot, Marie Masmonteil, Radu Mihaileanu per Elzévir films, Oï Oï Oï Productions, EuropaCorp, France 3 Cinéma, Cie Cinématographie Européenne, Panache Production, RTBF, Bim Distribuzione, Indigo Film, Agora Films, SNRT; distribuzione internazionale: EuropaCorp Distribution; distribuzione: Bim Distribuzione.

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