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Cannes 64. Sur la planche

di Leila Kilani

Quattro cattive ragazze corrono

Era dal 2003 con Les yeux secs di Narjiss Nejjar che una regista marocchina non esordiva a Cannes. Ecco perché Sur la planche era un titolo molto atteso della Quinzaine des Réalisateurs. Ne è autrice la quarantenne Leila Kilani, con alle spalle due documentari molto apprezzati dagli addetti ai lavori: Tanger, le rêve des brûleurs (2002) e Nos lieux interdits (2009). Solo una tangerese come lei, e con un habitus da regista di strada, poteva pensare a un progetto così: raccontare una storia di cronaca nera con quattro giovani non professioniste, ambientata nella Tangeri portuale, tra locali notturni e i capannoni industriali asettici della Zone Franche, praticamente un pezzo d’Europa in terra marocchina.

Prima ancora che inizino i titoli di coda il campo sonoro dello spettatore comincia ad essere intossicato dal monologo interiore compulsivo di una ragazza, Badia (Soufia Issami), che si/ci pronuncia il proprio manifesto esistenziale: Io non rubo: mi rimborso, non svaligio: recupero, non traffico: commercio; non mi prostituisco, m’invito; non mento: sono già quello che sarò; sono solo in anticipo sulla verità: la mia. La sua storia è la storia di qualcuno che è finito in carcere. Un flashback ci riporta alcune settimane addietro e ne ripercorre l’itinerario frenetico. Tutto è cominciato quando lei, che viene da Casablanca, ed è una dura, che non fa che parlarsi addosso, ostentando sicurezza in tutto ciò che fa, e l’amica Imane (Mouna Bahmad), placida e remissiva, ma ossessionata dalla forma fisica quanto la prima lo è dalla pulizia personale, hanno cominciato seriamente a pensare di passare al reparto tessile dell’esclusiva Zone Franche. Insopportabile continuare a fare le filles-crevettes, sbucciando tutto il giorno gamberetti destinati all’esportazione, per essere pagate a cottimo e ritrovarsi addosso quell’odore che neanche energici lavaggi con limone e menta riescono a scalfire.

Allora corrono, Badia e Imane. Corrono per accumulare soldi e forse anche per non pensare alla propria condizione. Di notte, appena rientrate a casa tardi, mangiano un boccone e subito riescono in taxi, smettendo la lunga djellaba per un giubbotto, e si chiudono in un locale dove abbordano clienti facoltosi. Si lasciano portare negli appartamenti e sbattere, per poi nel buio arraffare quello che trovano di valore e via, rivenderanno l’indomani dal rigattiere. Una notte di queste, nella villa di un boss della mala locale, incontrano altre due giovani squillo, Nawal (Nouzha Akel) e Asma (Sara Betioui) e decidono di formare una banda di t’debarrates, piccole bricoleuses dell’urgenza, come le definisce la regista. Dopo le prime operazioni col consueto stile, arriva la tentazione del colpo grosso: rubare da un deposito del boss uno scatolone pieno di iPhone. Tra indecisioni, colpi di testa e incidenti, il colpo segnerà la loro sorte per sempre.

Sur la planche è un’opera prima coraggiosa e incisiva, soprattutto sul piano dei modi di rappresentazione e del metodo. Kilani esprime la salutare e rabbiosa voglia, propria a una generazione che sta facendo la rivoluzione in tutta la costa sud del Mediterraneo, di fare un cinema non riconciliato e non spendibile da parte di nessun apparato di potere, gridando la lucida disperazione di una gioventù bruciata. A Kilani va riconosciuto inoltre il merito di aver impostato il proprio lavoro con un rigore metodologico ed espressivo coerente e consapevole, cercando di far dialogare politica dei generi, cinema del reale e autorismo europeo (perché no? il Bresson di Pickpocket), ricavando l’intreccio stesso da una ricerca socioantropologica di base su una location unica come Tangeri. Personalmente, tuttavia, ma questo l’ho pensato fin dalle prime sequenze, ritengo che la scelta di saturare lo spazio sonoro (nel quale non interviene alcuno score) con il monologo interiore ossessivo della protagonista abbia appesantito oltremodo il film. Credo che in tutte le scuole di cinema dovrebbero consigliare ai registi esordienti di evitare la voce fuoricampo (e limitare fortemente i dialoghi) almeno nell’opera prima, per imporsi un limite in più, e uno stimolo a far parlare i personaggi soprattutto attraverso il linguaggio dei corpi. Non che Badia e Imane, e poi Nawal e Asma, non si esprimano attraverso gesti, scarti, accelerazioni di un corpo in continuo movimento. È che questo movimento, persino per la protagonista autonarratrice, appare fine a se stesso, segno di un vitalismo che rasenta in ultima analisi l’istinto di morte. In nessun momento del suo vagabondare febbrile, riusciamo ad aprire uno spiraglio nel parossistico dettato del pensiero di Badia, raddoppiato dal parlarsi addosso rovesciato sulla povera Imane (fino almeno a una liberatoria scena di sfogo), e a capire, che so, quali siano davvero i suoi desideri, non dico per la vita, ma per l’indomani, a parte lasciare l’odiato reparto dei gamberetti per il tessile.

Difficile anche inquadrare il film in una prospettiva di gender, se è vero che le ragazze tendono, Badia in testa, ad assumere un ruolo maschile, usando gli uomini come prede da spogliare, ma non sembrano manifestare alcun disagio nel prostituirsi né nel portare avanti questa doppia vita che mangia loro ogni tempo esistenziale, tagliandole fuori da una sfera relazionale minimamente gratificante. D’altra parte Kilani, adottando un registro visivo-sintattico nervoso e forsennato, apparentabile ai rigorismi Dogma o dei Dardenne di Rosetta, tutto macchina a mano e luce naturale, interni giorno sparati al neon ed esterni notte di un buio impenetrabile, fuoco stretto e campi medi funzionali all’azione, non si ritaglia nessuno spazio di commento all’azione, rimanendone in qualche modo risucchiata. Il ritmo survoltato dell’azione non lascia aria ai personaggi ma neanche allo spettatore, lasciandolo stordito e perplesso all’avvio dei titoli di coda. Al termine di questa folle corsa, ha come perso qualcosa, ma anche accumulato troppa zavorra di cui liberarsi.

Con il senno di poi, questa impasse dell’io spettatoriale davanti a uno sguardo della cinepresa che non sa/vuole riscattare la condizione di un personaggio-guida (qui sono quattro, accomunati dal medesimo destino sociale) rimette in circolo alcune questioni sollevate a proposito di Venus noire di Kechiche. A giudicare dalle note d’intenzione della regista, non c’è dubbio che nella preparazione del film abbia pesato lo stesso scrupolo (lì storico-biografico, qui sociologico) di restituire l’esperienza di un soggetto alienato, mettendo in condizioni lo spettatore di comprendere la gravità di questa condizione, ma senza illuderlo con un lieto fine ingannatore (e questo sì, doppiamente alienante) o in qualsiasi modo gratificante (del resto lo sappiamo fin dall’inizio: Badia è stata arrestata). Come Kechiche inchiodava lo spettatore alla sua responsabilità storica di erede di una tradizione di spettacolo esotico-coloniale che reificava come fenomeno da baraccone (la Venere Ottentotta) potenziali artiste come Saartije Baartman, allo stesso modo Kilani costringe lo spettatore a condividere alcuni giorni nella vita di quattro attrici sociali della Zone Franche, toccando con mano la coazione a ripetere infernale che le brucia, mentre inseguono la volontà di sentirsi vive.

Leonardo De Franceschi | 64. Festival de Cannes

Cast & CreditsSur la planche
Regia: Leïla Kilani; sceneggiatura: Leïla Kilani; fotografia: Eric Devin; montaggio: Tina Baz; sonoro: Philippe Lecoeur, Laurent Malan; musiche: Wilkimix; interpreti: Soufia Issami, Mouna Bahmad, Nouzha Akel, Sara Betioui; origine: Francia/Marocco/Germania, 2011; formato: 35 mm e DCP, 1:1.85, Dolby srd; durata: 106’; produzione: Charlotte Vincent e Leïla Kilani per Aurora Films, Socco Chico Films; distribuzione internazionale: Fortissimo; info: Epicentre Films.

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