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Venezia 68: Cose di questo mondo

di Leonardo De Franceschi

Al via la Mostra di Venezia (31 agosto – 10 settembre 2011)

Sta per partire l’edizione numero 68 della Mostra di Venezia. Dal 31 agosto al 10 settembre, sarà l’occasione per continuare a riflettere, dopo Cannes, se e come il cinema contemporaneo stia riflettendo sulla pesante crisi economica in corso e sulle sue ricadute, politiche e antropologiche. Di una delle questioni chiave per inquadrare lo stato di inquietudine del vecchio continente si parlerà diffusamente nei titoli veneziani. Mi riferisco all’immigrazione e ai suoi drammi senza tempo, raccontati da cineasti italiani ed europei che battono un colpo in direzione di una maggiore apertura e comprensione alle ragioni dell’altro, talvolta facendoci sentire come ci si sente io senza documenti, con la pelle nera e gli occhi addosso. Ma l’Africa e le diaspore, anche quest’anno, non parlano quasi mai in prima persona e né ci guardano con gli occhi di un regista africano o di seconda generazione.

Eccoli, gli happy few scremati da un comitato selezionatore attento ma che pure ha lasciato a Toronto anteprime di un certo interesse ((Faouzi Bensaidi su tutti, ma se ne riparlerà), oltre all’Amelio tratto dall’ultimo Camus. Anzitutto Steve McQueen, videoartista black english londinese di 42 anni che ha sedotto critica festivalieri e pubblici di tutto il mondo (compresi Croazia, Danimarca e Messico – mentre in Italia si sono guardati bene dal distribuirlo anche solo in DVD) con Hunger, il suo folgorante prison movie d’esordio nel film di finzione, dedicato a Bobby Sands: in Shame (Concorso), girato a New York, ritroviamo Michael Fassbender, corpo d’attore stavolta investito da un vortice d’eros forse solo apparentemente liberatorio. Accanto a lui anche la rivelazione Nicole Beharie (American Violet). Sempre dalla seconda generazione arriva un’altra giovane di talento e geni buoni, la franco-senegalese Mati Diop (è nata a Parigi ma è figlia del musicista Wasis nonché nipote del regista Djbril) che alcuni festivalieri ricorderanno come coprotagonista di 35 Rhums della Denis, a Venezia nel 2008, e qui presenta in Orizzonti il medio Snow Canon, una sorta di omaggio alla sua tata americana, innamorata di Jim Morrison.

Di africani veri, ci sono però i tre filmmaker egiziani che firmano a sei mani Tahrir 2011 – The Good, the Bad and the Politician (Fuori Concorso): Tamer Ezzat, Ayten Amin e Amr Salama tornano su una delle rivoluzioni più epocali di questa primavera araba senza fine, dando voce agli eroi anonimi di Piazza Tahrir, a quattro ufficiali dei servizi inviati a massacrarli e poi a testimoni d’eccezione (come Mohamed El Baradei e lo scrittore Alaa Al Aswany), per decostruire la parabola di ascesa e caduta di Mubarak.
Loro, ma anche i tre cortisti maghrebini invitati in apertura di Mostra per ricevere il Premio Città di Venezia, come da tradizione consolidata: quest’anno tocca all’algerino Abdennour Zahzah (Garagouz), alla tunisina Meriem Riveill (Tabou) e al marocchino Mohamed Bouhari (Abandon de poste).

Egitto, Tunisia, Libia, l’Africa mediterranea e non solo è sottosopra e decine di migliaia di profughi, di cui molti provenienti da un Corno d’Africa sempre più assetato e instabile, l’attraversano in cerca di una via di fuga verso l’Europa. A giudicare dal cartellone della Mostra, il cinema italiano sta riprendendo a raccontare con meno disattenzione questi fenomeni, avvicinandoli con registri diversi e con uno sguardo particolare sul territorio. Il microcosmo indagato da Emanuele Crialese (e dal co-sceneggiatore Vittorio Moroni) in Terraferma, selezionato in concorso, è quello martoriato di Lampedusa, città-simbolo e crocevia obbligato di questi viaggi della speranza. Il regista mette faccia a faccia due donne, l’isolana Giulietta (Donatella Finocchiaro) e Sara, una profuga africana, entrambe in cerca di un futuro più solido per se e per i propri figli. Nei suoi panni troveremo Timnit T., una giovane originaria dell’Africa centrale, ora rifugiata nei Paesi Bassi, che ha vissuto una parabola simile a quella del suo personaggio.

In Il villaggio di cartone, l’ultima fatica di Ermanno Olmi, programmata fuori concorso, il punto di vista è quello di un vecchio prete di provincia, la cui chiesa, sul punto di essere dismessa, viene occupata da un gruppo di migranti irregolari. Sulla carta il film nasce per sollevare dibattiti, soprattutto all’interno della chiesa, ma molto verosimilmente la vena ecumenica del vecchio maestro finirà per mettere d’accordo tutti. Ha già scontentato qualche sindaco leghista invece Cose dell’altro mondo (Controcampo Italiano) di Francesco Patierno, commedia nera che si fa gioco del razzismo intestinale di tanta buona borghesia di provincia del nord est, immaginando che un giorno gli immigrati prendano alla lettera tanti gentili inviti a togliersi dalle balle, lasciando mezza Italia in tilt, dalle industrie ai salotti buoni. Rimane da vedere con che vena Patierno riuscirà a portare fino in fondo la sua provocazione. Sulla carta assai più interessante, sempre in chiave di genere, La-bàs - Educazione criminale (Settimana della Critica), opera prima di Guido Lombardi, un thriller ispirato alla strage di braccianti neri di Castelvolturno del 2008, in cui vedremo all’opera tanti attori e attrici afroitaliani di belle speranze come Esther Elisha (Last minute Marocco). Occhio però anche al corto A chjàna di Jonas Carpignano (Controcampo Italiano), sulla rivolta nera di Rosarno.

Anche oltralpe le tematiche dell’integrazione continuano a ispirare autori di diverse generazioni, mettendo a nudo l’inefficacia delle politiche assimilazioniste, il razzismo istituzionale e di profondità risorgente e la tentazione dell’isolamento integralista. La désintégration del francese Philippe Faucon (Samia, La trahison) indaga su un’amicizia pericolosa che trascina tre ragazzi franco-maghrebini della periferia di Lille nelle mani di un agitatore politico con mire terroristiche. Dal Belgio arriva invece The Invader di Nicolas Provost, cineritratto di un profugo africano (Isaka Sawadogo, già nel visionario corto Exoticore del 2004) arrivato perigliosamente a Bruxelles e che solo una liaison con una ricca e avvenente donna in carriera (Stefania Rocca!) sembra poter riscattare da un’esistenza di marginalità.

Tra tanti nomi emergenti, merita una menzione finale il ritorno di Jonathan Demme alla Lower 9th Ward, strada simbolo della New Orleans spazzata da Katrina, dopo il doc semiamatoriale del 2007 presentato al Festival di Roma, con I’m Carolyn Parker: The Good, the Mad and the Beautiful, dedicato a una delle più pugnaci attiviste che si battono per il diritto al ritorno a casa dei vecchi abitanti, dispersi dall’uragano.

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