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Venezia 68. La désintégration

di Philippe Faucon

Integralisti si diventa

Philippe Faucon, figlio di genitori apolidi, marocchino di nascita ma di cittadinanza francese, porta Fuori Concorso alla 68esima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia La désintégration, l’ultimo tassello della parabola, lunga tutta la sua filmografia, di indagine sul tema della vita di famiglie migranti in contesto occidentale. Un percorso che coerentemente porta avanti sin dai primissimi anni Novanta, passando per titoli di rilievo internazionale come Samia del 2000 o Dans ma vie del 2007. Un percorso che ha avuto assai poca visibilità in Italia ma che fa di Faucon uno degli autori più rigorosi e coerenti nel panorama europeo.

In La désintégration, ambientato a Lilla, è protagonista una famiglia di origine nordafricana composta da una madre, due fratelli, una sorella e il padre, ricoverato in ospedale e affetto da un male di cui non si fa mai menzione esplicita. Tutti gli attori sono interpretati da attori non professionisti (su tutti segnaliamo la madre, Zahra Addioui, artefice di un’ottima prova grazie anche a dei dialoghi ben costruiti sul personaggio) o da attori più o meno in erba, come il protagonista Rashid Debbouze, fratello del ben più noto Jamel Debbouze (Indigènes-Days of Glory, Uomini senza legge), personaggio noto nella cultura beur underground che veste i panni di Ali. Ali è un giovane perito elettrotecnico che inizia a cercare lavoro. Suo fratello maggiore è sposato con una francese e sua madre, nonostante la forza dei suoi retaggi culturali, approva la loro relazione, vuole solo la felicità di suo figlio e si mostra cordiale con sua nuora. Una laicità che fa sì che sua sorella possa vestire con abiti occidentali senza il velo e fa di Alì un pessimo musulmano: il film si apre su un risveglio mattutino per la festività dell’Eid Al Kebir, puntualmente “bucato” da Ali che si fa trovare ancora addormentato e decisamente indispettito dall’insistenza di sua madre.

La ricerca di un lavoro per Ali si scontra ben presto con le circostanze avverse, che lui imputa a un razzismo diffuso e strisciante nella società. Una vena polemica che viene colta sapientemente da Djamel (Yassine Azzouz), un facinoroso fanatico religioso che, in un plot parallelo, seduce letteralmente Ali e altri tre giovanissimi figli di famiglie musulmane portandoli sulla via del martirio. Ali trova anche un lavoro, ma si chiude nel suo odio, inizia a insultare sua sorella per via dell’abbigliamento costringendo sua madre a prenderne le difese (situazione paradossale nell’immaginario cinematografico corrente della famiglia integralista!) e, nonostante l’orientamento tutt’altro che vendicativo delle prediche dell’imam da cui Ali si reca regolarmente per pregare, sparisce senza lasciar tracce e parte con gli altri per fare un attentato kamikaze alla sede della NATO nella vicina Bruxelles.

La désintégration si costruisce evidentemente su una parabola a spirale che sprofonda dall’iniziale equilibrio della vicenda a un insanabile squilibrio con cui essa si conclude. C’è dietro il tentativo di Philippe Faucon di attuare una ricostruzione possibile, in grado di spiegare il fenomeno, decisamente diffuso, in base a cui un adolescente musulmano, pur provenendo da un contesto familiare non integralista, prende la decisione di sacrificare la propria vita per vendicare le sofferenze inflitte al popolo arabo (uno dei “piedi di porco” ideologici di Djamel è la sofferenza che il popolo arabo patisce in alcune parti del mondo, ad esempio, in Palestina). Ne deriva un approccio narrativo apologetico, basato sulla ricerca della parabola esemplare per caratura morale, ma non meno “entomologico”, che tende dunque a polarizzare il punto di vista del film verso un’istanza narrante esterna, un occhio superiore che osserva, privo di speranza, le scelte dei personaggi/insetti e il degrado progressivo delle cose.

Un approccio decisamente fatalistico questo, perfettamente funzionale all’istanza di denuncia portata avanti da Faucon, con in più la ricerca di una struttura narrativa essenziale, talora portata a un eccesso di frammentarietà che risponde alla necessità di fornire esclusivamente le informazioni essenziali, e uno stile piano, in grado di liberare in tutta la sua forza morale il messaggio del film. Una scelta stilistica coerente da parte di Faucon in relazione alla sua filmografia, nella quale rientra anche la scelta di lavorare con attori non professionisti che, come nel caso di questo La désintégration, si rivela una scelta felice. Questa ricerca spasmodica di un’estetica dell’essenziale conduce fatalmente a un linguaggio teso tra un riconoscibile minimalismo “modernista” à la francese tendente all’atonia e, d’altra parte, una patina artificiosa che “pulisce” l’immagine e riecheggia l’igiene etica di cui il film si dà disperatamente in cerca.

Tuttavia, come spesso accade in casi come questo di ricostruzione delle circostanze che conducono fatalmente al maturare di una situazione (un film analogo, in tal senso, è il recente L’onda), alcuni passaggi appaiono decisamente forzati: è il caso di quello che precede la parte finale del film, in cui la famiglia, dapprima unita, perde di vista Ali in un’ellissi che dura ben tre settimane, circostanza che fa in qualche modo cadere aderenza alla verità dei personaggi, che Faucon era stato in grado di delineare lungo il film in pochi tratti, con eleganza e sensibilità. In particolare il personaggio della madre, della quale riesce a rendere l’attaccamento alle radici e alle tradizioni che, però, non la conduce a un atteggiamento integralista, anzi, la porta ad accettare sua nuora e a sgridare Ali quando, nel pieno della fase violenta del suo fervore religioso, richiama sua figlia a un presunto rigore islamico nella condotta quotidiana, e del fratello maggiore, del quale intuiamo il temperamento per vedendolo assai raramente.

La désintégration porta dunque con sé i pregi e i difetti del “film della vita”, in cui Faucon tenta di darci l’ “ultima parola” sul fenomeno del fanatismo religioso: un film da cui traspare l’autenticità dell’istanza etica di Faucon, rinchiusa però in una serie di rigidità e di pretese che conducono a un risultato caratterizzato da un grado troppo alto di disorganicità.

Simone Moraldi | 68. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

Cast & CreditsLa Désintégration
Regia: Philippe Faucon; sceneggiatura: Philippe Faucon, Éric Nebot; fotografia: Laurent Fénart; montaggio: Sophie Mandonnet; sonoro: Pascal Ribier; musiche: Benoît Schlosberg; interpreti: Rachid Debbouze, Yassine Azzouz, Perset Ymanol, Mohamed Nachit; origine: Francia, 2011; formato: 35 mm, Dolby srd; durata: 80’; produzione: Screen Runner; distribuzione internazionale: Pyramide International.

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