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Venezia 68. Shame

di Steve McQueen

Dichiarazione di dipendenza

Più o meno a tutti è successo, almeno una volta nella vita, di incrociare lo sguardo di uno sconosciuto o di una sconosciuta in metropolitana o su un autobus o per strada. Meno frequente sarà stata, immagino, la circostanza in cui la persona della quale abbiamo incrociato lo sguardo si sia alzata con noi e ci abbia pedinato. Un pedinamento compulsivo, incontrollabile, che diventa quindi minaccioso e porta ad allungare il passo e a far perdere le proprie tracce. Tutto questo, accompagnato da un brano di colonna sonora breve e in climax rapidamente ascendente che rende un momento, tutto sommato quotidiano, una situazione ad altissima tensione drammatica.

È così che si apre Shame, il ritorno dietro la macchina da presa di Steve Rodney McQueen, artista visivo londinese nero, che ha esordito nei primi anni ’90 ed è al secondo lungometraggio. Atteso quindi alla conferma dopo l’ottima prova di Hunger, insignito della Caméra d’Or nell’edizione del 2008 del Festival di Cannes. E Shame, come d’altra parte hanno fatto moltissime delle opere in concorso a questa 68ma edizione in particolare della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, divide il pubblico.

Shame è il ritratto di Brandon, interpretato da Michael Fassbender, un giovane impiegato che lavora in un ufficio a New York. Brandon è un caso di sex addiction, dipendenza dal sesso: non può fare a meno di guardare in continuazione filmati pornografici, si masturba varie volte al giorno, rivolge attenzioni più o meno discrete a più donne che incontra sul suo cammino. Un’ossessione che si consuma perlopiù attraverso internet e isola Brandon in una gabbia percettiva esclusiva con la rete. Quando sua sorella Sissy, interpretata da Carey Mulligan, va a casa sua chiedendogli ospitalità, la sua privacy ne è duramente messa alla prova e Sissy comincia a scoprire alcune abitudini del fratello. Nel frattempo, in ufficio il suo computer in manutenzione viene trovato dal suo principale e amico David (James Badge Dale), pieno zeppo di materiale pornografico delle più varie fogge.

Lentamente Brandon scivola nella solitudine, i suoi legami con il mondo e con Sissy, già affievoliti dalla sua condotta indifferente, peggiorano. Uno dei momenti centrali del climax nichilista di Brandon è costituito dal subplot in cui è coinvolta Marianne, una collega di ufficio interpretata da Nicole Beharie, giovane attrice afro-americana già rivelatasi in American Violet di Tim Disney. La straordinaria scena dell’uscita a due a cena, sapientemente minimalista nel dialogo, è girata da McQueen in un modo decisamente asciutto e con una grande cura nella direzione degli attori, che gli permette di far sprigionare ai gesti e alle espressioni di Michael Fassbender e Nicole Beharie un sottotesto estremamente carico. Il pessimismo sentimentale di cui sono intrisi i dialoghi di Brandon e il realismo anelante di cui sono invece intrisi i dialoghi di Nicole si infrangono l’uno addosso all’altro. La serata finisce con un saluto freddo e imbarazzato all’ingresso della metropolitana. Il giorno dopo Brandon, come preda di un raptus in cui si confondono irrefrenabile desiderio sessuale e orgoglio ferito, ghermisce Nicole dal suo ufficio e la bacia. La porta via, affittano una stanza di albergo e iniziano a fare l’amore.

Nuovamente, la regia fredda e compassata di McQueen si mobilita dinanzi a una scena di sesso. La macchina ruota intorno ai personaggi, alla ricerca delle angolazioni più plastiche per far risaltare i corpi, le movenze, i suoni. Nel bel mezzo dei “preliminari”, però, Brandon va in crisi. In una scena già vista, e di cui a noi spettatori rimane addosso una già tristemente nota sensazione di desolazione, Brandon si rifugia ai piedi del letto. A nulla servono le parole, caute ma decisamente amorevoli, di Nicole nell’alleggerire il peso che sembra gravare improvvisamente e senza pietà sulle spalle di Brandon: alla sua domanda se preferisce restar solo, Brandon la caccia letteralmente via di casa. Da allora, il plot fra i due finisce brutalmente, con la stessa brutalità con cui Shame ci ha raccontato l’accadimento esemplare di un protagonista sempre alla ricerca del piacere isterico ma che, messo di fronte all’opportunità di confrontarsi con una donna “vera” e di tirar fuori la parte migliore di sé, reagisce assecondando l’impulso alienato, nichilista, autodistruttivo che caratterizza la parte peggiore di sé, comandata a bacchetta dalla sua sexual addiction. Densissima la prova, seppur molto concentrata, di Nicole, nel cui lavoro si sente la mano pensantissima di McQueen che ne dirige con polso il temperamento, distaccato, fiero, e riesce a tirar fuori da lei un’energia in grado di schiacciare ancor di più Brandon nella sua condizione di schiavo dell’inettitudine.

Ferito nel suo orgoglio maschile, vittima del senso di esclusione comportato dal gesto di Sissy e David, Brandon inizia a trattare la sorella con indifferenza e cattiveria, andando a cercare nel suo carattere i lati peggiori, la sua ingenuità, il suo essere naif e costruendo su questi difetti la sua invadenza. Sissy arriva a turbare le abitudini di Brandon, che con il suo ingresso in casa subiscono una variazione obbligata. In un’altra scena incredibile del film, che si svolge interamente dinanzi alla tv del soggiorno sintonizzata su un vecchio cartone animato, Brandon e Sissy, interamente ripresi di spalle, assistono alla distruzione del loro rapporto. Sissy prende Brandon di forza, cercando di parlare con lui, di instaurare un dialogo che la lontananza e la crescita sembrano aver minato – o che, forse, non c’è mai stato davvero – ma Brandon, con parole in cui non risuona nessuna abilità retorica ma soltanto disperazione, tanta cattiveria e una brutalità a cui Shame sembra comunque averci abbondantemente abituato, liquida Sissy con una serie di insulti e di colpi bassi ai quali la sorella sembra reggere con grande temperamento. Un temperamento che non ci aspetteremmo da una ragazzina disoccupata e sfaccendata della periferia americana che vuole fare la cantante; una sensibilità dolce ed energica che però avevamo già visto, poche scene prima, nel locale dove Sissy si era esibita in una versione decisamente croony e confidential di New York, New York – ed è forse l’esibizione che ha trascinato David ai piedi di Sissy – un’altra scena girata mirabilmente da McQueen che non perde neanche un grammo della solennità dell’esibizione di Sissy. A nulla serve l’apertura di Sissy, Brandon la liquida e la caccia di casa, premessa di un epilogo amaro.

Shame si costruisce come già accaduto in tanti dei film presenti quest’anno a Venezia. Parabole individuali, ritratti di personaggi che incarnano valori universali, una riconoscibile “fine delle grandi narrazioni” sembra, in questi film, lasciare spazio all’umiltà di storie individuali che però riescono a caricarsi di un senso universale. Il film lavora dunque, in maniera molto raffinata, sulla costruzione miniata di questo personaggio: ogni scena ci fornisce delle sfumature sul suo conto, sopra tutte, la scena della cena al ristorante con Marianne, una scena di rara tensione drammaturgica in grado di mobilitare una quantità enorme di sottotesto che costringe lo spettatore a un’attenzione totale; o la scena del litigio con Sissy, nella quale Brandon concentra tutta la sua cattiveria. Una cattiveria che potrebbe essere solo scambiata per acredine o come un accesso di esasperazione per la semplice presenza di una persona cara che, in quel momento, intralcia i suoi piani di dipendenza sessuale. Allora la reazione di Sissy è, ovviamente, di ricerca di dialogo, che Brandon respinge fino al rifiuto definitivo, quando Sissy tira in ballo le sue abitudini sessuali. Altrettanto significativa è in tal senso la scena in cui Brandon si reca in un club gay e, in una delle dark room, si fa praticare del sesso orale da uno sconosciuto. Un altro momento che fa da “barometro” delle reazioni di Brandon è la scena in cui si ritrova a far da terzo incomodo nella notte di sesso tra Sissy e David, un’esclusione alla quale reagisce con rabbia.

Parte integrante del ritratto del personaggio è, come in altri film della Mostra di quest’anno, una tensione che si connota in continuità con alcune edizioni precedenti, un lavoro sul corpo: Fassbender è spesso in scena nudo, la sua fisicità si manifesta esclusivamente nelle sue avventure sessuali con prostitute e tantissime scene documentano le sue attività sessuali.
Le dolenti note del film riguardano uno spirito conciliante di fondo: la parte finale di Shame, in cui Fassbender inizia a fare resistenza ai propri istinti, tradisce l’estetica sporca del film, che invece sembra tendere a rivelare una volontà di redenzione di Brandon che non trova un compimento adeguato nella sceneggiatura. Una nota negativa in un’operazione che conferma il talento di un cineasta in grado di coniugare un’esplorazione ideologicamente densa con una ricerca visiva che, salvo alcune cadute iconograficamente poco ricercate – ad esempio, le scene di sesso, frutto di un immaginario poco mediato – si rivela potenzialmente molto ricca.

Simone Moraldi | 68. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

Cast & CreditsShame
Regia: Steve McQueen; Sceneggiatura: Steve McQueen, Abi Morgan; Fotografia: Sean Bobbitt; Montaggio: Joe Walker; Costumi: David C. Robinson; Scenografia: Judy Becker; Musiche: Harry Escott; Interpreti: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge, Nicole Beharie; Produzione: Iain Canning, Emile Sherman per See-Saw Films, Film4; Distribuzione: Bim; Formato: 35mm, colore; Origine: Gran Bretagna, 2011; Durata: 99’.

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