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Terraferma

di Emanuele Crialese

Il mare dentro...

A qualche giorno dalla acclamata proiezione veneziana, in concorso, è uscito ieri nelle sale italiane per 01 l’opera quarta di Emanuele Crialese, Terraferma, con la quale il regista è tornato a girare a Linosa, l’isola di Respiro, continuando in qualche modo la sua riflessione sul mare e sulla necessità del viaggio, già presente anche in Nuovomondo.

Ancora una volta, in questa isola vulcanica sospesa tra il nero della sabbia e il blu del mare, il motore della narrazione e della voglia di andare, di cambiare il proprio destino, ruota attorno alla figura femminile, anche se sono le tre generazioni di pescatori della famiglia Pucillo a confrontarsi sul senso del proprio lavoro e della antica legge del mare.

Ernesto, il nonno, è fiero del proprio mestiere che ha imparato da bambino e che ha insegnato con amore a figli e nipoti: sfamarsi con i frutti della pesca e non lasciare mai nessuno in mare. Filippo, il nipote, segue volentieri la strada tracciata dal nonno, isolandosi dai suoi coetanei, nonostante la morte precoce del padre inghiottito dal mare e le continue pressioni dello zio Nino, che ha cambiato vita ed ora pesca i turisti nella lunga stagione estiva. Giulietta invece vuole cambiare: è una giovane madre e vedova che semplicemente sogna un futuro diverso per suo figlio, perché ha capito che con la pesca purtroppo non c’è più lavoro, e spera in un domani diverso forse anche per se stessa, con la possibilità di ricominciare e magari di vivere un nuovo amore.
La pausa estiva sembra offrire l’occasione per iniziare a immaginare un cambiamento, con la casa affittata ai turisti, la barca per fare gite in mare e il sogno nel cassetto di raggiungere la cugina a Trapani. Ma l’estate che arriva fa sbarcare sull’isola, insieme ai turisti, anche i migranti: due tipi diversi di “extraterrestri” per le vite solitarie di Ernesto, Giulietta e Filippo. Tra un gruppo di africani salvati da Ernesto da un naufragio, c’è anche Sara, una donna etiope incinta, in viaggio con suo figlio.

Crialese ha scelto di fare interpretare Sara da Timnit T. la donna eritrea sbarcata nel 2009 a Lampedusa e unica donna sopravvissuta, con altri quattro superstiti, nel naufragio di un gommone nel quale hanno perso la vita 78 persone provenienti da Eritrea e Etiopia. Come spiega il regista: «Sono anni ormai che osservo le immagini di questi barconi che approdano sulle nostre coste, che ascolto i racconti dei sopravvissuti, di coloro che sono riusciti a “rimanere a galla”. La stampa parla di “esodo”, “tsunami umano”, “clandestinità”, “immigrazione”. Guardando Timnit mi sembrano parole vuote. Lei non porta quei nomi. Non corrisponde a quelle parole. Timnit ha lo sguardo di chi ha rischiato la vita per cambiare la sua storia, ha attraversato il mare, un’altra odissea, un altro viaggio verso l’evoluzione. Finché ci sarà vita sulla terra gli uomini partiranno per migliorare loro stessi».

Sara e Giulietta sono le due facce di una stessa medaglia, ma non lo capiscono subito. Però si guardano, si studiano, si aiutano (è Giulietta a far nascere la bambina di Sara, che porterà il suo nome), si parlano. Ognuna cova con pazienza e resistenza il sogno del viaggio attraverso il mare, di una vita migliore da scoprire in un’altra terra, una terraferma, finché si riconoscono come allo specchio. E allora si abbracciano e piangono. Prima di mettersi in cammino. Ma sarà proprio Filippo, con una reazione istintiva, a rendere possibile il viaggio, dopo aver elaborato a suo modo la legge del mare di suo nonno e la voglia di vivere di sua madre. Ancora per mare, ma stavolta in rotta verso l’ignoto. E dall’alto la sua barca sembra finalmente attraversare il globo terrestre che qualche giorno prima aveva agognato nel buio del garage con sua madre e gli strani ospiti clandestini.

Crialese, come in una moderna fiaba dai contenuti antichi, ci pone di fronte all’eterno dilemma della storia umana: il vecchio e il nuovo, restare o andare, continuare o cambiare, conservare o trasformare. Dietro i volti austeri e segnati dal tempo dei pescatori siciliani si intravvedono facilmente gli stessi volti austeri e segnati dal tempo dei pescatori di viscontiana memoria. Così come nel racconto tragico e sofferto di Sara – prima tracciato sul mappamondo e poi raccontato pudicamente a Giulietta – possiamo leggere la versione al femminile di una moderna Odissea. E non è fuori luogo domandarsi cosa ne sarebbe oggi di Ulisse, forse arrestato e rinchiuso in un centro di detenzione oppure fermato in mare e rispedito a casa. Eppure la nostra civiltà è nata e si è sviluppata per secoli e secoli proprio grazie all’incontro fra diverse culture, diversi uomini e donne che hanno avuto il coraggio di attraversare il mare.

Il regista si chiede e ci chiede tutto questo attraverso le immagini, piuttosto che con la semplice narrazione. Per servire al meglio una costruzione narrativa semplice ed archetipica, da favola contemporanea sospesa nel tempo e nel respiro del mare, qualche personaggio è più stereotipato ed abbozzato, come quelli dello zio Nino o del finanziere, in qualche modo due antagonisti che rappresentano la nuova legge disumana che impone l’indifferenza e l’ostilità nei confronti dei “clandestini”.
Ma l’incontro con l’altro, la curiosità e la paura, il rifiuto e la solidarietà più che detti dalle parole sono rappresentati dalle inquadrature indimenticabili di Crialese: il profondo colore del mare che dal blu quasi amniotico di Respiro e dal bianco latte di Nuovomondo diventa quasi nero, a sottolineare la morte e la vita indissolubili tra i flutti; il primo piano di Sara e Giulietta che si guardano; Sara che tiene fra le braccia la neonata; Filippo sporcato dalla sabbia nera; il gommone dei migranti disperati cui fa da contrappasso il barcone dei turisti ignavi; le riprese subacquee che si fermano sui relitti e sui cadaveri sepolti in mare; e, soprattutto, la magnifica sequenza notturna dei migranti naufragati che cercano di mettersi in salvo sulla barca rubata da Filippo.

Di fronte a quelle mani che escono dalle onde, Crialese ci spinge a confrontarci con il nostro rimosso, con la nostra coscienza sporca. Anche noi forse abbiamo paura come Filippo, abbiamo timore di opporci alla legge che ci vuole ostili e indifferenti: la reazione violenta di Filippo ci mette di fronte ai nostri stessi limiti, fa cadere il velo dell’ipocrisia che ci giustifica con un “non sapevamo”.

E invece abbiamo visto, e vediamo tutti i giorni. Sappiamo cosa succede attraverso il mare. Sappiamo che al di sotto delle onde c’è un immenso e pietoso cimitero che accoglie persone e cose, relitti di naufragi e brandelli di vite spezzate. Per restare umani dobbiamo solo riscoprire il mare che abbiamo dentro e navigare senza maschere all’incontro con l’altro.

Maria Coletti

Cast & CreditsTerraferma
Regia: Emanuele Crialese; Soggetto: Emanuele Crialese; Sceneggiatura: Emanuele Crialese e Vittorio Moroni; Fotografia: Fabio Cianchetti; Montaggio: Simona Paggi; Costumi: Eva Coen; Scenografia: Paolo Bonfini; Suono: Pierre-Yves Lavoué; Musiche: Franco Piersanti; Interpreti: Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Giuseppe Fiorello, Timnit T., Martina Codecasa, Claudio Santamaria; Produzione: Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini, Marco Chimenz per Cattleya e Rai Cinema in associazione con Regione Siciliana, Sicilia Filmcommission e Sensicinema, in coproduzione con Babe Films e France 2 Cinéma; Distribuzione: 01 Distribution; Formato: 35mm, colore; Origine: Italia/Francia, 2011; Durata: 88’; sito ufficiale: http://www.terrafermailfilm.it/

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