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Venezia 68. Tahrir 2011

di Tamer Ezzat, Ayten Amin e Amr Salama, con la partecipazione di Ahmad Abdalla

Prove di costruzione di una memoria collettiva

Tra i sempre più numerosi film scelti per essere proiettati “Fuori Concorso” alla Mostra del Cinema di Venezia, l’egiziano Tahrir 2011 è stato certamente uno dei più interessanti nell’edizione da poco terminatasi. Scritto e diretto a sei mani, il film è in realtà un documentario tripartito che tenta di riconfigurare in un palinsesto cinematografico composito esiti e contesto della rivoluzione egiziana, iniziata dalla piazza del titolo, la mattina del 24 gennaio 2011. Nel primo capitolo - The Good - Tamer Ezzat ricostruisce un diario a posteriori dei diciotto giorni passati dalla prima manifestazione in strada alla fuga di Hosny Mubarak. Alcuni manifestanti, testimoni oculari e attori effettivi delle azioni di quei concitati giorni, raccontano le cinque fasi della rivoluzione, dalla semplice motivazione di opporsi al governo – responsabile di una crisi economica e sociale ormai intollerabile – alla richiesta di allontanamento del rais.

Ayten Amin invece – in The Bad – incontra le forze di sicurezza nazionale, ufficialmente fedeli al governo di Mubarak e responsabili, tra l’altro, di alcuni episodi di repressione violenta. Amr Salama infine - in The Politician - compone un ritratto e una riflessione intorno alla figura di Hosny Mubarak attraverso il montaggio di una numerosa collezione d’interviste realizzate con alcuni dei più illustri e autorevoli uomini politici della nazione. L’epilogo è affidato a un decalogo ironico – condito di grafiche animate ed elementi ludici a piene mani – che raccoglie le dieci regole per diventare un dittatore: la domanda seria alla quale il siparietto tenta di dar risposta è in quale momento Mubarak si sia trasformato da democratico amministratore di un cambiamento – seppure limitato – all’invasato detentore di una tirannia retrograda e violenta.

Quando l’occhio si fissa sulle cose vicine nel tempo e nello spazio, si sa, è difficile che poi la testa riesca a ricostruire un’immagine nitida e a riconoscervi dentro le trame che la sottendono. Tahrir 2011 non si sottrae del tutto a questa regola. Eppure, arrivato “sul luogo del delitto” poche settimane dopo gli eventi che racconta, il film sembra saper ottenere una sostanziale solidità, una vitalità autentica, una rara chiarezza. La struttura in tre capitoli – che mantiene trasparente la divisione del lavoro tra i tre registi del film – non è del tutto convincente e felice sul piano degli esiti estetici: eppure serve a tenere dentro lo stesso lungometraggio tre forme diverse che altrimenti avrebbero richiesto tre destini separati. L’estemporaneità del progetto – che pure si sente forte almeno in due delle tre parti – assume presto il peso dell’urgenza così anche i passaggi più bruschi o lacunosi, i salti tecnici, le distanze e le dissonanze tra i diversi linguaggi sono in buona parte ripianati dal forte sapore di necessità.

Tamer Ezzat divide il primo capitolo tra documentazione, narrazione e una discreta riflessione storica. A un certo punto il giovane fotografo rientrato dall’estero – dove studia da reporter - appositamente per documentare la “sua rivoluzione”, ed effettivamente presente in prima linea nei movimenti di piazza, dice: ”la rivoluzione delle masse non è più anonima né affidata alla memoria collettiva”. Senza arrivare a una vera e propria densità saggistica, Ezzat è comunque in grado di stendere all’interno della ricostruzione degli eventi un tessuto riflessivo che sostanzia un secondo sguardo, più distante, più lucido, meno coinvolto nelle vicende che racconta.

Il secondo capitolo è al contempo il più esteticamente povero, tecnicamente carente, e quello più coraggioso e complesso, anche sul piano della costruzione di un discorso. Come in un programma televisivo d’inchiesta, sullo schermo si succedono i corpi e i volti, i tratti celati e le voci camuffate di alcuni membri dei corpi di polizia in servizio nelle strade durante i 18 giorni delle proteste, delle manifestazioni, della resistenza. Tra chi difende il proprio lavoro insieme alla propria legittima posizione politica e ideologica, e chi invece spiega sul piano della convenienza economica spicciola il proprio arruolamento nei ranghi dei corpi filogovernativi, questa parte del film è forse la più inattesa e inusitata, quella che di più contribuisce a rendere forte e originale il progetto dei tre autori. Perché quel che Ayten Amin dice esplicitamente di voler fare con la sua inchiesta è dar voce agli oppositori concreti della cittadinanza insorta che resterebbero altrimenti senza. Non si tratta solo del più antico degli espedienti retorici per disinnescare ogni e qualsiasi ipotetica opposizione al fiume in piena della gloriosa rivoluzione: dentro questo gesto, segno evidente di lucidità e di rigore da parte dei tre registi, c’è anche la volontà di cercare, di trovare subito una ricucitura nel tessuto complessivo della popolazione egiziana, isolando il più possibile gli irriducibili, emarginandoli dal pubblico dibattito internazionale, e ricongiungendo anche i cittadini più scettici – molti dei quali nelle fila delle forze di sicurezza – a un generale discorso critico sul passato governo e, più nello specifico, sulla grossolana e incauta gestione da parte di Mubarak delle tensioni sociali prima, delle rivolte di piazza poi.

Nell’ultima parte il momento più facilmente ideologico, più rischiosamente e forse anche inutilmente schematico. È a questo punto e solo a questo punto che viene introdotta una diffusa e consistente ironia, un esplicito intento parodistico e un manifesto stile satirico. Questa è anche la parte in cui lo spettatore italiano si trova, del tutto inaspettatamente, interpellato. Come mai? Perché i racconti e le considerazioni, le analisi e le valutazioni degli “esperti” che ragionano dell’ascesa e della caduta del rais ricordano molto da vicino i ritratti e le narrazioni riferiti da più parti al nostro premier e in quanto al decalogo sul perfetto dittatore scriveremo solo che al primo punto recita: “Per diventare un perfetto dittatore ci si deve tingere i capelli” e al terzo: “si deve cantare”.
Tahrir 2011 è dunque un film ricco e prezioso, un documentario che, secondo la migliore tradizione, unisce la riflessione al documento, e usa in modo razionale – anche se non sempre ideale – l’intreccio ormai ubiquo di dispositivi e linguaggi.

Silvio Grasselli | 68. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

Cast & CreditsTahrir 2011. The Good, the Bad and the Politician
Regia: Tamer Ezzat, Ayten Amin, Amr Salama, con la partrecipazione di Ahmad Abdalla; Fotografia: Hussein Asser, Ahmad Yaaqoob, Salah Yaaqoob, Mohamed Abd El Raouf, Ahmad Gabr; Montaggio: Ayman El Tonsi, Doaa Fadel, Wael Farg, Eric Magriau; Suono: Youssef Frahat, Abd El Rahman Mahmoud, Ahmad Adnan; Produzione: Film Clinic, Amana Creative, in coproduzione con WDR (Köln), Ingredients Productions (Cairo), con la partecipazione di SANAD, the post-production fund of the Abu Dhabi Film Festival (Emirati Arabi Uniti); Distribuzione internazionale: Pacha Pictures; Formato: DCP(D-Cinema), colore; Origine: Egitto, 2011; Durata: 90’.

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