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Venezia 68. Snow Canon

di Mati Diop

Corpi e identità in movimento

Mati Diop, giovanissima cineasta classe 1982 di origini senegalesi – nipote di uno dei padri fondatori del cinema subsahariano, Djibril Diop Mambéty – torna sullo schermo con il suo secondo lavoro da regista. Dopo averla vista nel 2008 nei panni di attrice, sempre qui a Venezia, con 35 Rhums di Claire Denis, Mati Diop porta a Venezia 68, per la sezione Orizzonti, Snow Canon, un altro cortometraggio desunto da un progetto più ampio. Il film segue di pochi anni il primo cortometraggio dell’autrice, Atlantiques, visto a Parigi nell’ambito del Cinéma du Réel, un film che raccontava la vicenda di alcuni migranti africani verso l’Europa i quali, in una notte in spiaggia intorno a un fuoco, si raccontano le loro esperienze di viaggio. Un film fortemente basato sul dialogo, che interpreta con grande consapevolezza culturale e sorprendente maturità estetica il dramma dell’esodo, della fuga, dello sradicamento. Un film basato sulla parola, chiuso nella dimensione spaziale della spiaggia, della notte, fatto di racconto, di pochi volti nell’ombra e tante parole.

Snow Canon racconta invece i giorni di villeggiatura nella dimora invernale della famiglia della piccola Vanina, un’adolescente tredicenne che viene lasciata sola per una settimana. Con lei resta Mary Jane, la baby-sitter poco più che ventenne americana, e la vicenda si consuma pressoché totalmente nella dimensione unica dello chalet. La loro convivenza inizia con un reciproco annusarsi, anche con un po’ di indifferenza. Mary Jane passa le giornate davanti alla tv, ogni tanto riceve delle telefonate da un ragazzo misterioso. Vanina riferisce giornalmente alla sua amichetta lontana il crescere di curiosità verso Mary Jane, che nelle loro serate in chat sostituisce pian piano tutte le fantasie sui compagni di scuola. Le due pian piano si avvicinano, iniziano a guardare la tv distese insieme sul divano, fanno una gita alle grotte. In una scena straordinaria, Vanina fa il bagno a Mary Jane, rattristata dalla fine della sua storia d’amore.

In questa scena, Vanina, fino ad allora ritratta in tutta la sua diffidenza e il suo piglio da ragazzina adolescente già molto bella che si sente prigioniera di un’età che non le permette ancora di impadronirsi della sua vita, riversa tutta la sua fascinazione verso Mary Jane, una fascinazione facilmente mista ad affetto e curiosità fisica – cui certamente ha spinto anche la natura claustrofobica ed esclusiva della convivenza – che esplode in questa scena con una carica poderosa di sensualità, adeguatamente veicolata dalla sapienza di Mati Diop. La regista dirige infatti il lavoro delle attrici nella direzione di una dilatazione del tempo, che sottolinea ancora di più il carattere intimo, quasi rituale, del gesto. Le due protagoniste sembrano immerse in una situazione ambigua, e tra le due inizia a crescere un’intimità fisica di cui Mati Diop non fa alcun mistero. Le due iniziano a dormire insieme. Una notte, Mary Jane si presenta, completamente nuda, e si infila sotto le coperte con Vanina. Il suo corpo, seppur acerbo, è già di una bellezza sconcertante. La macchina ci restituisce questa grazia, con uno spirito pedinatorio e fenomenologico, in tutta la sua forza naturale, senza forzare minimamente sulla sensualità e su un’introvabile malizia. Pur restando fuori campo tutto il tempo, Mati Diop riesce a farci arrivare con forza l’effetto di questa situazione sulla piccola. Alla vigilia dell’epilogo del film – che non sveleremo, qualora ci fosse per qualcuno di voi l’opportunità di vederlo, in qualche modo, in Italia o altrove... – in una scena decisamente anomala ma che proprio per questo si carica di un senso particolare, Vanina permette a Mary Jane di prendere in quantità gioielli e vestiti da casa sua. Un gesto che vuol essere allo stesso tempo di affetto quasi fraterno, di compiacimento, forse, nel vedere vestita colei che la notte prima aveva visto completamente nuda in tutta la sua bellezza; o anche un gesto sovversivo e irriverente verso la sua famiglia, che nel lasciarla sola nell’isolato chalet di montagna le ha gettato addosso una colata di sensazioni così rovente e ingestibile.

Dall’universo stilistico di Atlantiques, che fonde con così tanta sensibilità gli stilemi del documentario, il contatto dialogico con dei testimoni cercati sul posto con gli strumenti dell’etnografo che lambisce l’intervista, e gli stilemi della narrazione, esaltando la potenza affabulatoria dei personaggi e sottolineandone con enorme discrezione le fattezze fisiche, i volti, i corpi, Snow Canon evidenza una trasformazione radicale dell’universo iconico ed espressivo. Snow Canon è un film di origine autobiografica che si inserisce a pieno titolo nel filone del racconto di formazione del cinema francese, con molteplici esempi nella sua storia antica e recente, raccontando la “favola reale” di Vanina, Mati Diop da piccola, e il ricordo della sua baby-sitter americana, che nel film si materializza nel nome di Mary Jane e nel corpo maturo da collegiale di Nour Mobarak, attrice pressoché sconosciuta al pubblico, capace di restituire tutto il ricordo che l’autrice serba della sua baby-sitter. Una figura in cui emerge una fisicità prorompente e, allo stesso tempo, una trascendenza estatica, che la immortala in una serie di pose stilizzate: al telefono con il fidanzatino americano, stravaccata sul divano a guardare la tv mentre la piccola passa il tempo in chat, nuda, ai piedi del letto, prima di distendersi, o con le braccia invase di vestiti rubati dagli armadi di casa. Altrettanto dirompente è la carica potenziale di Vanina, colta in un’età di passaggio particolare, in cui l’infanzia cede a fatica il passo a una straordinaria bellezza femminile, in cui la sessualità è una sorta di brodo primordiale in cui galleggia un po’ di tutto e in cui il corpo pesca ciò che può, preda di pressioni e impulsi frenetici.

Mary Jane si costruisce con un’organicità notevole, pur in un film di così breve durata, come la risposta ideale e carnale all’immaginario di Vanina. Il “termometro” della sua bildung è la chat con la sua amica: lentamente, i compagni di scuola spariscono sotto i colpi della baby-sitter, finché la convivenza non risucchia completamente la piccola, lasciando il pc spento nella camera disabitata. L’impianto di messa in scena, in modo diametralmente opposto a Atlantiques, si costruisce senza la parola, i dialoghi sono pochissimi ed esclusivamente funzionali, tutta la drammaturgia si gioca sull’organicità della messa in scena, dal décor alla luce, in cui tutto concentra l’attenzione sull’intimità delle due protagoniste, e sulla direzione degli attori, che spinge la situazione verso una sospensione quasi rituale del tempo in cui fermenta il rapporto della coppia. Sguardi, contatti tattili, sorrisi, silenzi e lontananze, schermi di pc, telefonate silenziose, tutto coopera alla costruzione di un mondo. Un mondo popolato da due corpi viventi di istintualità e di sogno. Felicitandoci per la ricchezza del percorso, pur così breve, già percorso da Mati Diop con i suoi due cortometraggi, attendiamo con curiosità il lungo a cui l’autrice ha dichiarato di star già lavorando.

Simone Moraldi | 68. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsSnow Canon
Regia: Mati Diop; sceneggiatura: Mati Diop, Judith Lou Lévy; fotografia: Jordane Chouzenoux; montaggio: Ael Dallier-Vega; costumi: Anne Billette; interpreti: Nilaya Bal, Nour Mobarak, Alban Guyon, Chan Coic; origine: Francia, 2011; formato: super 16, digital DTS, colore; durata: 33’; produzione: Charlotte Vincent per Aurora Films.

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